Le prime "lezioni" di Papa Ratzinger
Relativismo - Famiglia - Scuola

Sebastiano Esposito s.j.

 

Nel linguaggio ordinario, usiamo il termine "lezione" in un doppio significato. Diciamo che un tale "dà lezione", quando tratta di un argomento, avendone piena conoscenza (cioè in qualità di professore o dottore) e ne tratta in maniera ampia se non proprio esaustiva. Diciamo poi che qualcuno "dà una lezione", quando alla semplice esposizione dottrinale di un tema aggiunge un’esortazione o talvolta un fermo rimprovero.

Già nei suoi primi interventi, Papa Ratzinger "dà lezioni" nell’uno e nell’altro senso. Da vecchio cattedratico mostra di conoscere a fondo la materia di cui parla, e quindi "dà lezioni" che colpiscono per la loro ampiezza e precisione. Ma all’occasione non teme di "dare una lezione", quando si tratta di respingere errori o distorsioni, dentro o fuori la Chiesa. Ci limitiamo a segnalare tre di queste "lezioni".

Per esattezza, diciamo subito che la prima "lezione", egli l’ha data il 18 aprile 2005, un giorno prima di essere eletto Successore di Pietro. Durante la solenne concelebrazione "Pro eligendo Romano Pontifice" da lui presieduta, nell’omelia egli tracciava fra l’altro un quadro del momento attuale, ed osservava:

"Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode di pensiero… La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde, gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare ‘qua e là da qualsiasi vento di dottrina’ appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni".

Fino a questo punto l’analisi è certamente esatta, ma non assolutamente nuova.. Ratzinger, però, dà la sua "lezione" mettendo in evidenza il lato più preoccupante dell’odierno relativismo, un lato che forse a molti osservatori o sfugge o da loro viene passivamente accettato. Egli, infatti, continua:

"Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie. Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. E’ lui la misura del vero umanesimo".

Questa segnalazione di una "dittatura del relativismo" è piombata come un colpo di fulmine in molti ambienti laicisti, suscitando molti strepiti ma nessuna risposta convincente. La sorpresa è stata così vasta che a fatica si riesce a capire se, in precedenza, i fautori di quella dittatura ne fossero gli scaltri ed occulti difensori o non forse le vittime ignare e beote.

In un universo culturale, nel quale il relativismo dilaga, basandosi su una sorta di autocertificazione circa l’impossibilità, da parte dell’uomo, di approdare ad una qualche verità stabile e definita, ecco che Papa Ratzinger non si limita ad affermare l’infondatezza di ogni relativismo radicale, ma ne smaschera l’intima predisposizione alla "dittatura".

Proprio in faccia a quel mondo che professa di essere costituzionalmente democratico, contrario ad ogni imposizione dall’alto, egli mette in luce l’esistenza di una "dittautra che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie": una metastasi capace di corrompere la natura di ogni istituzione e di ogni settore della vita culturale e sociale.

Tra parentesi: bisogna pensare che c’è solo una casuale coincidenza tra questa "lezione" e la recente legge sul "matrimonio alla spagnola"? In ogni caso, sapreste trovare una denuncia più acuta della cancrena morale e sociale che in quella "legge" si nasconde, anzi non si nasconde?

* * *

E veniamo all’altra "lezione" che ci riguarda più da vicino, e che è stata tenuta in occasione della visita ufficiale di Benedetto XVI al Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi. Nonostante la sincera e distesa cordialità dell’incontro, Papa Ratzinger non si è lasciato sfuggire l’occasione per precisare il concetto di laicità. Ciampi, infatti, aveva nel suo ampio e vibrante discorso tra l’altro affermato: "Con lo stesso orgoglio affermo, come presidente della Repubblica Italiana e come cittadino, la laicità della Repubblica Italiana".

Confessiamo di nutrire un certo disagio di fronte a questo termine di "orgoglio", che oggi comincia a sonare un po’ ambiguo, visti i "valori" - o meglio i "voleri" - ai quali viene associato in certe "giornate" o "cortei".

In risposta Ratzinger non ha minimamente messo in dubbio o respinto la laicità dello Stato. Solo che ha dato una "lezione"di altissimo profilo, esponendo le caratteristiche e le condizioni di una "sana laicità". In quella parolina "sana", ci sono in nuce tutte le doverose differenze tra una laicità sana, appunto, ed una non tanto ipotetica laicità malata o deforme.

Riferendosi alla Gaudium et spes (n.76), ai Patti Lateranensi, nonché agli Accordi di modifica del Concordato, egli ha precisato: "Legittima è dunque una sana laicità dello Stato in virtù della quale le realtà temporali si reggono secondo norme loro proprie, senza tuttavia escludere quei riferimenti etici che trovano il loro fondamento ultimo nella religione".

Questo concetto il Cardinale Ratzinger l’aveva già formulato in alcune confernze tenute qualche anno fa e recentemente tradotte in italiano (1). In tale contesto, egli parla della "‘incondizionatezza’ con cui la dignità umana e i diritti umani devono essere presentati come valori che precedono qualsiasi giurisdizione statale. Questi diritti fondamentali non vengono creati dal legislatore […]. Questa validità della dignità umana, previa ad ogni agire politico e ad ogni decisione politica, rinvia ultimamente al Creatore: solamente Dio può stabilire valori che si fondano sull’essenza dell’uomo e che sono intangibili" (2).

Inutile dire che questa precisazione ha scatenato, e continuerà a scatenare, un vero terremoto negli ambienti laicisti nostrani, per i quali vige il dogma o il patto di sangue di tutto concepire ed attuare in modo da "escludere quei riferimenti etici che trovano il loro fondamento ultimo nella religione". Inoltre, affinché la "lezione" non rimanesse troppo teorica o astratta, Benedetto XVI ha abbozzato una sua diagnosi sullo stato di salute della nostra laicità, e non ha mancato di segnalare alcuni sintomi che a lui danno "preoccupazione". Il testo è molto esplicito e significativo.

"Come ella, Signor Presidente, può ben comprendere, non poche preoccupazioni accompagnano questo inizio del mio servizio sulla cattedra di Pietro.Tra di esse vorrei segnalarne alcune che, per il loro carattere universalmente umano, non possono non interessare anche chi ha la responsabilità della cosa pubblica. Intendo alludere al problema della famiglia fondata sul matrimonio, quale è riconosciuta anche nella costituzione italiana (art. 29), al problema della difesa della vita umana dal suo concepimento fino al suo termine naturale e infine al problema dell’educazione e conseguentemente della scuola, palestra indispensabile per la formazione delle nuove generazioni. La Chiesa, abituata com’è a scrutare la volontà di Dio iscritta nella natura stessa della creatura umana, vede nella famiglia un valore importantissimo che deve essere difeso da ogni attacco mirante a minarne la solidità e a metterne in questione la stessa esistenza.

Nella vita umana, poi, la Chiesa riconosce un bene primario, presupposto di tutti gli altri beni, e chiede perciò che sia rispettata tanto nel suo inizio quanto nel suo termine, pur sottolineando la doverosità di adeguate cure palliative che rendano la morte più umana.

Quanto alla scuola poi, la sua funzione si connette alla famiglia come naturale espansione del compito formativo di quest’ultima. A questo proposito, ferma restando la competenza dello Stato a dettare le norme generali dell’istruzione, non posso non esprimere l’auspicio che venga rispettato concretamente il diritto dei genitori ad una libera scelta educativa, senza dover per questo sopportare l’onere aggiuntivo di ulteriori gravami. Confido che i legislatori italiani, nella loro saggezza, sappiano dare ai problemi ora ricordati soluzioni ‘umane’, rispettose cioè dei valori inviolabili che sono in essi implicati".

E superfluo sottolineare l’esattezza e la completezza di questa "lezione". Non è superfluo, invece, sottolineare come Papa Ratzinger non si esime dal manifestare le sue preoccupazioni di fronte ad alcune lacune che inficiano o minacciano la "sanità" della nostra laicità. Si badi soprattutto all’impostazione di una sana laicità a proposito della scuola, un tema che in Italia da decenni viene impostato e mal risolto, discettando sulle scuole non statali finanziate o non finanziate dallo Stato.

Ratzinger ha ribadito i veri termini della questione, rivendicando che "venga rispettato concretamente il diritto dei genitori ad una libera scelta educativa, senza dover per questo sopportare l’onere aggiuntivo di ulteriori gravami". Cambieranno le cose dopo questa denuncia? Non ne siamo certi, almeno a breve tempo (3). Dobbiamo, però, registrare che su questo punto Papa Ratzinger, molto opportunamente, ci "ha dato una lezione".

* * *

La terza lezione, di respiro europeo, Papa Ratzinger l’ha svolta durante la sua prima udienza generale del 27 aprile, spiegando i motivi del nome papale da lui scelto. Dopo averlo connesso con quello del suo predecessore Benedetto XV, strenuo difensore della pace, egli ha proseguito:

"Il nome Benedetto evoca la straordinaria figura del gande ‘Patriarca del monachesimo occidentale’, san Benedetto da Norcia, compatrono d’Europa insieme ai santi Cirillo e Metodio e alle sante donne Brigida di Svezia, Caterina da Siena ed Edith Stein.

La progressiva espansione dell’Ordine benedettino da lui fondato ha esercitato un influsso enorme nella diffusione del cristianesimo in tutto il continente (4). San Benedetto è perciò molto venerato anche in Germania e, in particolare, nella Baviera, la mia terra di origine; costituisce un fondamentale punto di riferimento per l’unità dell’Europa e un forte richiamo alle irrinunciabili radici cristiane della sua cultura e della sua civiltà".

Qui non si tratta di una lezione puramente storica. Qui c’è "un forte richiamo" a quelle "radici cristiane" che erano state l’ultima grande raccomandazione di Giovanni Paolo II. Una raccomandazione apertamente disattesa dagli ambienti laicisti e non sempre strenuamente difesa dagli ambienti cristiani e cattolici (5). Ora Papa Ratzinger non solo non abbandona la partita delle "radici cristiane", ma le dichiara "irrinunciabili", coerentemente a quel concetto di "sana laicità" espressa nella visita al Quirinale. Per cui anche per il Continente europeo vale il principio, secondo il quale "le realtà temporali si reggono secondo norme loro proprie, senza tuttavia escludere quei riferimenti etici che trovano il loro fondamento ultimo nella religione".

Un principio la cui validità sembra essere confermata dallo stato di crisi in cui l’Unione Europea e il relativo Trattato sembrano entrati, specialmente dopo l’esito dei referendum francese ed olandese.

Abbiamo scelto queste tre "lezioni", perché ci sembrano molto significative. Siamo certi che Papa Ratzinger non mancherà di impartirne ancora molte altre, ora che siede sulla Cattedra di Pietro.

Note:
1.
J. Ratzinger, Europa. I suoi fondamenti oggi e domani, Cinisello Balsamo 2004.
2.
J. Ratzinger, op. cit., p.25.
3.
Crediamo di essere autorizzati ad un certo pessimismo circa una rapida soluzione di questa anomalia dela scuola italiana. Scrivendone alcuni anni fa concludevamo: "Se tutta la compagine ecclesiale italiana non affronta sul serio questo problema e non s’impegna a rivendicare i diritti fondamentali della famiglia in materia di libertà scolastica, si accorgerà presto – ma anche troppo tardi – di aver consegnato nelle mani sbagliate la sua libertà, il suo pensiero e la sua libertà di pensiero" (S.Esposito, In margine a certi libri di testo, in Gesù Nuovo, 56 (2000), pp.353-356.
4.
Scrivendo ai familiari circa un suo viaggio alla vecchia Abbazia di Melrose in compagnia di due dame protestanti di Edimburgo, il Prof. Moscati nel 1923 narrava: "Feci notare alle due compagne di viaggio che le abbazie benedettine formarono la civiltà inglese".
5.
S.Esposito, Risalendo il Kahlenberg - Marco d’Aviano e le radici cristiane dell’Europa, in Gesù Nuovo, 59 (2003), pp. 279-285; 353-359.


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