Il magistero recente sull’Amore
nell’Enciclica "Deus Caritas Est"
di Benedetto XVI - 1

Dott.ssa Maria Grazia Di Palermo

Creazione e storia della salvezzaRealismo del Nuovo Testamento

Testo tratto da: San Giuseppe Moscati e il magistero recente sull’Amore nell’Enciclica "Deus Caritas Est" di Benedetto XVI. Fa parte della Tesi di Magistero in Scienze Religiose discussa dall'autrice all'Università della Santa Croce di Roma il 19 giugno 2007. Relatore il Prof. José Maria Galvan.

Analizzando brevemente l’Enciclica Deus Caritas est di Benedetto XVI (1), questa si presenta in due parti: la prima è di indole più speculativa: in essa il Pontefice vuole precisare alcuni dati essenziali sull’amore che Dio offre all’uomo in modo gratuito, insieme all’intrinseco legame di quell’Amore con la realtà dell’amore umano. La seconda parte, di carattere più concreto, tratta dell’esercizio ecclesiale del comandamento dell’amore per il prossimo. Il tutto per suscitare un rinnovato dinamismo di impegno nella risposta umana all’amore divino.

Unità dell’amore nella creazione e nella storia della salvezza

"L’amore di Dio per noi è fondamentale per la vita e pone domande decisive su chi è Dio e su chi siamo noi" (Enciclica Deus Caritas est, n.1).

Si pone anzitutto un problema di linguaggio, perché il termine "amore" è tra i più usati e abusati, con notevoli differenze di significato e ambito nelle varie culture e nel linguaggio odierno. Il raggio semantico della parola "amore" è molto vasto: si parla di amor di patria, della la professione, di amore tra amici, tra genitori e figli, di amore per il prossimo e dell’amore per Dio. Tuttavia in questa molteplicità l’amore tra uomo e donna emerge come archetipo di amore per eccellenza.

L’antica Grecia dà il nome di eros all’amore tra uomo e donna, amore che in un certo qual modo si impone all’essere umano. E’ da notare che nell’Antico Testamento la parola eros è usata solo due volte, mentre il Nuovo Testamento non la usa mai: delle tre parole greche relative all’amore: eros, philia, (amicizia) e agape, gli scritti neotestamentari privilegiano l’ultima, che nel linguaggio greco era piuttosto messa ai margini. Il termine philia (amore di amicizia) è approfondito nel Vangelo di Giovanni per esprimere il rapporto tra Gesù e i suoi discepoli.

Questo mettere da parte la parola eros denota nel cristianesimo una nuova visione dell’amore espressa dalla parola "agape". "Nella critica al cristianesimo che si è sviluppata con crescente radicalità a partire dall’Illuminismo, questa novità è stata valutata come fortemente limitante della libertà dell’uomo, come se la Chiesa con i suoi divieti rendesse amara la cosa più bella della vita" (Enc. n.3).

Tuttavia, guardando al mondo precristiano, è evidente una falsa divinizzazione dell’eros. "I greci hanno visto nell’eros l’ebrezza, la sopraffazione della ragione, la parte di una "pazzia divina" che strappa l’uomo alla limitatezza della sua esistenza, facendogli sperimentare le più alte beatitudini" (Enc. n.4). Questo "cedere all’amore" viene tradotto nelle varie religioni nei culti alla fertilità, ai quali si unisce la "prostituzione sacra" che fioriva in molti templi. L’eros quindi viene celebrato come "forza divina" come comunione col divino.

A questa forma di religione, che contrasta come potente tentazione con la fede nell’unico Dio, l’Antico Testamento si è opposto con la massima fermezza, combattendola come perversione della religiosità. Questo non è rifiutare l’eros, ma denunciare il suo stravolgimento, perché la falsa divinizzazione dell’eros lo disumanizza.

L’eros ha bisogno di una disciplina, per donare all’uomo non il piacere di un istante, ma un certo pregustamento del vertice dell’esistenza. Già da questo sguardo rapido sulla concezione dell’eros, emerge il fatto che tra l’amore e il divino esiste una qualche relazione: l’amore promette eternità, che poi si presenta come realtà più grande rispetto alla quotidianità del nostro esistere. Allo stesso tempo, per arrivare a questa eternità, è errato percorrere la via del solo istinto.

"Sono necessarie purificazioni e maturazioni che passano anche attraverso la strada della rinuncia" (Enc. n.5). In questo sta la guarigione dell’eros; in vista della vera grandezza. L’uomo diventa veramente se stesso - e quindi supera la sfida dell’eros – solo se l’unificazione tra corpo e spirito è veramente riuscita.

Se l’uomo volesse essere solo spirito, allora spirito e corpo perdono la loro dignità. Infatti non è né il solo spirito né il solo corpo ad amare, ma è la persona che ama, come creatura unitaria.

Oggi – come altre volte in passato - si rimprovera al cristianesimo di essere avversario della corporeità, dimenticando che l’esaltazione del corpo cui oggi assistiamo è in realtà degradazione: l’eros degradato a puro "sesso" diventa merce che si può comprare e vendere, ridotto a livello puramente biologico: l’apparente sua esaltazione si converte presto in odio verso la corporeità.

La fede cristiana, al contrario, considera l’uomo come un essere in cui spirito e materia si armonizzano. Questo richiede una purificazione, una maturazione che si orienta verso una sola persona e verso la perennità.

Una prima indicazione importante l’abbiamo nel Cantico dei Cantici, uno di libri dell’Antico Testamento. E’ composto in origine di canti d’amore, forse previsti per una festa di nozze.

Nel corso del libro si trovano termini diversi per indicare "l’amore". Il primo è dodim, un plurale che esprime un amore insicuro, in una situazione di ricerca indeterminata. Troviamo poi la parola ahabà, che nella traduzione greca dell’Antico Testamento è resa col termine agape, che come abbiamo visto diventò l’espressione caratteristica della concezione biblica dell’amore.

In opposizione alla concezione dell’amore indeterminato e ancora in ricerca, il termine agape esprime l’esperienza dell’amore che ora è davvero scoperta dell’altro, superando il carattere egoistico prima chiaramente dominante. "Adesso l’amore è cura dell’altro e per l’altro. Non cerca se stesso, l’immersione nell’ebbrezza della felicità; cerca invece il bene dell’amata: diventa rinuncia, è pronto al sacrificio, anzi lo cerca" (Enc. n.6).

Lo sviluppo dell’amore verso livelli più alti cerca ora la definitività, il "per sempre", perché l’amore comprende la totalità del tempo, mira all’eternità. L’amore quindi è estasi come esodo permanente dell’io verso l’altro, liberando così se stesso e - proprio per questo - ritrovando se stesso e ritrovando Dio, secondo la parola di Gesù: "Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà" (Lc 17,33).

L’uomo non può neanche vivere di solo amore oblativo, chi vuol donare amore deve riceverlo in dono. Questo significa che la connessione inscindibile tra eros che cerca Dio e agape che trasmette il dono ricevuto, deve bere alla originale sorgente che è Gesù Cristo, dal cui Cuore trafitto scaturisce l’amore di Dio.

La fede biblica, conoscendo profondamente l’uomo, lo accetta come un tutto, intervenendo nella sua ricerca d’amore per purificarlo dalla sua animalità, tracciando allo stesso tempo nuove e importanti dimensioni. Offre un’immagine di Dio veramente singolare rispetto alle culture che circondano il mondo di Israele. La preghiera fondamentale di Israele, lo Shema, afferma: "Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo" (Dt 6,4).

Sottolinea Benedetto XVI: "Esiste un solo Dio creatore del cielo e della terra, e perciò è anche Dio di tutti gli uomini" (Enc. n.9). Tutta la realtà in cui viviamo risale a Dio, proviene dalla potenza della sua Parola creatrice.

Il Cantico dei Cantici rivela la sacralità dell'amore tra uomo e donna e il suo essere immagine del
rapporto di Dio con l’uomo e dell’uomo con Dio.

Dio ama l’uomo perché Lui "l’ha fatto". Tra tutti i popoli sceglie Israele, e lo ama con lo scopo di guarire tutta l’umanità. Soprattutto i profeti Osea ed Ezechiele descrivono questa promessa di Dio al suo popolo con ardite immagini erotiche: il rapporto con Dio è illustrato mediante le metafore del fidanzamento e del matrimonio. Di conseguenza l’idolatria è qualificata come adulterio e prostituzione.

"L’eros di Dio per l’uomo è insieme totalmente agape – per l’amore donato gratuitamente senza meriti precedenti - e amore che perdona" (Enc. n.10). Soprattutto Osea ci dimostra la dimensione dell’agape nell’amore di Dio per l’uomo, perché, di fronte agli adulteri (idolatrie) di Israele, Dio non sa abbandonare l’uomo al proprio destino. La passione di Dio per l’uomo è tale da seguire l’uomo nella morte, conciliando così giustizia e amore.

In questo modo si comprende come la ricezione del Cantico dei Cantici nel canone della Sacra Scrittura sia stata ben presto spiegata come canti che descrivono il rapporto di Dio con l’uomo e dell’uomo con Dio. Il Cantico è diventato sorgente di conoscenza ed esperienza mistica in cui si esprime l’essenza della fede biblica.

Questo rapporto determina una unità che crea amore in cui entrambi – Dio e l’uomo – restano se stessi e tuttavia diventano una cosa sola: "Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato" (Gv 17,21).

L’immagine di Dio si affianca all’immagine dell’uomo per comprendere alla fine che il modo di amare di Dio diventa la misura dell’amore umano. Il racconto biblico della creazione vede Adamo in ricerca, "l’eros è radicato nella sua natura: egli "abbandona suo padre e sua madre" per trovare la donna" (Enc. n.11). Solo nel loro insieme rappresentano l’interezza dell’umanità, diventando una "sola carne". All’immagine di Dio monoteistico corrisponde il matrimonio monogamico. Davvero l’uomo è creato dal Logos ad immagine di Dio.

Il realismo del Nuovo Testamento

"Un realismo inaudito, perché Dio stesso parla di sé in parabole, come quando rimanda alla pecorella smarrita, al figliol prodigo; la stessa Croce costituisce l’espressione di quel volgersi contro se stesso di Dio e nel suo donarsi all’uomo per tutto salvare" (Enc. n.12).

Nell’Eucarestia, che rappresenta il dono di Dio per salvare il mondo e rendere l’uomo figlio di Dio (Cfr Gv 1,12), l’uomo viene coinvolto nella dinamica della sua donazione e diventa a sua volta dono a Dio e al mondo. Dinamica che è unione con Dio, realizzando con segni e parole il matrimonio mistico tra Dio e Israele.

Agape è dunque il nome dell’Eucarestia: in essa l’agape di Dio viene a noi corporalmente per continuare il suo operare in noi e attraverso di noi. A partire da questo fondamento cristologico si comprende il passaggio che Egli fa fare dalla Legge e dai Profeti verso il duplice comandamento dell’amore di Dio e del prossimo. Dall’insegnamento fondamentale dell’Eucarestia deriva la vita pratica di chi mangia e beve il Sacramento, la necessità della coerenza, anzi l’obbligatorietà della non frammentazione del segno eucaristico nella meditazione della Parola. Gesù insegna che bisogna prevenire la dispersione della grazia del Sacramento: "Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. E quando si furono saziati, disse ai discepoli: "Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto". (Gv 6,11-12).

La centralità dell’Eucarestia spiega come il cristiano che si decida a donarsi a Dio, a credere in senso forte, diventi uomo eucaristico, e di come tutto il bene che egli fa nella pratica quotidiana sia da riferire essenzialmente all’influenza dell’Eucarestia. Questo decidersi per Dio è un non resistere allo Spirito Santo, è imparare a vivere nel mondo con gli occhi di Dio, riconoscere che Dio solo sa cosa fare e quando, è fidarsi, cioè credere che Dio è Padre e Amore.

Questo rapporto filiale è un dono di Cristo, è l’espressione di quella famiglia trinitaria che solo aspetta di estendere il numero dei presenti. Dio è amante della famiglia, si può dire con una battuta che "ama la famiglia numerosa e patriarcale", in cui tutto proviene dal Padre, dato nel Figlio, espresso nello Spirito Santo.

Ci si può chiedere se sia possibile amare Dio non vedendolo. Ma Egli è apparso in mezzo a noi (Cfr Gv 4,10) nel suo Figlio, con tutto quello che ha comportato per Gesù la sua comparsa nel mondo. Dio dice che per Lui siamo figli in Cristo (Cfr Gv 1,12); un segno per guardare il mondo dall’alto di questo patrimonio in cui Dio inserisce l’uomo per mezzo di Cristo (2). Dove patrimonio sta anche per patria. Cristo dice: "Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo: ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre". (Gv 16,28). Questa dipartita di Cristo verso il Padre inaugura una nuova Patria: da qui le espressioni la "Patria celeste" o la "Patria eterna".

Dunque Cristo ha introdotto il concetto escatologico di patria e filiazione, immettendo nella speranza degli elementi di "realtà" afferrabili ragionevolmente, perché mediati da una corporeità oggetto della kenosi di Cristo. Una corporeità che viene incontro all’uomo anche nelle apparizioni del Risorto (Cfr Lc 24,5; 13-27; Mc 9,14;Mt 16,20; Gv 20, 19-27; 21, 7; At 1, 3; 6-9; 9,6; 22,9; 26,15-16) e poi nella vita della Chiesa, nell’Eucarestia, un modo di venire incontro all’uomo che non si esaurisce con le epoche e i tempi: "Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28,20).

Dio è Padre ed è sempre con noi. Per questo Gesù afferma: "Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta" (Mt 6,31-33). Non semplici parole di sollievo ma una promessa, e per noi il risultato ragionevole di una conoscenza di Dio, grazie alla rivelazione di Lui che Gesù ci ha donato.

Un’agape che ha bisogno e accetta il sacrificio, per mezzo del quale si realizza quella volontà di Dio la cui accettazione è la misura dell’amore dell’uomo. Un processo che non si conclude mai, che rende santo l’uomo, lo porta a perfezione, unificando i suoi pensieri così che quello che a Dio piace diventi il desiderio dell’uomo, la sua stessa volontà. Ed è mirabile osservare quanto lavoro lo Spirito Santo svolga nella vita dei santi, la maggior parte di quali potremo conoscerli in Cielo, mentre la Chiesa ne porta molti all’onore degli altari perché il mondo creda e sia esortato a perseverare.

In questa ottica, appare attraente la stessa rivoluzione di Cristo: amare il nemico come risposta al problema del male. Una "logica" opposta alla visione dell’uomo della Storia, alla natura dell’uomo portato a rendere male per male, e che quindi viene certamente da Dio.

Note:
1.
Per un’analisi più dettagliata rimando al testo della mia Tesi, cui si accenna nella premessa iniziale.
2. Cfr Giovanni Paolo II, Memoria e Identità, Rizzoli 2005, pp.78-79.


Parte seconda

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