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[Articolo pubblicato in Rivista di Ascetica e Mistica, n. 1, 2012]
Di Giuseppe Moscati, quasi subito dopo la morte, è stata composta una biografia ad opera di mons. Marini: una biografia di ottimo livello, sulla base di solidi documenti (1). Altri biografi, sulla scia del Marini, continuarono a illustrare la persona e le azioni del Medico già in vita ritenuto santo. Si tratta di biografie che raccontano una vita straordinaria, vista, però, dall'esterno, non per difetto di perspicacia di chi scrive, ma perché i documenti a disposizione riguardavano, appunto, la vita esteriore di Moscati, una vita intessuta di carità eroica, di impegno scientifico e di rigore morale.
Si costata, quindi, che non abbondano le indagini circa la sua vita interiore, circa cioè le strutture teoriche fondamentali, che furono alla base dei suoi comportamenti pratici. E ciò, ripeto, non per mancanza d'interesse o di perspicacia, ma per mancanza di documenti esaustivi. Il fatto fu opportunamente sottolineato già dal Testore, che costatava: "Né egli, tanto schivo e guardingo nel parlare di sé, lasciò gran cosa di scritto nel suo diario e nelle sue carte che ci possa rivelare appieno il segreto della sua graduale trasformazione in Cristo; ebbe anzi una premura tutta speciale di distruggere ogni cosa sua; e quel poco che rimane è solo ciò che gli amici fedeli hanno conservato delle sue lettere, o che si trovò nel cestino della carta o dimenticato in fondo a un tiretto dello scrittoio" (2).
Moscati, per essere esatti, non ha mai tenuto un vero diario, anche se questo termine ricorre in alcuni biografi della prima ora (3). I pochissimi documenti che possono essere considerati come rivelazione dei pensieri e dei sentimenti interiori, soprattutto se di natura religiosi, sono frammenti molto spesso salvati dal cestino grazie alla premura e alla preveggenza della sorella Nina (4). Moscati, inoltre, non ha mai sostenuto o propagandato una determinata devozione o culto (come, ad esempio, il suo amico e contemporaneo Bartolo Longo), non ha mai voluto aderire ad associazioni religiose da lui ben conosciute e stimate (come le Fraternità francescane o le Congregazioni mariane).
Nei suoi scritti, poi, gli accenni alla fede, ai sacramenti, alla coscienza cristiana e ai doveri morali sono frequentissimi, ma sempre in forma episodica e particolare. Se si eccettua la sua ragguardevole prefazione al libro del gesuita Di Giovanni e del prof. Mazzeo circa gli emergenti problemi eugenetici (5), credo sia difficile imbattersi in una sua trattazione ampia e organica su un particolare articolo di fede o una determinata questione morale.
Ciò non vuol dire che quei determinati problemi di fede o di morale, durante la sua formazione e lungo tutto il corso dell'attività professionale, non siano stati oggetto di riflessione, di studio e soprattutto di sintesi personale, ben fondata e strutturata. Solo che non abbiamo documenti ampi e autografi su questo argomento. Paradossalmente, le poche rivelazioni in proposito le dobbiamo ad alcuni colleghi, non di rado agnostici o atei, i quali dopo la morte di Moscati riferiscono in maniera abbastanza organica le sue concezioni riguardanti i rapporti tra scienza e fede o alcune questioni morali. A questo proposito penso utile riferire ampiamente una di queste testimonianze, che documenta in modo patente la preparazione, l'ampiezza e la solidità della cultura di Moscati.
Nel novembre 1930, l'insigne clinico prof. Pietro Castellino, rievocando la figura del suo apprezzato e amato allievo Moscati, ne riferisce ampiamente le posizioni teoriche, molto lontane dalle sue.
In una di queste nostre discussioni - riferisce Castellino - così Egli mi ribatté: «Che la materia sia animata da moltissime e profonde energie che la evolvono nelle sue attività e nella progressiva complessità delle sue forme nulla si oppone ad accogliere, ma occorre d'altrettanto ritenere che questo principio di spiritualità che aspira a svilupparsi ed a manifestare per gradi la sua efficienza, che quest'ordine meraviglioso, che si organizza nella materia fino a raggiungere le alte vette della sua organizzazione più elaborata, non sia altro che l'attestazione che un Deus absconditus regoli con suprema intelligenza questo superbo edificio su cui si eleva la vita, la quale si svolge mercé leggi sancite dall'Alta Sapienza che tutto muove, tanto più meravigliose quanto esse governano non solo i colossali cosmi ma la delicatissima trama del più microscopico elemento.
Giustamente Taine scrisse che: "Dieu, c'est l'Esprit des lois". Virgilio aveva già detto qualche cosa di simile nel suo Spiritus intus alit; e San Paolo ai Romani (11,36) "ex ipso et per ipsum et in ipso sunt omnia". Vi è anche nel pagano Plinio una meravigliosa intuizione che forse è l'eco di un dogma pitagorico che sembra aver fatto parte degli antichi misteri: questa armonia che regna nell'insieme, dipende da leggi superiori per le quali tutto si sviluppa con regolarità per opera di Dio eterno, immenso, che non è stato mai che non sarà mai distrutto.
E Leibnitz: "Gli è intorno a queste mutazioni e trasformazioni della materia che la vita si svolge in un ordine che è regolato da leggi che non sono fortuite, che non si crearono né si svilupparono per impulso della materia e che nella loro meravigliosa armonia ci rivelano una Potenza Superiore, da cui tutto deriva e che noi chiamiamo Dio".
Noi non siamo contrari a nessun concetto di evoluzione, ben lontani però dall'intenderla nel senso di Spencer che si svolge nel concreto di un puro sofisma. Noi la intendiamo come espressa nel Contra Gentes da S. Tommaso: Materia appetit formam ecc. (6) - ove è ben chiaramente detto che la materia ben lungi dall'essere un elemento attivo e produttivo è essenzialmente passiva».
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La camera del santo in via Cisterna dell'Olio |
E venendo poi a parlare - continua Castellino - della morale scientifica in confronto a quella religiosa nei rapporti degli impulsi che rispettivamente ne derivano alla evoluzione della civiltà verso sue forme sempre più ordinate ed elevate, Egli mi poneva la domanda che poscia svolgeva con stringente critica:
«Chi delle due ha più collaborato a questo progressivo elevarsi dello spirito e della coscienza umana verso un assestamento di maggiore giustizia e verso l'aspirazione di più superbe idealità?
La moralità scientifica conduce all'arte di essere felice, all'igiene del corpo e dello spirito, a vivere cioè in quello stato di norme prudenti che meglio concorrono al perfetto benessere dell'organismo e ad astenersi dalle soverchie passioni e cupidigie in quanto esse esagitando lo spirito hanno influenza nel fiaccarlo verso un senso di stanchezza e verso sue impotenze e morbilità.
La morale scientifica è disciplina e saviezza di norme proficue all'individuo, come quelle del vecchio Epicuro, che raccomandava astenersi dall'eccesso degli appetiti e delle cupidigie, ut diutius voluptate gaudere. Essa è prevalentemente egocentrica, spesso nella sua ataraxia e nella insensibilità all'altrui dolore e sventura meglio provvida ai gretti benefici materiali degli individui singoli. "La vraie morale - ha scritto il vostro Cartesio - ne peut étre que la science appliqué, parce que la plus haute et la plus parfaite morale, presupposant une entiére connaissance des autres scienes, est le derníer degré de la sagesse".
La nostra morale, oltre ad intendere il sentimento e l'adorazione del Divino, con uno slancio di purissimo amore per Colui che fu ed è la sorgente di ogni bene, oltre che della nostra vita, ed una ammirazione profonda per quanto Egli ci ha circondato di meravigliose immagini di bellezza, per la suprema intelligenza delle leggi che governano l'Universo, è per noi, che ci specchiamo nell'esempio lasciatoci da Cristo, che soffri le orrende torture per la redenzione umana, milizia severa contro noi stessi, è sforzo costante di operare il bene anche con il nostro danno, di soccorrere gli altri con la nostra privazione anche cocente, di soffocare nel perdono ogni impulso di rivolta.
Voi tanto osannate a codeste superiori leggi dell'evoluzione, che condurranno l'umanità alla riva fiorita che ogni cuore generoso auspica e sogna al suo destino dopo il suo peregrinare in questa valle di lagrime, ma chi collabora più verso tale divenire? La vostra morale egocentrica o la nostra che ci addita il precetto che la vita più bella e più degna è quella che fu indirizzata alla visione dell'ideale? Chi ha più valore? Quella che ha creato i martiri e gli apostoli e li ha fatti sopportare con serenità le loro torture, affrontate per insegnarci il fiero sentimento del dovere, o quella che indulge tranquillamente a godersi la vita nell'amore egoistico di sé e che si modella nell'equivoco aforisma di Rénan: "notre principe à nous est qu'il faut régler la vie présente comme si la vie future n'existait pas".
La scienza ci promette il benessere e tutto al più il piacere; la religione e la fede ci danno il balsamo della consolazione e la vera felicità, che è una cosa sola con la moralità e col senso del dovere.
Fra tante sue contraddizioni ed errori, giustamente il Bergson riduce la questione "come essere felici" a quest'altra: come praticare la bontà; poiché la reale felicità sarà nella gioia che apporrà il ben fare. Impariamo dunque ad insegnare la bontà ed a ben pensare.
E questo fu l'ammaestramento di Pascal: Travaillons à bien penser. Voilà le principe de la morale» (7).
A conclusione di quest'ampia testimonianza, è possibile asserire che Moscati dimostra di possedere non solo un'ampia e precisa cultura, ma anche una non comune capacità logica e argomentativa. Tutto ciò ci sollecita a impostare la questione: quali furono i gangli essenziali della sua vita interiore?
Le radici
È superfluo sottolineare l'importanza determinante che nella vita di un uomo e quindi di un santo esercita il periodo dell'infanzia. Nel caso di Moscati questo principio generale va ribadito e tenuto in particolare considerazione, alla luce delle numerose testimonianze che attestano la precoce intelligenza e maturità del piccolo Peppino. Da lui stesso sapremo più tardi che alcune decisioni, decisive per la sua vita futura, furono prese in giovanissimi anni. D'altra parte, nonostante l'importanza che la prima infanzia esercita nel resto della vita, soprattutto nella vita intellettuale e morale, la storia interiore di moltissimi uomini conosce un periodo di crisi, a volte di rigetto della propria infanzia, che appare come separata e superata dallo sviluppo posteriore.
Nel caso di Moscati, soprattutto per ciò che riguarda la sua vita di fede, noi riscontriamo un caso, più unico che raro, di coerenza e continuità quasi assoluta tra il mondo infantile e la maturità vigorosa e definitiva. In altre parole: le verità fondamentali apprese e coltivate nell'infanzia rimarranno intatte nella vita di Moscati giovane, adulto, scienziato, santo.
È merito di un medico, psicologo e francescano, l'aver sottolineato tempestivamente e con vigore questa particolarità nella vita di Moscati. All'inizio del 1930 (cioè a poco più di soli due anni dalla morte del Professore), in un articolo apparso su "Vita e Pensiero", p. Agostino Gemelli tracciava un ritratto di Moscati che, a rileggerlo oggi, si rivela straordinariamente ricco d'intuizioni e di previsioni puntualmente confermate dalla storia. Tracciandone il profilo, Gemelli insiste molto sulla perfetta e mai turbata fusione tra scienza e fede nella mente e nel cuore del Medico cristiano da poco scomparso: "Voglio dire con ciò che si avvera in Giuseppe Moscati quel fenomeno, abbastanza raro purtroppo fra i cultori di scienze mediche, di una fusione perfetta e cosciente del cristiano, dello scienziato e dell'uomo. […] Nel riconoscimento che Dio è autore dell'ordine materiale e di quello soprannaturale aveva trovato il mezzo per giungere alle armonie di scienza e fede" (8).
La sua infanzia, così fondamentale per l'uomo e il credente maturo, ha avuto un punto di riferimento affettivo e spirituale in Irpinia, esattamente in Santa Lucia di Serino. Pur essendo nato a Benevento, città che egli ha sempre amato e onorato, Moscati è rimasto legatissimo all'Irpinia e a Santa Lucia di Serino, luogo d'origine della famiglia Moscati, dove egli, soprattutto nell'infanzia, soleva trascorrere con i suoi il periodo delle vacanze.
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Antica foto di Santa Lucia di Serino (Avellino) |
Durante il viaggio che lo porterà al congresso di Edimburgo nel 1923, osservando dal treno un tratto del paesaggio francese, annota:
«Attraversiamo delle valli chiuse da monti ricoverti di castagni (Borgone). Qua e là i nastri argentei dei fiumi: come è simile questo paesaggio a quello indimenticabile di Serino, l'unico posto del mondo, l'Irpinia, ove volentieri trascorrerei i miei giorni, perché rinserra le più care, le più dolci memorie di mia infanzia e le ossa dei miei cari» (9).
Alla notizia della morte di un cugino di suo padre egli annota:
«La fine di zio Carmelo è il crollo di tanti ricordi cari legati alla sua persona. Oh le dolci memorie della infanzia, dei monti di Serino! Cose e persone del paese di mio padre mi sono fitte nel cuore indelebili; e la dipartita d'ogni testímone della mia passata spensieratezza è una disillusione di più: precipita la parte romantica della mia personalità! E più mi sento solo, solo e vicino a Dio!» (10)
Nella cornice di questo paesaggio, al quale Moscati si sentirà indelebilmente legato, maturano le sue prime esperienze religiose e il suo primo contatto con la spiritualità francescana. P Marranzini (che oltre ad aver curato l'edizione degli scritti più importanti di Moscati era nativo di Santa Lucia di Serino) dedicò un volume di ricerca e documentazione storica alla chiesa di Santa Maria della Sanità e al monastero delle Clarisse di Santa Lucia di Serino, restaurati dopo il sisma del 1980.
Dal libro emerge come sia stato importante, per l'arte e la cultura, questo centro di spiritualità francescana. Un intero capitolo è dedicato ai rapporti che il monastero ebbe con la famiglia Moscati. Rapporti intensi e cordiali. Basti pensare che "non poche giovani Moscati sono state educate dalle Clarisse, e alcune di loro hanno vestito l'abito francescano e sono state anche abbadesse".
E il cav. Francesco Moscati, padre del piccolo Giuseppe, durante il periodo della villeggiatura "si recava spesso con tutta la famiglia nella vicina chiesa delle Clarisse e visitava talvolta anche la sua parente Sr. Maria Raffaela Moscati". Né va dimenticato il gesto di amicizia e generosità, con cui Nina Moscati dopo la morte del fratello, e prossima lei stessa alla fine, volle restituire al monastero un fondo rustico, che i suoi antenati avevano legittimamente acquistato" (11).
Il fratello Eugenio al processo attesterà fra l'altro: "Allorché andavamo in campagna, a Serino, cioè alla casa paterna, egli frequentava con assiduità e grande pietà la Cappella di Casa e la Chiesa dei PP. Francescani nel villaggio Sala che dísta mezza ora da Serino"(12).
L'altra fonte d'influsso francescano nella formazione di Moscati è la persona e l'opera del suo confessore abituale. La scelta di un francescano a direttore di spirito negli anni della giovinezza e poi della maturità, continua e conferma le esperienze spirituali precedenti. Solo che stavolta non si può parlare di circostanze indipendenti dalla propria volontà, ma di una scelta cosciente e autonoma, che va attentamente valutata da chi voglia accostarsi al mondo spirituale del Medico santo.
Una scelta tanto più significativa, se si pensa ai contatti quotidiani e familiari che egli ha sempre conservato con tanti sacerdoti e religiosi, soprattutto con i gesuiti del "Gesù Nuovo". Con i figli di Sant'Ignazio egli si è consultato per questioni di fede e di scienza, ha esaminato come medico i loro novizi, si è fatto raccomandare dal loro provinciale presso le comunità di Londra ed Edimburgo, dove ha conversato con un gesuita ex medico su questioni scientifiche e dove è stato invitato a colazione, com'egli riconoscente ed entusiasta racconta al suoi. Sul piano scientifico collaborò anche con un gesuita di origine beneventana, p. Giuseppe De Giovanni (13). Tuttavia il suo confessore stabile, a partire dall'inizio del secolo fino alla morte, sarà un francescano, o meglio un francescano succeduto a un altro. Dei due, quello che conosciamo di più è il p. Pio Brizzi, che rimase a Santa Chiara come penitenziere dal 1922 al 1932, e poi dal 1936 fino al 1° maggio 1944, giorno della sua morte.
A proposito di Moscati penitente, p. Brizzi testimonia così al processo: «Ho conosciuto il Servo di Dio Prof. Giuseppe Moscati verso il febbraio del 1922, e l'occasione fu, di conoscerlo, che, essendo venuto nel nostro Convento di S. Chiara in Napoli per confessarsi, chiese a me dove si trovasse il suo confessore P Egidio Rocchetti, perché ammalato. Dopo di avere accompagnato il Professore al letto dell'infermo, mi chiese di essere riconciliato da me, essendo il suo confessore impedito a farlo. Da allora fino alla mattina del 12 aprile 1927 sono stato ininterrottamente confessore di Lui» (14).
Lo stesso p. Brizzi ci fornisce un'informazione preziosa: «Ricordo di aver fatto il Servo di Dio a sue spese i funerali al Padre Egidio Rocchetti, suo confessore per 22 anni" (15). Informazione preziosa, ripeto, perché attesta come il confessore stabile francescano sia una figura che l'accompagna almeno dalla prima gioventù, e non solo negli ultimi anni. Dicendo "stabile", s'intende che il Professore si è confessato anche con altri, quando l'opportunità o la necessità lo richiedevano, come egli stesso ci fa sapere».
Così, per esempio, prima di intraprendere il viaggio per Edimburgo: «E la sera del giorno innanzi a quello destinato alla partenza, mi gittai ai piedi del confessore, il P. Perrillo barnabita (essendo assente il P. Pio mio abituale confessore)» (16). Un episodio analogo accade a Edimburgo: «Ieri mi recai al Sacro Cuore dei Gesuiti: ma non trovai il P. Nicholson per il quale avevo una lettera del P. Jollain. Mi incontrai invece in un Padre maltese (Agius), che dopo la laurea in medicina, era entrato nell'ordine. Parlava benissimo l'italiano. Ne approfittai per riconciliarmi, per suo mezzo, con Dio» (17).
D'altra parte, una così prolungata frequentazione non può non può non aver esercitato un influsso sulla sua spiritualità, portando così a maturazione i germogli attecchiti, in anni lontani, nell'humus francescano della terra avita. Al dott. Antonio Nastri, che a lui s'era rivolto pregandolo d'indicargli un buon padre spirituale, Moscati risponde indirizzandolo al proprio confessore. Nella presentazione egli ne esalta in modo netto la sua qualità di francescano, che egli non considera affatto come una qualità secondaria o accidentale:
«Ammiro i vostri propositi, di consigliarvi con un dotto Padre spirituale. Io voglio presentarvi al mio Confessore, il P. Pio, che risiede nel Convento di S. Chiara, a Napoli. Egli è un toscano, e viene dalla serafica provincia della Verna, dai monti ove il Padre Francesco ebbe l'"ultimo sigillo". Ogni notte, anche quando nevica, i Padri di quel Convento si recano in processione, salmodiando, al posto ove il Patriarca ebbe impresse le Sacre Stimmate; e si è osservato da secoli che anche i tiepidi s'infervorano, dimorando in quella sede. Il P. Pio proviene di là. Nel Convento di S. Chiara di Napoli, che dipende direttamente dalla S. Sede, è una accolta dei più distinti Padri francescani» (18).
"A lui... non poteva non sorridere altamente l'ideale francescano"
La prova concreta e convincente circa l'influsso esercitato nella sua vita dallo spirito francescano, Moscati l'ha data non con l'adesione a raggruppamenti o ad associazioni che a quella spiritualità si richiamavano, ma con un suo stile di vita cristiana povera, umile e caritatevole. Nessuno meglio del suo confessore p. Pio Brizzi poteva saperlo e farcelo sapere. Alla domanda: "Il prof. Giuseppe Moscati era Terziario francescano?", egli rispondeva: "Di nome e di iscrizione non lo era ancora, perché, mi disse una volta, temeva di non poter riuscire a soddisfarne gli obblighi. Ed io rispettando la libertà di sua delicata coscienza, pel momento non osavo insistere. Del resto in fatto e nello spirito era più che terziario, giacché a lui così disinteressato e al tempo stesso caritatevole, così umile e illibato di costumi, non poteva non sorridere altamente l'ideale francescano..." (19)
Questa autorevole e consapevole testimonianza, rilasciata dal confessore abituale, costituisce un illuminante contributo per una ricerca sulla spiritualità di Moscati. Ne fu subito convinto, a suo tempo, p. Gemelli, che citò la testimonianza del confessore a conclusione del suo profilo del Medico napoletano. Sempre alla luce di quella testimonianza, si rivela plausibile e coerente lo stile tipico e originalissimo del celebre Professore: uno stile di assoluto disinteresse e di carità inesausta, ma prima di tutto uno stile di personale, reale e radicale povertà.
Tra i frammenti autografi che di lui ci rimangono, se ne conserva uno, a prima vista abbastanza singolare nella stesura, nel tono, nel genere letterario, persino nella grafia. Forse, proprio a questa sua "stranezza" va attribuito il fatto che esso sia rimasto sfortunatamente inedito per diversi decenni (20). Sul risvolto di una ricetta medica, già usata da un suo collega, il santo scrive alcune frasi. (La prescrizione medica del collega è datata: "17-1926". Supponendo che le frasi di Moscati siano state scritte lo stesso giorno della prescrizione - il che non è molto probabile - ci troveremmo a meno di un anno dalla sua morte.) Vergato con inchiostro rosso (caso raro ma non unico negli scritti di Moscati), il testo reca:
«La migliore delle cure ricostituenti è quella di sposare "sorella povertà", facendo grandi elemosine, distribuendo tutto ai poveri, ai nostri ospedali e ritirandosi in una caverna, mangiando solo locuste e miele selvatico!»
La frase enuncia un pensiero ben compiuto e la falsariga che struttura il pensiero è, chiaramente, una sorta di ricetta medica. Più esattamente: si tratta della prescrizione di una cura ricostituente, anzi della "migliore delle cure ricostituenti". Un pensiero che sa molto di esperienza vissuta personalmente, anche se, come pare suggerire la firma, è indirizzato a un altro, probabilmente un collega medico o un "paziente" piuttosto facoltoso. Il tono appare scherzoso. Moscati, in realtà, non scherza, ma addolcisce con un sorriso di grande umanità una cura che è sì "la migliore", ma non certo la più facile.
Le "medicine" vengono attinte a due "scuole", che fanno capo a due grandi maestri molto familiari a Moscati: il primo è Francesco d'Assisi, l'altro Giovanni Battista. Fra i "santini" che Moscati recava nel suo portafogli, e ora conservati in archivio, si trovano varie immagini di san Francesco. Una di queste, stampata in inglese, reca a tergo alcuni detti preferiti del Santo di Assisi. Significativamente, è segnato con una crocetta il detto: "Se tu avessi raggiunto il Creatore, non dovresti rimanere attaccato alle creature". Di san Giovanni Battista, inoltre, Moscati possedeva una statuetta bronzea (alta 2 cm), di notevole fattura (anch'essa in archivio).
Da Francesco egli mutua la determinazione di "sposare sorella povertà". E, per far intendere che non si tratta di figure retoriche o di semplici aspirazioni ideali, egli specifica, con precisione notarile: "facendo grandi elemosine, distribuendo tutto ai poveri", Uno spogliamento, quindi, non solo affettivo, ma anche e soprattutto effettivo, secondo lo spirito e la lettera del Vangelo (Lc 12,33; Mt 19,21; At 4,34-35).
L'altro maestro, Giovanni Battista, propone come cura la fuga saeculi, il distacco dai piaceri, l'astinenza eroica. Da buon conoscitore della Scrittura, il Professore sapeva che una buona parte della "cura" del Precursore verte sulla condivisione dei beni terreni. Come narra Luca: «Le folle lo interrogavano: "Che cosa dobbiamo fare?"». Rispondeva: «Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto» (Lc 3,10-11). C'è però, nel testo del Moscati, un breve inciso - tre parole in tutto - che non è riconducibile direttamente né ai Fioretti né alla figura o alla predicazione del Battista, ma che rappresenta l'applicazione concreta, personalizzata di quegli insegnamenti. Moscati specifica: "distribuendo tutto ai poveri, ai nostri ospedali". Per lui l'ospedale è molto più che un luogo di lavoro, dove si esercita, magari con onestà e competenza, un "professione". No: per Moscati l'ospedale è il luogo dove vivono e soffrono i poveri di Cristo, ai quali bisogna donare quel che si ha e, soprattutto, quel che si è, se si vuol essere cristiani secondo il Vangelo, a imitazione di Francesco e di Giovanni Battista. L'ospedale è il luogo dell'incontro con il povero, al quale non si presta soltanto un servizio o un'elemosina, ma col quale si condivide, in continuo spogliamento, tutto quel che si possiede, per rendersi più simili a Cristo che, secondo la parola di Paolo, «da ricco che era si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9).
Tutta la biografia di Moscati, lo ripeto, si compendia nello sforzo di mettere in atto questa radicale condivisione con i poveri. Qui s'inserisce, e diventa evangelicamente comprensibile, la sua rinuncia alla carriera accademica, che già nei primissimi anni si preannunciava sfolgorante, per un servizio più diretto in favore dei poveri negli ospedali, fedele alla decisione di «collaborare alla ricostituzione economica dei vecchi ospedali napoletani, tanto benemeriti della carità e della cultura, ed oggi tanto miseri» (21)
Qui s'inserisce, soprattutto, la sterminata aneddotica della sua carità inesausta e umanissima, piena d'inventiva e di sorridente pudore. Ma bisogna fare attenzione. Questa aneddotica ha ingigantito la figura di Moscati "benefattore", ma a volte ha lasciato nell'ombra la figura reale ed eroica del Moscati povero.
Se non ci lasciamo ingannare da quel suo aspetto signorile e diamo uno sguardo ai suoi mobili, al letto, al vestiario, alla nota delle spese, appare fino a che punto egli abbia portato a compimento lo spirito della povertà evangelica e francescana. Si tratta di una costatazione, non di un elogio postumo. Una costatazione che impressionò lo stesso p. Brizzi, che al processo così testimoniava: "Ciò che lucrava non era suo, ma per i poveri e per opere di beneficenza; vestiva signorilmente, ma sempre modesto. Entrai in casa sua, dopo la sua morte, e vidi la stanza da letto semplice e modesta, come modesto e semplice era il suo studio. Tale virtù della povertà il Servo di Dio la suggerì anche agli altri, mercé l'esempio e la parola" (22).
"Semplice nel costume, modesto nel tenore della vita privata": così lo ricordava un suo allievo, E. Polichetti, che aggiungeva: "I bisognosi soccorreva con denaro o affidava alla sua caritatevole sorella, signorina Anna, che tanto gli rassomigliava nel fisico e nel morale, vivendo come Lui, francescanamente, nella sua stessa casa" (23).
Torna utile, a questo punto, rileggere un biglietto che Moscati, poco prima della morte, scrisse a un nipote, il quale si era a lui rivolto per ottenere sussidi pecuniari, facendone poi un uso piuttosto sconsiderato. È vero che si tratta di una lettera con intento pedagogico - e in genere è sempre stata letta in questa chiave - ma essa contiene due o tre frasi sulla povertà del Medico dei poveri, che meglio di qualsiasi argomento ci sembrano ribadire e dimostrare la fondatezza e il senso delle considerazioni fin qui svolte. Moscati scrive secco:
«Mio caro Franco, Ma che credi che io sia lo zio d'America?! lo sono povero, ecco tutto. E i poveri non sono amati. Ma è ben che te lo dica, perché se da una parte finirai di farmi la corte, dall'altra non commetterai più sciocchezze! Quei pochi soldi che ho, debbo lasciarli ai pezzenti come me" »(24).
Il celebre Professore non si vergogna di descrivere la sua condizione, liberamente accettata, adoperando i termini più aborriti dalla stragrande maggioranza degli uomini: povero, pezzente. Lo sposalizio con "sorella povertà" non è più un sogno, ma un'unione indissolubile; il distacco totale dalle cose non è più una, "prescrizione" da mettere in pratica, ma un habitus ormai definitivo.
Un mese dopo, quest'uomo ricchissimo d'umanità e di grazia, francescanamente povero, potrà presentarsi, umile e sereno, al cospetto del Signore onnipotente, fattosi povero e servo.
1. E. Marini, Il Prof. Giuseppe Moscati della Regia Università di Napoli, Giannini 1929.
2. C. Testore, Il Prof Giuseppe Moscati della Regia Università di Napoli, Napoli 1934, p. 105.
3. Prima di Testore, parla di diario lo stesso E. Marini, Il Prof. Giuseppe Moscati, cit., p. 74, il quale però si riferisce a una delle "agendine" di Moscati, dove sono contenuti per lo più appunti collegati alla sua attività di medico (cfr. S.Esposito, Un ritrovamento di straordinario valore: recuperate 14 agendine di Moscati, in Il Gesù Nuovo» 67 [2011, pp. 169-172 e 233-236]).
4. Cfr. A. Marranzini, Giuseppe Moscati modello del laico cristiano di oggi, Roma 2003, p. 71.
5. G. De Giovanni, M. Mazzeo, Eugenlca. Con prefazione del Dott. Prof Giuseppe Moscati, Docente di Chimica fisiologica e di Clinica Medica nella R. Università di Napoli. A cura del Segretariato per la moralità presso la Giunta Diocesana di Napoli, Tip. Pietro Pelosi, Napoli 1924.
6. S. Tommaso d'Aquino, Contra gentes 3,23.
7. A. Marranzini, Giuseppe Moscati. Un esponente della scuola medica napoletana, Roma 2004, pp. 197-200.
8. A. Gemelli ofm, Una esemplare figura di medico cristiano. Il napolelano Prof. Giuseppe Moscati, in «Vita e Pensiero» 21 (1930), pp. 225-230.
9. A. Marranzini, Giuseppe Moscati modello del laico cristiano, cit., pp. 173-174.
10. Ivi, p. 100.
11. A. Marranzini, La Chiesa di S. Maria della Sanità - Monastero delle Clarisse - S. Lucia di Serino, Salerno 1993, pp. 45-54.
12. Neapolilana Beatificationis et Canonizationis Servi Dei Iosephi Moscati viri laici, Summarium super dubio, Roma 1944, p.5.
13. Moscati scrisse la Prefazione a un volumetto di G. De Giovanni, M. Mazzeo, Eugenica, cit. il testo è riportato in A. Marranzini, Giuseppe Moscati modello del laico cristiano, cit., pp. 351-355.
14. Neapolitana Beatificationis el Canonizationis, cit., pp. 421-422.
15. Ivi, p. 431.
16. A. Marranzini, Giuseppe Moscati modello del laico cristiano, cit., p. 168.
17. Ivi, p. 181.
18. Ivi, p. 329.
19. Ivi, p. 333.
20. S. Esposito, "Medico dei poveri", ma innanzitutto "Medico povero". Intorno a un frammento inedito di san Giuseppe Moscati, in «Il Gesù Nuovo» 47 (1991), pp. 367-371.
21. A. Marranzini, Giuseppe Moscati modello del laico cristiano, cit., p. 130.
22. Neapolitana Beatificationis el Canonizationis, cit, p. 432.
23. L. Polichetti, Giuseppe Moscati e la malattia mortale di Enrico Caruso, in «La Riforma medica» 70 (1056), p. 490.
24. A. Marranzini, Giuseppe Moscati modello del laico cristiano, cit., p. 237.
25. A. Gemelli ofm, Una esemplare figura di medico cristiano, cit., pp. 225-230.
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