Un intervento della Madonna di Loreto
all'origine dell'Ospedale Incurabili di Napoli:

la vicenda storica della Ven. Maria Longo - I

Alfredo Marranzini s.j.

Adattamento del testo, con aggiunta di notizie dal volume di P.Agostino Falanga
e di Mons. Ercolano Marini, a cura di Egidio Ridolfo s.j.

Una lettera di S.Giuseppe Moscati -- Maria Longo pellegrina a Loreto nel 1516 -- La guarigione miracolosa -- Ritorno a Napoli e fondazione degli "Incurabili" -- Esempio trascinatore -- Maria Longo fondatrice delle Clarisse Cappuccine -- Giuseppe Moscati agli Incurabili - L'ospedale come sacrario e palestra -- Maria Longo e Giuseppe Moscati -- San Giuseppe Moscati pellegrino a Loreto -- Preghiera alla Madonna di Loreto

Una lettera di S.Giuseppe Moscati

San Giuseppe Moscati svolse la sua attività di medico e ricercatore quasi esclusivamente all'Ospedale Incurabili di Napoli, per lo spazio di 24 anni, dall'anno della laurea - 1904 - fino alla morte, il 12 aprile 1927 (all'età di 47 anni).

San Giuseppe Moscati
(1880-1927)

Il 26 luglio 1919, da poco nominato Primario, nel ringraziare il Presidente Giuseppe D’Andrea faceva conoscere il primo sorgere in lui dell’interesse per questo luogo di sofferenza e di carità:

"Da ragazzo [allora la famiglia Moscati abitava in via S. Teresa al Museo 83] guardavo con interesse all’Ospedale degli Incurabili, che mio padre mi additava lontano dalla terrazza di casa, ispirandomi sentimenti di pietà per il dolore senza nome lenito in quelle mura. Un salutare smarrimento mi prendeva e cominciavo a pensare alla caducità di tutte le cose, e le illusioni passavano, come cadevano i fiori degli aranceti che mi circondavano. Allora, compreso tutto negli iniziati studi letterari, non sospettavo e non sognavo che un giorno, in quell’edificio bianco, alle cui vetrate si distinguevano appena, come bianchi fantasmi, gli infermi ospitati, io avrei coperto il supremo grado clinico.

Una folla di ricordi, i più cari che mi gonfìano il cuore, mi trascina sulle labbra parole di ringraziamento, di doverosa riconoscenza, così poco burocratiche.

Procurerò, con l’aiuto di Dio, con le mie minime forze, di corrispondere alla fiducia in me riposta, e di collaborare alla ricostruzione economica dei vecchi ospedali napoletani, tanto benemeriti della carità e della cultura, ed oggi tanto miseri" (1).

In occasione del Natale 1923 Moscati confidava ancora al Prof. Francesco Pentimalli: "Comprendete quanto mi sta a cuore la risurrezione degli Ospedali di Napoli, a cui dedicai giovinezza e salute. Ed ho visto sempre che Iddio non permette che la perfidia degli uomini distrugga le cose belle e buone" (2).

E già quando nel 1911 fu assunto come medico coadiutore ordinario, egli si riprometteva di "saper corrispondere alla fiducia avuta... illuminato da quello spirito di carità e altruismo che sorto, come sempre, in un cuore gentile di donna, di Maria Longo, ispirò l’Istituto pio, e che parlando a tutti vigile, nella tradizione e presso ogni letto di dolore, incoraggia al sacrifiìcio... " (3).

Maria Longo pellegrina a Loreto nel giugno 1516

Non si può pensare all’Ospedale degli Incurabili senza ricordare il nome di Maria Lorenza Longo, che ne fu la lontana promotrice e fondatrice, e quello di Giuseppe Moscati, che nel nostro secolo per oltre un ventennio vi esercitò la professione clinica con esimia competenza e con spirito di amore eroico.

L'insieme del Santuario di Loreto,
sullo sfondo del mare Adriatico.

La nobile catalana Lorenza Requenses, nata presso Barcellona nel 1463, sposata col Consigliere regio Giovanni Longo nel 1483, rimase affetta sin dal 1488 da una grave forma di artrite reumatoide, che, se ne limitò progressivamente i movimenti, ne lasciò intatte le facoltà mentali e forse ne affinò maggiormente le attività psicofisiche. Venuta a Napoli col marito il 1° novembre 1506, al seguito del re Ferdinando il cattolico, rimase vedova a 46 anni, nel 1509.

L’anno seguente il Papa Giulio II, oltre ad elargire ampie indulgenze per far contribuire alla costruzione già iniziata della basilica di San Pietro, concesse privilegi giubilari anche alla Santa Casa di Loreto. Lorenza Longo, pur nella sua condizione di inferma, decise di visitare Roma e si diresse poi al celebre santuario marchigiano, per implorare la grazia della guarigione.

Giunta a Loreto col cognato Gerardo De Omes il 5 o 6 giugno 1516, promise alla Madonna che, se fosse guarita, avrebbe dedicato il resto della sua vita alla cura degli infermi.

La guarigione miracolosa

Così P.Agostino Falanga, nel suo volume dedicato alla Venerabile Maria Lorenza Longo, descrive il fatto prodigioso:

"Maria Longo vagheggiò un vecchio desiderio già formulato in Spagna: visitare Loreto. In quel tempo gran fama diffondeva dappertutto il santuario di Loreto, e da ogni parte era un accorrere di pellegrini attratti dal desiderio di venerare la Santa Casa: i miracoli che vi si operavano accendevano la fede. La pia donna aveva sentito parlarne tanto, ed anche lei portava questa fede, sentiva un’intima fiducia; il desiderio divenne proposito, approvato e incoraggiato dai figli.

Pochi anni prima si era celebrato l’Anno Santo giubilare del 1500, sotto Alessandro VI, ma ella, paralitica in Spagna, non aveva potuto appagare il suo ardente desiderio.

Ora il pontefice Giulio II aveva iniziato la nuova basilica di S.Pietro, elargendo grandi indulgenze. Aveva dato privilegi giubilari anche alla visita della Santa Casa di Loreto. […]

Così Maria Longo, disposta ogni cosa, con le debite cautele, in compagnia della figlia Speranza e del genero, partì alla volta di Loreto […]. Nel lungo tragitto certo non le mancarono sofferenze, e dovette fare delle soste; si vuole che abbia fatto il seguente itinerario: Capua, Cassino, Avezzano, Pescara.

Alla fine piacque a Dio che la fervida donna cristiana giungesse a Loreto. Era sul tardi e non volle neppure riposare, ma correre subito al Santuario. Col cuore trepidante entrò nel tempio portata in lettiga.

La Santa Casa di Loreto,
custodita all'interno del celebre santuario marchigiano.

Grande fu l’emozione di vedersi in quel santo luogo: a mani giunte, a capo chino adorò la Divina Maestà. Suo primo pensiero fu di chiedere la Santa Messa; ma l’ora era tarda; i sacerdoti avevano già celebrato; si cercò di fuori, ma invano. Lei ed i compagni, ormai rassegnati, restavano in preghiera, quand’ecco comparve un pio sacerdote pellegrino, che provvidenzialmente chiese di celebrar Messa. Grande consolazione per tutti per l’improvviso favore.

Di aspetto bello, dignitoso e grave, vestito dei sacri paramenti, salì all’altare nella Santa Cappella e celebrò con grande devozione; lesse il Vangelo del paralitico guarito al comando di Gesù: "Ti ordino: alzati, prendi il tuo lettuccio e va a casa tua" (Marco 2,11), terminato il quale, si volse agli astanti e disse "Rendete grazie a Dio".

In quel momento l’inferma si sentì invadere da un tremore; avvertì un risveglio di energie, un consolidarsi della persona. Terminata la Messa, si trovò tutta sana, leggera, guarita: era il 5 o 6 giugno 1516.

Commossa e fuori di sè, piangendo di commozione, non credeva a se stessa; piano piano, senza vacillare e con piede sicuro, si accosta all’altare per compiere il primo gesto della sua riconoscenza: effondere, prostrata, il suo ringraziamento.

Fece ricercare il sacerdote della Messa per offrirgli una generosa offerta, ma non fu trovato per quante ricerche si facessero; era proprio sparito, ed allora offrì tutto al Santuario: denaro e doni con infinita riconoscenza.

Miracolata! dopo tanti anni di paralisi, impossibilitata a tenersi in piedi, ora cominciava a muoversi da sola. Prostrata ai piedi della Madonna, non si saziava di dire "grazie" e lodare Dio. Per ricordo di tanto prodigio, volle assumere un secondo nome e chiamarsi: "Maria Laurenzia".

La fama di questo avvenimento si diffuse nella regione, e nei vari giorni che la graziata si trattenne a Loreto fu oggetto di visite e di ammirazione. Il P.Bellintani riporta: "Stette a Loreto alquanti giorni dopo ottenuta la grazia, e ricevé nuovo spirito di fervore per servire Dio più perfettamente..." (Alençon-Bellintani, p.19).

Un’incontro speciale ebbe col Duca Andrea Di Capua, napoletano, di passaggio per Loreto. Sapendo egli della grave infermità della Longo, quando la vide guarita organizzò una gran festa. Egli era condottiero di truppe napoletane per la Lega di Cambrai. Era marito di Maria De Ajerba, compagna della Longo.

Nel Santuario della Madonna l’umile pellegrina riacquistò il vigore delle forze e ancora più vigore spirituale; il suo ringraziamento fu un’estasi di amore, e ciò che avvenne in lei si può arguire dalla decisione di spendere, d’ora in poi, la sua vita in opere di bene e di carità. Ai piedi della Vergine volle vestire l’abito del Terz’Ordine Francescano, per esprimere un rinnovamento, anzi l’inizio di una nuova tappa nel cammino della sua vita. Con queste disposizioni si accommiatò dalla dolcissima Vergine, portando con sè indelebile memoria del beneficio ricevuto."
(P.Agostino Falanga O.F.M.Capp.: La Venerabile Maria Lorenza Longo, fondatrice dell'Ospedale "Incurabili" e delle Monache Cappuccine in Napoli, 1463-1542, Laurenziana, Napoli 1973, pp.20-22.)

Ritorno a Napoli e fondazione dell'ospedale "Incurabili"

Maria Lorenza Longo, grata alla Vergine, al ritorno a Napoli mantenne la promessa fatta, iniziando a prestare la sua opera in vari ospedali, specie in quello di S.Nicola eretto da Giovanna II al Molo Piliero, presso il Castel Nuovo.

Busto marmoreo di Maria Longo,
nell'ospedale Incurabili.

Ben presto però, volendo estendere l’assistenza alle sempre crescenti richieste degli infermi, sollecitata anche dal notaio genovese Ettore Vernazza e dal suo confessore, il domenicano P.Girolamo da Monopoli, concepì l’idea di costruire un nuovo ospedale tra la chiesa di S.Patrizia e la porta S.Gennaro, non distante dal colle ameno di "Capo Napoli", dove circa mille anni prima, nel secolo V, per opera di S.Aniello sorse quello che si può considerare il primo "ospedale" partenopeo.

Il 10 febbraio 1520 furono acquistati case e giardini su questo colle e nel mese di aprile fu posta la prima pietra dal viceré Ramon di Cardona, amico e parente della Longo. Ebbe così inizio quello che doveva restare nei secoli il monumento della carità della città.

Dopo aver dato fondo a tutte le sue risorse, la Longo cominciò a chiedere l’elemosina insieme ai "Confratelli Bianchi della Giustizia" (4) e il popolo napoletano, dai nobili ai plebei, contribuì con generosità al compimento dell’opera, tanto che il complesso ospedaliero e la chiesa furono denominati S.Maria del Popolo degli Incurabili. Questo è il titolo ufficiale dell'Ospedale che si è conservato fino ai nostri giorni.

Dopo solo due anni l’Ospedale era già pronto e il 23 marzo 1522 Maria Longo vi trasferì anche i malati del vecchio Ospedale di S.Nicola, ormai in demolizione per l’allargamento del Maschio Angioino.

Di valido aiuto alla fondatrice furono a Roma due napoletani, il magistrato Marcello Gazzella e il vescovo di Chieti Gian Pietro Carafa, che sarà più tardi arcivescovo di Napoli e poi papa col nome di Paolo IV. Essi ottennero per l’Ospedale privilegi da Leone X, Adriano VI e Clemente VII, che l’11 dicembre 1523 con la bolla Ex supernae dispositionis ne approvò lo statuto.

In particolare, nel breve di Leone X "Nuper pro parte vestra", dell’11 marzo 1519 si parla degli "incurabili" come di pazienti che, non potendo essere curati nella propria casa, sono bisognevoli di ricovero.

Due idee dominarono la prima fondazione: l’Ospedale e la Chiesa di S.Maria del Popolo, che doveva essere la sede della Confraternita dei Governatori. Si aggiunsero in seguito la sede dei Bianchi (1524), l’abitazione privata di Maria Longo (1526), il "Ricovero delle donne pentite" (1526) e infine un monastero di "Riformate" (1531-1536). Il Ricovero delle donne pentite sorse come naturale sviluppo dell’Ospedale, per accogliere le sventurate della strada a scopo di riabilitazione e di previdenza.

La chiesa di S.Maria del Popolo, iniziata il 1° maggio 1520, fu inaugurata il 1° maggio 1522. Essa sarà illustrata a poco a poco da artisti quali Belisario Corenzio, Sansovino, De Mura, Ribera, Santafede, Francesco Solimena, Senese e G.B.De Rossi.

Le linee fondamentali dell’Ospedale rivelano il genio del tempo: un maestoso portale di piperno vesuviano apre l’ingresso al grande cortile; qui ampie scale a rampe, armonizzanti con l’insieme architettonico, conducono ai piani delle corsie e dei vari reparti, mentre chiostri, giardini e fontane allietano l’ambiente. Ormai quella che fu denominata anche la "Reale Santa Casa degli Incurabili" era eretta per sollevare la sorte fisica, morale e religiosa del popolo.

Esempio trascinatore

Questo monumento di fede e pietà cominciò ad essere il cuore della città e divenne ben presto un esempio veramente trascinatore. Tra i tanti lasciti ne cito uno: un gentiluomo, Ferrante Bucca, verso la seconda metà del Cinquecento donò 1.000 ducati, affinché l’Ospedale avesse una succursale a Torre del Greco.

Ospedale "S.Maria del Popolo degli Incurabili":
il grande portale d'ingresso in piperno vesuviano.

In tal luogo furono eretti un ospedale e una chiesa sotto il nome di S.Maria della Misericordia. Qui venivano inviati gli infermi affetti da tubercolosi, da idropisia, o convalescenti, perché l’amenità della zona e la salubrità dell’aria erano ben a ragione considerate fattori essenziali per curare tali infermità.

Proprio in questa succursale di Torre del Greco, circa quattro secoli dopo, il giovane Giuseppe Moscati, in qualità di medico di S.Maria del Popolo degli Incurabili, accorse a salvare un gran numero di degenti inabili. Era in corso l'eruzione del Vesuvio, e riuscì ad evacuare l'immobile pochi minuti prima che le ceneri vulcaniche provocassero, a causa del loro peso, il catastrofico crollo del tetto.

La serie di succursali non si fermò a Torre del Greco. Vennero aperti tra gli altri un ospedale ad Agnano per gli infermi affetti da broncopatie, i quali, specie nel tempo primaverile, si avvantaggiavano delle fumarole di vapori sulfurei, ed un altro ad Ischia per i bagni, le sabbiature e le stufe nei mesi estivi.

Verso la metà del Settecento l’Ospedale degli Incurabili si arricchì di una monumentale Farmacia, vero gioiello artistico costruito per preparare medicinali per alleviare le sofferenze dei degenti e dei poveri di Napoli. Ancor oggi negli splendidi locali si conservano, in magnifici scaffali, oltre seicento vasi di ceramica abruzzese, che mostrano paesaggi, scenari agricoli, allegorie mitologiche e figure bibliche. Furono plasmati dal celebre Donato Massa e decorati da Lorenzo Salandra.
Forse il Comune di Castelli (Teramo), dove furono fabbricati, non ha mai prodotto nulla di più fine. Chi ha il piacere di ammirarli prova una forte meraviglia e sente risonare nel suo animo come un ammonimento il motto biblico del Siracide: "Il Signore ha creato medicamenti dalla terra, l’uomo assennato non li disprezza. […] Con essi il medico cura ed elimina il dolore e il farmacista prepara le miscele" (38.4.7).

Maria Longo fondatrice delle Clarisse Cappuccine

Maria Lorenza Longo seguì attivamente per dodici anni l'"Opera Pia degli Incurabili", che prese via via grande sviluppo. Quando però la salute cominciò a declinare, capì che il suo ruolo di "Rettora" dell'Ospedale era opportuno fosse trasmesso ad altri. Fu provvidenziale a questo punto l'incontro con S.Gaetano Thiene, che incoraggiò l'ispirazione della Longo di fondare un monastero dove vivere insieme alle sue discepole terziarie.

Maria Lorenza Longo
Clarissa cappuccina

S.Gaetano la aiutò quindi in questa nuova fase, e il 19 febbraio 1535 ottenne dalla Santa Sede la "Bolla di fondazione" di un nuovo istituto di vita religiosa, le "Clarisse Cappuccine". Ai primi di agosto del 1535 la Longo e le sue discepole si trasferirono nel monastero della Madonna delle Grazie. Lasciamo qui la parola a P.Agostino Falanga:

"Quel giorno ella prendeva commiato dagli Incurabili; lasciava il suo ospedale, teatro di sue virtù… Partiva, ma il cuore rimaneva ivi ad aleggiare. Era stata madre, madre di famiglia, madre dei poveri, ora Dio la voleva madre di una bella famiglia religiosa, che avrebbe dato gemme alla Chiesa, tra le quali S.Veronica Giuliani" (P.Agostino Falanga, op.cit., p.73).

Dopo la fondazione molte furono le giovani che chiesero di far parte delle Clarisse Cappuccine, Maria Longo "le accolse finché ne poté… Quando ebbe raggiunto il numero di 33 fu costretta a rinunciare alle altre" (P.Agostino Falanga, op.cit., p.78). Per questo in seguito questo monastero fu denominato anche "delle 33".

Maria Lorenza Longo visse gli anni che seguirono con grande intensità spirituale e dirigendo con saggezza il nuovo istituto. Nel 1542 però la sua salute peggiorò notevolmente, per cui decise di rinunciare alla carica di Badessa, continuando però ad avere un grande influsso spirituale nei riguardi delle consorelle. Rese il suo spirito a Dio all'età di 79 anni, il 21 dicembre 1542.


Note:
1.
Alfredo Marranzini s.j., Giuseppe Moscati modello del laico cristiano di oggi, Roma, 1989, pp.110-111.
2.
Ivi, p.118.
3.
Lettera a V.A.Berardi, Presidente del Consiglio di amministrazione, del 12 settembre 1912, in Marranzini, op. cit., p.102.
4.
La Compagnia dei Bianchi della Giustizia fu istituita da S.Giacomo della Marca nel 1430 per l’assistenza dei condannati a morte.


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Parte II

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