Castità feconda in San Giuseppe Moscati

Alfredo Marranzini s.j.

[articolo pubblicato sull’Osservatore Romano del 24 Marzo 2007]

L'avv. Nicola Mastelloni (1), duca di Salza e presidente dell'Opera Pia del Purgatorio ad Arco, di cui Moscati fu consulente gratuito insieme al prof. Antonio Cardarelli, narra che verso il 1902 o 1903 mentre egli e Moscati si trattenevano a parlare sulla condotta rilassata di tanti giovani, "nel calore della conversazione [Peppino] con la più grande semplicità si lasciò sfuggire dal labbro che avrebbe sempre serbato inalterati i suoi costumi e i suoi principi. Esclamai: "Ed allora perché non ti rendi sacerdote?". Ed egli sempre con semplicità di linguaggio: "Ci vuol ben altro! Il ministero sacerdotale è così alto e divino che per essere sacerdote occorre uno spirito e una virtù che non ho" (2).

Moscati non abbracciò il sacerdozio né la vita religiosa, ma serbò in tutta la sua vita una purezza illibata. Un suo illustre discepolo, il prof. Enrico Polichetti, primario chirurgo all'Ospedale della Marina di Venezia, ci ha descritto un di lui profilo, che ce ne fa non solo conoscere i lineamenti esteriori, ma anche intuire gli intimi sentimenti: "Me lo rivedo oggi [...] in quella sua ingenuità infantile, con quello sguardo mansueto e tenero, riposante ma profondo, senza malizia, pieno di spiritualità e purità, con quei suoi bellissimi occhi, piccoli, grigi, umidi, vivaci, sfavillanti, dolci, espressivi, invitanti alla fiducia... La sua generosità, la squisitezza, la modestia dignitosa, ne facevano un grande modello, le cui preclare qualità e virtù suscitavano l'entusiasmo di ogni ceto di persone, come di noi giovani, piena la mente di ideali che egli infondeva con l'esempio della sua vita" (3).

Colpiscono queste parole pronunciate da Polichetti sul suo Maestro nel 1956, ma ancora più toccante è quanto disse del "Medico Santo" il suo collega prof. Pietro Capasso il 9 maggio 1927, a meno di un mese dalla di lui morte.

"La comunione incessante di vita (che Moscati stabiliva con i suoi colleghi alunni e malati) rivelava le qualità mirabili della sua anima, mai scompagnatisi dalle doti del suo intelletto. Anima pura, nata per il bene, polarizzata nell'angelico sorriso consolatore: anima che non conobbe asprezze di giudizi né volgarità di invidie o d'insidie, né voci di censura e nemmeno l'accento o la parola intonata a frivola irriverenza. Dalle sue labbra fluivano la austerità, la bontà, la grazia; e pareva quasi che tutte quelle giovinezze che l'attorniavano perdessero innanzi a Lui, per un mirabile fenomeno di mimetismo, tutte le balde condiscendenze, tutte le gioviali audacie, tutti gli improvvisi straripamenti che turbinano nei giovani cuori ed accompagnano lietamente la più bella stagione della vita... Pareva quasi che la naturale sensibilità dello spirito così colto ed eletto di Moscati non avesse inteso mai il rigurgito possente del sangue e della carne fragile, e che le richieste biologiche della giovinezza imperiosa si fossero convertite in Lui in equivalenti spirituali, in sorgenti di altre pure energie volte verso l'estasi e la sublimazione" (4).

"Le illusioni di amore per lo frutto di esaltazione dei sensi"

Durante la sua giovinezza Moscati dovette qualche tempo esitare tra la scelta del celibato e le caste gioie della famiglia lo si rileva chiaramente da questo brano del suo diario:

"Oh se i giovani nella loro esuberanza sapessero che le illusioni di amore, per lo più frutto di una viva esaltazione dei sensi, sono passeggere! E se un angelo avvertisse loro, che giurano così facilmente eterna fedeltà a illegittimi affetti, nel delirio da cui sono presi, che tutto quello, che è impuro amore, deve morire, perché è un male, soffrirebbero meno e sarebbero più buoni. Ce ne accorgiamo in età più inoltrata, quando ci avviciniamo per le umane vicende, per caso, al fuoco, che ci aveva infiammati e non ci riscalda più. Ho dovuto osservare una signora, che, nei primi anni miei giovanili, aveva riempito i miei sogni, ed ella non lo sapeva. Chi l'avrebbe mai pensato che un giorno costei sarebbe ricorsa a me? Sempre impressionante quella bellezza! Ed io ho compiuto il mio dovere umanitario tranquillamente, nobilmente, senza che vibrasse al cuore corda dentro di me. Mi ha domandato, perché io potessi paragonare il suo stato attuale con l'antica floridezza, se l'avessi mai vista prima. Ho risposto di no. E non era una bugia. Era un'altra quella dei miei primi anni, scomparsa senza rammarico e senza rimpianto, purificato il cuore!" (5).

Queste parole dimostrano non soltanto la vittoria riportata un giorno da Peppino di sé in vista di un'ideale di purezza superiore, ma anche l'altezza della perfezione a cui era salito, non senza lotta, però, né senza continua vigilanza e un generoso esercizio di mortificazione.

Egli fu molto parco nel sonno, rimase costante nell'osservanza delle astinenze e dei digiuni, da cui non volle mai essere dispensato perché schivo degli agi delle comodità, di ogni cosa speciale. Evitò con cura gli ambienti mondani; giunse persino a proibirsi gli strumenti musicali, nell'uso dei quali prendeva grande diletto (6). Il riserbo dignitoso, che aveva decisamente imposto a se stesso, gli fece tenere un contegno piuttosto severo.

"Anni or sono riferisce il p. Francesco Cibarelli, delle Scuole Pie, lo pregai di visitare una povera malata affetta da un male, non facilmente diagnosticabile. [...] Egli faceva la palpazione e la percussione come in un gran raccoglimento, ma i suoi occhi erano socchiusi; la testa rivolta in alto e china su di una spalla, come se egli non visitasse un'inferma, ma ascoltasse delle voci che venivano dall'al di là. [...]. Rimasi alquanto impressionato, e, per la confidenza che mi ispirava, mi feci ardito e gli domandai perché non aveva guardato non solo il viso della malata, ma nemmeno quelle parti del corpo, che ogni medico, per ragioni professionali, si crede in dovere di osservare. Non ricordo che cosa rispose. [...]. Ricordo solamente un sorriso, che niente aveva di umano, sorriso che, pur rimproverando, non umiliava, ma correggeva ed apriva nuove vie, ed insegnava nuovi metodi non mai detti finora da alcun maestro" (7).

Giuseppe Moscati
studente universitario

"Io scorgevo nel Prof. Moscati -- conferma il p. Giuseppe Bottiglieri -- - una purezza di cuore così elevata che quando lo riconciliavo ne restavo sbalordito. Più volte gli ho mandato persone in casa per visite straordinarie, ed esse sono sempre restate meravigliate del portamento angelico del Professore. Una signorina che, per suo scrupolo di coscienza, non voleva essere visitata a nessun costo, andò da lui, mandata da me, e restò completamente soddisfatta" (8).

La vigilanza ininterrotta che Moscati esercitava su se stesso talvolta lo faceva trasalire dinanzi ai pericoli e allora, accennando alla sua professione, diceva con accento pieno d'affanno: "Noi siamo in mezzo al fuoco!".

Egli era in mezzo al fuoco, ma le fiamme non riuscivano a lenirlo, perché era protetto dalla salda corazza della mortificazione e della preghiera dell'Eucaristia, di cui è frutto la Castità.

Viaggio a Vienna e a Budapest

Il prof. Moscati si è recato per la prima volta all'estero nel 1911, per partecipare a Vienna al congresso internazionale di fisiologia, dietro incarico del Ministero della pubblica istruzione, affidato a lui e al prof. Gaetano Quagliariello per interessamento del prof. Filippo Bottazzi, rettore dell'Università. Questo viaggio di Moscati è per noi interessante, perché ci manifesta il suo carattere, i suoi stati d'animo, i suoi pensieri, i suoi gusti, i suoi desideri, la sua cultura scientifica e artistica, i suoi costumi illibati.

Il medico trentunenne, preoccupato per la salute della mamma, lascia a malincuore Napoli. Non abbiamo scritti di questo viaggio, però supplisce a questa lacuna una pagina del prof. Quagliariello, che fu suo compagno di viaggio all'andata e durante la permanenza a Vienna e a Budapest.

"Non era facile sottrarsi al suo fascino"

"Egli partì da Napoli qualche giorno prima di me -- scrive Quagliariello -- e mi attese a Venezia dove aveva voluto incontrarsi con un suo compagno di studi che ivi esercitava la medicina (prof. Enrico Polichetti, primario nell'Ospedale della Marina). Venne a rilevarmi alla stazione nel giorno stabilito, mi condusse all'albergo ed ebbe per me tutte le attenzioni di un fratello maggiore. Ma quello che costituì per me una grande gioia fu la visita della meravigliosa città sotto la sua guida. Conoscevo la sua eccezionale preparazione scientifica, ma fu per me una vera sorpresa la sua profonda cultura in storia dell'arte, e il suo senso artistico, per cui nulla sfuggiva al suo sguardo di sagace osservatore.

Anche il viaggio da Venezia a Vienna in sua compagnia fu delizioso. Le bellezze della natura suscitavano in lui il più ingenuo entusiasmo e accenti al cui fascino non era facile sottrarsi. Parlammo anche di cose di scienza, ed io gli esposi le ricerche che avrei riferito al congresso. Egli le approvò, dimostrando di conoscere l'argomento a fondo, meglio di me che vi avevo lavorato per oltre un anno, il che, devo confessarlo, destò in me un senso di dispetto e di umiliazione, che la sua semplicità, la sua benevolenza ben presto dissiparono, lasciando solo un senso di grande ammirazione e di profonda simpatia. A Vienna, sebbene alloggiati nello stesso albergo, ci vedemmo poco, perché mentre io seguivo i lavori del congresso egli visitava cliniche ed ospedali.

Alla fine del congresso egli volle accompagnarmi a Budapest, dove io avevo stabilito di passare un semestre presso quell'Istituto biochimico. Ma prima di separarci per riprendere ciascuno il proprio lavoro, decidemmo di dedicare tre o quattro giorni alla visita della città.

Le visite furono però innanzitutto, per gli ospedali e per le cliniche e di esse un ricordo mi è rimasto vivo nella mente: l'interesse che egli, che era ed appariva ancora un adolescente, riusciva a destare con le sue domande, le sue obiezioni, l'affermazione delle sue idee c della sua esperienza, in clinici famosi quali Koranv, Udransky, ecc. Essendo sorta una discussione tra lui e il direttore della clinica chirurgica sull'esecuzione di una certa operazione, questi volle eseguirla il giorno seguente alla sua presenza. Quando all'atto della sua partenza per l'Italia ci separammo, la mia ammirazione e devozione per lui erano definitivamente consolidate" (9).

Un increscioso episodio

Durante la visita a Budapest si verificò un increscioso episodio, che manifesta in maniera evidente l'illibatezza dei costumi di Giuseppe Moscati. E lo stesso prof. Quagliariello a deporlo nel processo ordinario:

"A Budapest [...] c'incontrammo con un nostro comune amico ungherese, medico, che avevamo conosciuto a Napoli all'Università, dove egli fece studi di perfezionamento. Questo nostro amico ci accompagnò facendoci vedere la città, infine, non saprei dire se volontariamente o involontariamente, c'introdusse in una casa di gran lusso, dove, non appena il servo di Dio si accorse di trovarsi in un ambiente equivoco, immediatamente volle andar via, e di questo episodio non si è mai più parlato. La nostra permanenza in quella casa si ridusse a non più di 5 minuti, senza che il servo di Dio si sia allontanato da me nemmeno per un istante" (10).

Lo stesso prof. Quagliariello, in una dichiarazione inviata per mezzo della Curia arcivescovile di Napoli il 16 ottobre 1945 al promotore generale della fede, ribadì:

"Nel 1911, all'epoca del viaggio di Budapest, di cui già riferii nella mia deposizione, io stimavo il Moscati come un uomo virtuoso, di grande gentilezza e di profonda cultura; ma, non avendo avuto intimità con lui, non conoscevo la grandezza e la religiosità della sua anima, che ebbi la fortuna di conoscere in seguito. Ed allora ripensando all'episodio di Budapest, mi sono formato la ferma convinzione che, se egli avesse avuto la conoscenza del luogo, dove la nostra guida ci conduceva, avrebbe, con garbo ma con fermezza, rifiutato di porci piede. Confermo poi che la permanenza in quella casa fu brevissima, appena il tempo necessario per comprendere dove ci si trovava. Ed appena il Moscati ebbe sentore dell'ambiente, si alzò e disse: "Andiamo via!", cosa che facemmo immediatamente" (11).

Statua collocata da S.Giuseppe Moscati nell'Ospedale Incurabili

Voto di castità

Per rendere sempre più salda la sua castità Moscati emise forse verso il 1914 il voto di castità. Infatti egli scrive: "Nel recitare le parole dell'Ave Maria: Benedicta tu in mulieribus et benedictus fructus ventris tui Jesus, ho uno slancio di tenerezza per la Madonna, sotto il titolo del Buon Consiglio che mi sorride così bene come è effigiata nella chiesa delle Sacramentino. Innanzi a questa Immagine e in questa chiesa io feci abiura degli impuri affetti terreni". Tale confessione, secondo tutte le probabilità, ha un valore ben singolare. Quest'atto intimo ha luogo nella chiesa delle Sacramentine e s'innesta in una vita che è già scevra di macchie.

Perciò le parole brevi, essenziali, che corrispondono pienamente allo stile di Moscati, esprimono un vero e proprio voto di castità, emesso ai piedi della Madonna, in un'ora di particolare commozione spirituale. L'atto, secondo una fra le molte testimonianze ai processi (12), ebbe un precedente pieno di significato. Alcuni colleghi di Moscati tentarono contro di lui uno scherzo di una distillata volgarità: simularono una chiamata da parte di una supposta inferma grave, che era in realtà una donna di mala vita, e riuscirono a far sì che egli ci andasse. Moscati andò, ma appena messo piede nella casa della sciagurata, capì di che si trattava, ed usci. In tal modo lo scherzo fallì, ma nel Medico la luce interna si fece più vivi da tanto che, prima di rincasare, egli si fermò nella chiesa delle Sacramentine e sotto lo sguardo di Maria si consacrò al Signore.

Indoviniamo attraverso le sillabe scarne annotate da lui, una intonazione di spirito filiale e la corrispondenza piena degli affetti: uno di quei momenti in cui la generosità può diventare eroismo. Ma in Moscati momenti come questo sono il frutto di una maturazione diuturna, tacita, umilissima. Ora per ora, egli esercita sui propri sensi una vigilanza che non conosce tradimenti né subisce seduzioni. Attua questa disciplina in un'atmosfera di fatica, e, al tempo stesso, di dominio spirituale. Le esperienze accumulate attimo per attimo si stratificano quasi a formare un usbergo impenetrabile, pervaso da una positiva dinamica interiore. Non c'è nulla, in questa difesa, che agghiacci lo spirito o lo isoli rendendolo egoista. Si tratta piuttosto di un involucro igneo, che tiene distanti le insidie sensuali e accende sempre più lo spirito.

Il fuoco interno e purificato diviene carità: amore verso Dio, "amore verso il prossimo, che si diramano in rivoli di orazione e di azione. E ad un certo momento, proprio in quel giorno, dinanzi alla Madonna del Buon Consiglio, questo complesso di energie si assomma in un solo atto di offerta e di impegno. Evidentemente Moscati ha riflettuto a lungo, ha saggiato, per quanto gli è stato possibile, le proprie forze confidando soprattutto nella grazia di Dio e compie l'offerta totale di sé: non soltanto del presente, bensì anche dell'avvenire.

Rinunciare, non per ora soltanto ma per sempre, anche alla famiglia [...], ecco il momento culminante, premeditato e prevoluto, e tuttavia improvviso, che erompe dall'anima, come il capolavoro preparato da tanto tempo scaturisce a un tratto dall'artista: Moscati con un voto particolare s'incatena a quella purità che è il suo modo personale di servire Dio. La fedeltà quotidiana che è stata, fino ad ora, spontanea, rinnovata attimo per attimo, si eleva d'ora in poi ad obbligo accettato: la disciplina superiore, riconfermata attimo per attimo, si stabilisce, si fissa, in una condizione di vita.

E, come spesso accade per gli atti spirituali più compenetrati dalla forza dell'amore, anche questo ha una sua logica profonda e incontrastabile: è l'impegno della purezza dinanzi alla Regina della purezza.

Da ora in poi questa difesa della purezza, che è sempre stata integrale in Giuseppe Moscati, acquista aspetti più intensi: "Gli angeli sono superiori a noi - egli dice (13) - ma gli uomini possono essere superiori in merito, perché in mezzo alle fiamme della concupiscenza si difendono vittoriosamente, in snudo che questo fuoco non attacchi la loro veste di carne. E con le ripetute vittorie che riportano sulle loro passioni, in un certo qual modo cambiano natura così da spiritualizzarsi".

Poche definizioni della purezza ne dipingono più completamente la dignità eminente e la segreta dinamica necessaria per mantenerla. Durante tutta la giovinezza, e funse durante tutta la vita di Moscati questo motivo (quasi sempre inespresso) agisce nel profondo, e costituisce un centro irradiatore di energie. Lo sforzo necessario per la difesa della purezza lo induce ad esercitare una vigilanza continua sovra i propri sensi e sentimenti; perché, ricordiamolo bene, egli si trova a mantenere la purità non nel raccoglimento di un chiostro, e non è circondato nemmeno da duella zona di rispetto da cui generalmente è circondato il sacerdote: soprattutto è privo dei particolari doni di grazia concessi allo stato sacerdotale. Anzi è pienamente immerso entro il movimento del mondo, e la professione stessa lo porta a continui pericoli e situazioni delicate.

Anche per i laici ci sono professioni ed attività in pieno secolo, le quali consentono un qualche isolamento, o se non altro un certo spazio frapposto fra l'uomo e il mondo. Moscati, invece, è sopraffatto dall'orario di lavoro, assillato da richieste di visite, consulti, congressi, esami, lezioni... E ciascuna ora di questo lavoro costituisce un logorio particolare, e presenta forse un'insidia intellettuale o morale.

Nel profondo impegno ascetico necessario per mantenere una posizione spirituale e pratica come questa, Moscati raggiunge la semplicità: ciò lo sostiene e lo salva. Si tratta di un abbandono in Cristo amorevole e continuo, imperniato sulla fiducia sconfinata nella misericordia divina, e sulla consapevolezza del proprio nulla. 1 due termini di tale certezza si trasformano in leve, dalle quali è mosso tutto l'ingranaggio intimo; tanto è vero che, se noi addentriamo lo sguardo nella psicologia spirituale di quest'uomo di azione, rimaniamo stupiti per la precisione e destrezza con le quali imposta i problemi interiori. Per esempio, abbiamo parlato dell'impegno di purità che egli assolve attraverso mille e mille pericoli: osserviamo ora in quale modo egli disponga la strategia interna che lo conduce a vincere.

Anziché insistere unilateralmente nel combattimento contro i propri sensi, mobilita in pieno anche l'ala destra e l'ala sinistra dello schieramento di virtù che pratica: "Per la virtù della castità Moscati diceva doversi ricorrere a due mezzi efficacissimi: primo, la preghiera, perché la castità è un dono così alto che Dio lo concede soltanto a chi lo chieda con una preghiera costante e fervorosa; secondo, l'umiltà, perché quanto più un'anima si umilia datanti al Signore, tanto più il Signore le concede questa virtù angelica. E più confida nell'aiuto divino. Orazione ed umiltà: due mezzi irresistibili per corroborare la castità. Com'è opportuna questa applicazione, frutto evidente di profonda esperienza! Un motivo ascetico come questo non s'impara dagli altri o dai libri. Per esserne tanto convinti e possederlo a tal punto, bisogna soprattutto averlo vissuto" (14).

Alta stima del matrimonio

Scelta per sé la via della perfezione celibataria, Moscati soleva incoraggiare i suoi assistenti al matrimonio e all'aprirsi delle loro famiglie numerose, essendo i figli una benedizione di Dio. Egli rigettava unicamente la depravazione del sesso, l'assenteismo dai doveri imposti dalla unione coniugale l'egoismo malefico del controllo delle nascite.

"Riuniti nella saletta attigua alla terza sala, come spesso accadeva, dopo le consuete visite ai malati di sala e di ambulatorio -- ricorda il Dottor Andrea Piro - si chiacchierava un giorno intorno al fidanzamento di un collega che era prossimo a passare a nozze. Il prof. Moscati se ne compiaceva assai e faceva delle chiose morali intorno al matrimonio e concludeva: "Io consiglio sempre il matrimonio ai giovani; perché considero il celibato un privilegio di pochi"" (15).

E a proposito di un movimento, fondato sull'eugenetica, che voleva proteggere dalla decadenza la razza umana, chiamando al matrimonio soltanto gli individui sani, egli si levò contro i mezzi proposti, lesivi della libertà, e scrisse una splendida pagina in difesa della religione e della continenza, uniche salvaguardie della moralità sociale.

"Non è da fondarsi, per ottenere qualche risultato, che sulla propaganda religiosa e morale e sulla continenza. [...]. Tutti i giovani dovrebbero comprendere che nella pratica della continenza è il modo migliore per tenersi lontani dalla massima malattia trasmissibile, che é simbolo del peccato originale, la sifilide; mantenendo il loro spirito e il loro cuore lontani dalla turpitudine, in un esercizio di rinuncia e di sacrificio; dovrebbero giurare di concedere la loro maturità sessuale all'essere unicamente amato. Nell'Italia meridionale, nei contadini, vedano ancora, e non in altri paesi, famiglie dense di bellissimi figli... figli generati da due esseri forti, che si amarono semplicemente, come gli uccelli delle loro montagne, e non ruppero mai la loro fede" (16)

Non avveleniamo l'amore

Con l'avvento del fascismo si determinò un movimento per proteggere la razza umana dalla decadenza, cercando di chiamare al matrimonio della specie soltanto gli individui sani. Il Segretariato per la moralità istituito presso la Giunta diocesana dell'Azione cattolica di Napoli, curò nel 1925 la pubblicazione di un volumetto dal titolo L'Eugenica (17), nella cui prima parte il p. Giuseppe De Giovanni (18) espone i principi morali cattolici al riguardo, e nella seconda il prof. Mario Mazzeo (19) gli aspetti scientifici.

Moscati accettò di stendere la prefazione, nella quale rivela preparazione scientifica, sensibilità e profonda adesione ai calori della v ila. Ai suoi tempi alcuni eugenisti, per salvaguardare la razza umana dalla decadenza suggerivano mezzi lesivi della libertà e delle biologiche, e quindi dell'etica.

Moscati condanna perciò la sterilizzazione, le pratiche malthusiane e le norme contro la libera contrazione del matrimonio. Fa molto più affidamento sulle sapienti risorse della natura, capaci di ristabilire l'equilibrio eugenico secondo le leggi mendeliane, per cui sulle rovine di famiglie degenerate nuovi germi riproducono l'eterna primavera della vita.

Invita perciò i legislatori a tutelare la sanità morale con una politica di elevazione dei valori religiosi e morali del popolo, e di miglioramenti economici.


Note:

1) N. Mastelloni fu tute al Processo di canonizzazione del prof. Moscati, cfr Summarium pp. 269-279, par 915-966.
2) In E. Marini, II Prof. Giuseppe Moscati della R. Università di Napoli, Tip. Giannini, Napoli, 1930, p. 228.
3) Conferenza tenuta da Polichetti all'Istituto Armanni dell'Ospedale degli Incurabili di Napoli e subito pubblicata col titolo "Giuseppe Moscati e la malattia risortale di Enrico Curuso" in Riforma Medica 70 (1956) 485-491, rivista di cui il Santo era stato per anni redattore.
4) P. Capasso, "Commemorazione di Giuseppe Moscati" tenuta all'Associazione Napoletana dei medici e naturalisti, edita a cura di Gennaro Moscati, Tip. Giannini, Napoli 1927, pp. 137-152, testo citato, pp. 144-145.
5) Archivio Moscati Napoli.
6) Ciriaco Moscati, figlio del fu Pasquale, cugino di Peppino Moscati, conserva nella sua abitazione a Napoli (via Orsi, 36) un grosso volume con musica trascritta parte da Peppino, parte da Nina Moscati. Si tratta di pezzi classici, ma anche di canzoni popolari. In esso si trova la trascrizione autografa della canzone E tre chinore, di G. Caputo, musicata da V. Di Chiara.
7) Celestino Testore, Il prof. Giuseppe Moscati della R. Università di Napoli, Tip. Giannini, Napoli, p. 117.
8) Ib., p. 118.
9) A. Marranzini, Giuseppe Moscati, modello del laico cristiano, AdP, Roma 2003, pp. 122-123.
10) Summarium pp. 389-390, § 1335.
11) Positio introductionis causae, p. 25, riportato in Animadversiones de virtutibus, p. 47, cfr anche Responsio ad animadversiones de virtutibus, pp. 93 - 94, n. 73.
12) Summarium, p. 167, par 547. La teste Emma Picchillo depose di aver appreso l'episodio dalla sorella di Moscati, Nina, la quale connesse il testo ora citato con l'insidia scherzosa tesa a suo fratello da alcuni colleghi.
13) Summarium, p. 175, par. 566.
14) Giorgio Papasogli, Giuseppe Moscati. Vita di un Medico Santo, postulazione generale della Compagnia di Gesù, Roma 1975, p. 87.
15) E. Marini, Il Prof Giuseppe Moscati della R. Università di Napoli, cit. p. 83.
16) Il testo citato è in A. Marranzinni, G. Moscati modello del laico, cit., p. 356.
17) G. De Giovanni - M. Mazzeo, L'eugenica, Napoli 1925.
18) Nato a Benevento, entrato nella Compagnia di Gesù il 30 luglio 1897, ordinato sacerdote il 29 luglio 1907, fu rettore del Convitto Pontano-Conocchia, del Pontificio seminario regionale di Catanzaro, ordinario di storia ecclesiastica e preside della Facoltà teologica s. Luigi a Posillipo-Napoli; provinciale dei gesuiti di Napoli, morì a Napoli il 26 aprile 1967. Fu intimo amico di Moscati e teste al processo apostolico. Cfr Summarium, pp. 355-363, par. 1234-1255.
19) M. Mazzeo, nato a Beltiglio di Ceppaloni (Bn) il 10 aprile 1889, m. a Napoli il 30 maggio 1973. Fu alunno molto amato da Moscati e depose al Processo della di lui canonizzazione. Cfr Summarium pp. 148-156, par. 147-440.


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