San Luigi Gonzaga - 2 Sr Brigid Mary MICM | ![]() |
Pubblicato sulla rivista From the House Top - The Slaves of the Immaculate Heart of Mary,
Still River, Massachusetts, USA, 2006, Vol.XLVII/4 pp.1-19. - Website: www.saintbenedict.com.
Le sue virtù
Da quel momento, Luigi, cercò di fare la Comunione quanto più spesso gli fosse possibile. La sua più grande aspirazione sarebbe stata poterla fare ogni giorno, ma, a quel tempo, non era consentito questo privilegio. Egli continuava a desiderare di restare sempre puro e, per assicurarselo, meditava ogni giorno, per almeno un'ora al mattino. Se si distraeva durante la meditazione, cominciava da capo, finchè non riusciva a completare l'ora senza interruzioni.
Luigi amava così tanto il Signore e la Beata Vergine da voler trascorrere tutto il tempo dinanzi all'immagine del crocifisso, recitando il Rosario con tanto fervore da colpire chiunque lo guardasse. Solo vederlo passeggiare era una fonte di edificazione e di incoraggiamento alla fede. Pur essendo solo un ragazzino, era già grande per le sue virtù e la sua fede.
Una delle sue virtù tipiche era la sua umiltà, grande contraddizione per il mondo aristocratico nel quale viveva. Infatti, l'umiltà, per definizione, è la verità di noi stessi in relazione a Dio. Luigi per nascita era un personaggio di alto lignaggio, e per questo motivo sarebbe stato normale esercitare la sua autorità sugli altri.
Egli, invece, si concentrava sul Trono di Dio , era imbarazzato dal fasto nel quale veniva educato, con tutta modestia avrebbe voluto congedare i servi che si prendevano cura di lui, preferendo farlo da solo: anche i servitori adibiti a rifargli il letto furono esentati da questo compito. Era dolce nel dare comandi, e, quando era necessario, li presentava più come richieste di "favori" che come imposizioni, esercitando raramente la sua autorità.
Il suo guardaroba era semplice ed ordinario ed egli non fu mai persuaso ad indossare abiti che rivelassero il suo alto rango, anche se, la sua regalità, traspariva più dal suo comportamento che dagli abiti che indossava . Non fu mai visto portare indosso una spada come segno di regalità, e quando camminava teneva sempre il capo e lo sguardo rivolti verso il basso, tenendosi sempre a distanza dalla sua famiglia.
In una circostanza, il padre di Luigi, avendo saputo che si era rifiutato di viaggiare sulla carrozza, gli regalò un cavallo, ma, ovviamente, lui rifiutò di tornare al castello su di esso e, quando i servitori gli spiegarono che si trattava di un ordine diretto del padre, allora disse che avrebbe camminato dietro di lui. In un'altra occasione fu visto su di un mulo per le strade della città.
La sua vocazione
Più Luigi cresceva, più sentiva l'attrattiva per la vita religiosa. Egli preferiva più visitare le confraternite e gli ordini religiosi, anziché divertirsi a corte. Mentre cercava segretamente un ordine al quale appartenere, restò colpito dal rigore dei Cappuccini, specialmente dalla loro povertà, ma, dato che non godeva di buona salute, abbandonò l'idea pensando di poter essere più utile in qualche altro ordine.
Fissò il suo sguardo su una nuova compagnia chiamata la Compagnia di Gesù della quale lo attrasse l'entusiasmo per il bene, ed in particolare, il voto di obbedienza, che poneva i membri sotto la diretta giurisdizione del Papa di Roma.
Una delle missioni dei Gesuiti era quella di educare i giovani alla fede ed ebbero successo - per opera soprattutto di S.Francesco Saverio - nel convertire popolazioni dell'India e del Giappone. Per questo Luigi cominciò a desiderare di farne parte. Questa decisione rasserenò la sua anima, pensando di aver compreso quale fosse il disegno di Dio per lui: bruciava dal desiderio di entrare quanto più presto possibile ad entrare nel loro noviziato. Un altro aspetto che lo colpiva era la figura del loro fondatore, Sant'Ignazio, che aveva deposto la sua spada da militare per combattere una "guerra spirituale" per le anime.
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come esempio per gli studenti |
Come Luigi, anche Ignazio era di piccola statura, ma aveva una forza ed un coraggio da "giganti". Ignazio non era da giovane un uomo religioso, ma si convertì dopo aver subito un incidente in battaglia, leggendo le vite dei santi durante la sua convalescenza. Rimase così colpito da quelle letture che, convertendosi, spostò il suo zelo dalla vita militare a quella spirituale. In questo modo, nello spirito dei soldati di Cristo fondò la Compagnia di Gesù, e i suoi membri vennero comunemente chiamati Gesuiti.
Questo concetto attrasse tanti giovani del tempo, che si adunarono dietro la "bandiera" di Ignazio, e di conseguenza la Compagnia crebbe rapidamente. Luigi continuava a desiderare con tutto il suo cuore di farne parte, sapendo che l'attività principale dei gesuiti era diffondere e fortificare la Fede.
I gesuiti, per la loro educazione e formazione, diventarono, naturalmente, la controparte della riforma protestante in Europa, trascorrendo molto tempo a combatterla. Ignazio, in principio, aveva desiderato convertire i Mori, ma invece, data la situazione particolare, i gesuiti rimasero in Europa per la Controriforma.
All'età di quindici anni - ed avendo avuto una miracolosa conferma dalla Vergine Maria durante le sue preghiere, pensò che fosse giunto il tempo per chiedere al padre il permesso di entrare nella Compagnia. Sua madre gli consigliò di aspettare che parlasse prima lei con il marchese, perché entrambi sapevano che Don Ferrante non era contento che il figlio Luigi entrasse così giovane in un ordine religioso. Infatti, arrivato quel momento, fu chiaramente contrario.
Oltre ad ottenere il permesso del padre, dovevano essere sistemate molte altre questioni prima che Luigi entrasse nei gesuiti. In quel periodo - secondo l'uso delle famiglie aristocratiche - faceva il "paggio" presso l'Imperatore e l'attendente dell'erede al trono di Spagna. L'Imperatore sperava che il suo esempio e le sue virtù aiutassero il figlio a diventare un buon re per l'Impero Spagnolo. Invece il principe si ammalò improvvisamente e morì tragicamente, così Luigi abbandonò il suo servizio e ritornò a casa. Questo congedo però gli consentì di perseguire il suo desiderio di entrare nella vita religiosa.
Il permesso negato
All'epoca, specialmente nell'alta aristocrazia, di solito il primo figlio ereditava il titolo e la fortuna della famiglia, mentre il secondo poteva entrare al servizio della Chiesa, magari diventando un alto prelato. Comunque in molti ordini religiosi, specialmente nei gesuiti, non era importante possedere titoli o grandi fortune per entrarvi. Si consideravano un ordine povero, i cui membri dovevano vivere di elemosina, in accordo con il voto di assoluta povertà. Luigi avrebbe voluto abdicare in favore di suo fratello Rodolfo.
Questo tipo di documento doveva essere presentato dagli avvocati all'Imperatore, il quale doveva approvarlo insieme alla Corte Imperiale. Per far ciò serviva il consenso e la firma del padre, per questo motivo Luigi dovette combattere una grande battaglia nella sua casa, per cinque anni, contro il padre che aveva sempre amato e servito fedelmente.
Fu dopo una cena che Donna Marta, la madre di Luigi, cominciò a parlare con il marchese del suo desiderio. Il colpo che subì Don Ferrante nel sentire questo lo portò ad avere un grande scatto di ira, a scagliare un pugno ed a chiedere di vedere immediatamente Luigi. Quando giunse davanti a lui, il marchese era talmente adirato da mandarlo via senza consentirgli di parlare.
Ora che era più anziano, Don Ferrante era stato colpito da gotta alle gambe, una malattia deformante che lo costrinse per settimane a stare a letto, e non potendosene occupare, contava su Luigi per la gestione degli affari e delle finanze della famiglia. Di conseguenza, sapere che il suo beneamato figlio voleva lasciarlo, fu un duro colpo per il suo cuore e, come reazione, rifiutò di firmargli il permesso per entrare nei gesuiti. Luigi d'altra parte aveva come il padre un carattere forte, e strenuamente convinto che fosse quella la volontà di Dio, rimase fermo nel suo proposito, offrendo per conseguire il suo fine ancor più preghiere, mortificazioni e penitenze.
Don Ferrante si appellò alle autorità ecclesiastiche, affinché disapprovassero, o, almeno, mettessero in discussione la sua vocazione: voleva caparbiamente rimandare il suo ingresso nella vita religiosa e si appellò a prelati, cardinali ed ai Domenicani, nel tentativo di farlo dissuadere dal suo intento.
Chiedeva ad ognuno dei religiosi di far scoprire a suo figlio di non avere una vocazione autentica, ma questi, dopo aver parlato con Luigi, rendendosi conto della sua santità, cercavano invece di convincere il padre a cambiare idea e a lasciarlo entrare tra i gesuiti. Don Ferrante arrivò a definire le azioni del Padre Provinciale dei Gesuiti come un "avvocato del diavolo", ma questi in verità aveva solo constatato la sincerità della vocazione del figlio.
A questo punto Don Ferrante cominciò ad indebolirsi e permise a Luigi di abdicare in favore del fratello Rodolfo, preparando i documenti che servivano per redigere l'atto. Rodolfo ricevette l'eredità da Luigi, anche se Luigi avrebbe potuto contare su una rendita, se ne avesse avuto bisogno, di 4000 ducati all'anno, con gli interessi di 400 ducati per dieci anni. Luigi fu felice dell'abdicazione, pensando che si avvicinasse il suo ingresso nei Gesuiti, ma, visto che apparteneva alla corte, l'ultima decisione spettava all'Imperatore.
Fece richiesta alle Corti Imperiali, chiamando in aiuto la Duchessa di Mantova, figlia di Ferdinando I e zia dell'Imperatore Rodolfo, sperando che, grazie al suo intervento, l'Imperatore concedesse più velocemente il suo consenso. Ognuno di loro, compreso l'Imperatore, riconosceva le nobili virtù di Luigi e la sua forza di carattere, e speravano che sarebbe stato una grande figura nella Corte Imperiale, avendo un ottimo ruolo, come suo padre, nel reame;: per questa ragione gli era stato affidato il compito di badare al principe.
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della peste nell'ospedale |
Dopo questa richiesta, Luigi continuò ad aspettare e pregare con tanto fervore perché l'Imperatore desse il suo consenso al più presto: trascorreva molto tempo nella sua stanza, dinanzi al Crocifisso, e scriveva frequentemente al Padre superiore dei Gesuiti, implorando il suo sostegno e la sua guida. In queste lettere ripeteva quanto crescesse sempre più il suo desiderio di entrare nell'ordine e come stesse lottando duramente per riuscirvi.
Padre Aquaviva, quinto Padre Generale dei gesuiti, consigliò a Luigi di obbedire al padre come se fosse il Padre Celeste. Lo confortò dicendogli che, alla fine Dio, conoscendolo, avrebbe toccato il cuore di Don Ferrante, consentendogli di "vincere".
Intanto Don Ferrante, uomo che conosceva solo la guerra, nel suo cuore non poteva accettare che suo figlio intraprendesse una vita "oscura", avendo per lui progetti di "gloria" e di gratificazioni che pensava fossero per il suo bene, e si sforzava di trattenerlo. Luigi, in quel periodo, si stava occupando degli affari della famiglia nel palazzo del padre, ma si recava spesso in visita presso la vicina casa dei gesuiti, dove trascorreva molto tempo sentendosi, come desiderava, uno di loro. Andava spesso a seguire i loro discorsi, e quando non poteva se li faceva trascrivere interamente, trascorrendo intere notti a studiarli.
Il permesso accordato
Finalmente arrivò l'approvazione! Luigi abdicò in favore di suo fratello Rodolfo, che ereditò il marchesato. Luigi ancora una volta tentò di avvicinarsi a suo padre. Don Ferrante, però, restava irremovibile ed allora egli, disperato, pregava Nostro Signore di concedergli pazienza e perseveranza.
Luigi stava soffrendo molto ed alcuni dei servitori della famiglia, vedendolo in quelle condizioni, si appellarono al marchese affinché comprendesse lo stato d'animo di suo figlio. Allora Don Ferrante, guardando le ferite di suo figlio dal buco della serratura, provocate dalle sue pratiche di penitenza, rimase così colpito da decidere rapidamente di acconsentire ad esaudirlo, precipitandosi nella stanza e correndo ai suoi piedi, ma, ormai, gli restava poco da vivere.
In seguito, decisero di recarsi a vedere dove sarebbe stato Luigi. Il marchese aveva pensato che sarebbe vissuto con un cardinale suo parente, dunque non troppo lontano ed in modo confortevole. Ma quando Don Ferrante apprese che per diventare gesuita Luigi non poteva restare in famiglia, cominciò a pentirsi della sua decisione: voleva che suo figlio avesse un appartamento privato con dei servitori, e solo a quella condizione avrebbe dato il suo consenso, ma la regola dei gesuiti non lo consentiva e questo contribuì a ritardare l'ingresso di Luigi tra di loro.
Luigi, in disaccordo con questo suo atteggiamento, non poteva far altro che pregare. I genitori hanno il compito di consigliare i figli, ma non di ostacolarli nel seguire la propria vocazione. Anche i genitori, come i loro figli, sono soggetti al volere divino, al quale non possono contrapporsi anche se costasse molti sacrifici. Luigi stava subendo le ultime "prove" della sua vocazione e, dopo altri cinque anni di preghiere e di suppliche, all'età di venti anni pensò che fosse giunto il tempo di prendere una posizione più "ferma".
Amando e rispettando suo padre, temeva di causargli un danno andando via. Dopo aver trascorso tutto il giorno in preghiera, decise di chiedergli un'ultima volta il suo consenso. In questo momento di grazia, entrando nella stanza del marchese, gli disse con dolcezza, rispetto e fermezza: "Io sono in vostro potere, padre, e voi potete fare di me ciò che volete. Ma dovete sapere che il Signore mi chiama ad entrare nella Compagnia di Gesù, e voi state disobbedendo a Lui, opponendovi alla mia vocazione."
Dopo un breve momento di silenzio, Luigi lo salutò con lo stesso rispetto con il quale era entrato nella stanza, lasciandolo preso dai propri pensieri. Questo atteggiamento colpì molto Don Ferrante, che non voleva opporsi alla volontà divina, ma pensava di agire per il bene di suo figlio, spinto da buone intenzioni. La sua unica reazione fu colpire il muro e scoppiare in lacrime.
Qualche giorno dopo convocò suo figlio, e profferì queste parole: "Figlio mio, quale crudele ferita hai inflitto al mio cuore! Ti ho sempre amato e continuo ad amarti, perché tu meriti il mio amore ed avevo delle speranze su di te. Ed ora tu mi dici che Dio ti ha chiamato altrove, allora io non ti tratterrò oltre, e che Dio ti conceda la felicità!"
Il marchese aveva il viso pieno di lacrime, ma erano lacrime liberatorie. Luigi, piangendo di gioia, lo salutò con affetto e lasciò la stanza: finalmente aveva vinto! Ora era ansioso di cominciare il suo viaggio finale e, dopo un semplice banchetto in suo onore, lasciò la città di Castiglione con una carrozza. La gente della città accorse per salutare il proprio principe per l'ultima volta, scoppiando in lacrime. Luigi non poteva essere più felice, e l'ultima immagine che videro le persone fu il suo sorriso solare.
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