S.Giuseppe Moscati in TV

Osservazioni sulla "fiction" di Rai 1

Antonio Tripodoro s.j.

Mercoledì 27 e giovedì 28 settembre Rai 1 ha trasmesso la fiction "Giuseppe Moscati - l'amore che guarisce", per la regia di Giacomo Campiotti e interpretato da Giuseppe Fiorello. È stato un film molto atteso dai devoti del Santo e visto con notevole interesse da milioni di persone. A giudicare dalle telefonate ricevute, dalle e-mail, dall’affluenza nelle sale Moscati e dalle richieste di notizie sulla vita del Santo, si può affermare che il film ha contribuito moltissimo a farne conoscere la figura e la personalità. Dopo la visione delle due puntate, ci si pongono varie domande: la narrazione risponde a verità? Moscati è stato fidanzato? La figura della sorella Nina è stata presentata nella sua realtà? L’amico (e poi antagonista) Giorgio Piromallo è realmente esistito ? Sono anche reali le due donne contessa Elena Cajafa e Cloe, che nella fiction hanno tanta parte nella sua vita? ecc. ecc..

Premetto che all’inizio del film il regista afferma che il tutto è liberamente tratto dalla vita del Santo: e questo ridimensiona tante cose. Inoltre, si deve considerare che il linguaggio filmico ha una sua struttura, ma non deve stravolgere la realtà, né deve prescindere da alcune note sostanziali. Volendo ora dare un giudizio, si può affermare, come avviene in tutte le cose umane, che nella narrazione ci sono pregi e difetti. Ovviamente non mi fermo sui singoli particolari, né tanto meno mi permetto di censurare il bravo regista. Esprimo soltanto le mie impressioni, rifacendomi a ciò che noi conosciamo con certezza e a ciò che hanno affermato i contemporanei.

Il libro che io ho scritto su Moscati e che ha avuto già varie edizioni, ha come titolo: "Giuseppe Moscati, il Medico Santo di Napoli, visto attraverso i suoi scritti e le testimonianze dei contemporanei".

Prima di tutto, tre osservazioni:
1. Moscati non è stato mai fidanzato. Fin da giovane era chiara la sua vocazione: dedicarsi totalmente all’aiuto degli ammalati e soprattutto dei più poveri. Al riguardo sono significative le parole che scrisse al Senatore Giuseppe D’Andrea il 26 luglio 1919, dopo la nomina a direttore della VI Sala uomini dell’Ospedale degli Incurabili:

"Da ragazzo guardavo con interesse all’Ospedale degli Incurabili, che mio padre mi additava lontano dalla terrazza di casa, ispirandomi sentimenti di pietà per il dolore senza nome, lenito in quelle mura. Un salutare smarrimento mi prendeva e cominciavo a pensare alla caducità di tutte le cose, e le illusioni passavano, come cadevano i fiori degli aranceti, che mi circondavano..."

In seguito egli si dedicherà a Dio col voto di castità e lo si deduce da quanto afferma, parlando della sua devozione alla Madonna del Buon Consiglio "effigiata nella chiesa delle Sacramentiste. Innanzi a questa immagine di Lei - afferma - e in questa chiesa io feci abiura degli affetti impuri e terreni.

Probabilmente l’idea del fidanzamento è nata dalla pagina del suo diario dove egli scrive:

"Oh se i giovani nella loro esuberanza sapessero che le illusioni di amore, per lo più frutto di una viva esaltazione dei sensi, sono passeggere ! [...] Ce ne accorgiamo in età più inoltrata, quando ci avviciniamo per le umane vicende, per caso, al fuoco che ci aveva infiammati e non ci riscalda più".
Poi continua: "Ho dovuto osservare una signora che, nei miei primi anni giovanili, aveva riempito i miei sogni, ed ella non lo sapeva: Chi l’avrebbe mai pensato che un giorno costei sarebbe ricorsa a me ? Sempre impressionante quella bellezza! Ed io ho compiuto il mio dovere umanitario tranquillamente, nobilmente, senza che vibrasse al cuore corda dentro di me. Mi ha domandato, perché io potessi paragonare il suo stato attuale con l’antica floridezza, se l’avessi mai vista prima. Ho risposto di no. E non era una bugia. Era un’altra quella dei miei primi anni, scomparsa senza rammarico e senza rimpianto, purificato il cuore!".

Dopo questa pagina vibrante di umanità, ma contemporaneamente pervasa da sentimenti superiori, non possiamo non fermarci ammirati e apprezzare la virtù di questo medico. “La ragione vera per cui non passò a matrimonio – ha testimoniato il prof. Mario Mazzeo, suo alunno – fu il suo intenso amore alla castità".

Tutto questo desta ancora maggiore ammirazione quando si legge ciò che affermò il prof. Enrico Polichetti: ", suo alunno e poi chirurgo nell’ospedale di Venezia, a proposito dell’aspetto fisico e della bravura professionale del prof. Moscati: “L’aspetto aveva aggraziante, la figura piuttosto snella, la statura quasi alta, la persona distinta, diritto, il tratto signorile, il portamento nobile e semplice, la linea agile, ne risultava così un insieme armonico. Certo anche questo contribuiva a che fosse molto ben visto, anzi amato dal pubblico”". Soffermandosi poi sul valore professionale del Maestro, soggiunse: "Ingegno acuto, versatile, aveva una intuizione – i malevoli e invidiosi la dicevano fantasia – un potere di penetrazione e di sintesi meravigliosi: vedeva e prendeva a volo le situazioni più strane, ravvicinava i fatti più vari, più lontani, più disparati, utilizzandoli per la diagnosi clinica, poiché ogni cosa parlava a Lui un linguaggio spesso comunemente incompreso".

Si deve notare che queste affermazioni il prof. Polichetti le fece in una conferenza che aveva come titolo: “Giuseppe Moscati e la malattia mortale di Enrico Caruso”.E, a proposito della malattia dell’illustre tenore, affermò che solo il prof. Moscati fece “la diagnosi di ascesso subfrenico,“rimasto indiagnosticato fino a quel momento, confermandolo con l’estrazione di pus mediante la puntura nello spazio sottodiaframmatico”. A questo punto forse ci si può domandare: ma perché Moscati non ha abbracciato la vita religiosa ? La risposta ce la dà un altro suo alunno ed assistente, il prof. Guido Piccinino:“Il Servo di Dio spontaneamente scelse lo stato laicale. Difatti noi giovani alunni suoi qualche volta nella confidenza che ci accordava abbiamo osato chiedergli: E’ vero che voi maestro pensate di lasciarci per consacrarvi al Signore in uno stato più perfetto?

Egli rispondeva: "Io ritengo di poter servire ugualmente bene il Signore esplicando la missione di medico"".

2. Nel film non sembra che la sorella del Santo, Nina Moscati, faccia bella figura. Eppure era una donna dolcissima, affezionatissima al fratello e anche lei dedita totalmente ad opere di carità. . Il fratello Eugenio, parlando della carità esercitata dal Santo, dice che “per complice nel fare il bene aveva la nostra sorella Nina”. Lei, silenziosamente, umilmente e con intelligenza seppe stare accanto al santo fratello, che era sì un uomo famoso, ma che aveva una vita particolare, differente da quella dei suoi colleghi che cercavano fama, onori e ricchezze. Il fratello Eugenio racconta anche che a sera, tornando il fratello dalle visite agli ammalati, comunicava a lei i casi di bisogno più urgenti, e lei andava a visitarli, portando, oltre l’aiuto materiale, parole di fede e di conforto. Completava così l’opera del fratello medico. Inoltre lei faceva parte dell’ "Opera della conservazione della fede"”, fondata dal Vicario Generale dell’arcidiocesi di Napoli, allo scopo di insegnare religione nelle parrocchie, in aiuto ai parroci. Allora non esisteva tale insegnamento nelle scuole. Diretta spiritualmente da un Padre gesuita, insegnava nella chiesa del Gesù Nuovo e fu lei a volere che tutti i ricordi del Santo fratello e lo stesso corpo fossero custoditi dai Padri Gesuiti nella loro chiesa.

L'unica immagine di Nina Moscati all'età di circa 20 anni, fatta in uno studio fotografico secondo
lo stile dell'epoca.

3. Si deve ricordare che la santità e soprattutto la carità di Moscati provengono dal suo amore per Gesù Eucaristia e per la Madonna. Partecipava ogni giorno alla messa, faceva la comunione e trascorreva molto tempo nella preghiera. Era l’uomo che sapeva unire scienza e fede, cultura e carità, amore per la ricerca scientifica e predilezione per la povera gente. Vivendo in un’epoca dominata dal positivismo e dal materialismo, andando contro corrente, trovava nel rifugio in Dio la forza per non rinchiudersi nel suo egoismo e aprirsi al dolore e alle necessità del prossimo. Nei suoi scritti e nel suo agire sapeva sempre elevarsi a considerazioni superiori.

L’8 febbraio del 1923 così scriveva ad un suo ex allievo: "E poi noi altri medici che cosa possiamo? Ben poco! E perciò non potendo soccorrere il corpo, soccorriamo l’anima, e di fronte ai casi disgraziati, ricordiamo i doveri dello spirito che ci provengono dalla fede dei nostri padri".

E ancora prima, il 22 luglio del 1922, ad un altro ex alunno di Lagonegro (PZ) raccomandava:

"Sebbene lontano, non lascerete di coltivare e rivedere ogni giorno le vostre conoscenze. Il progresso sta in una continua critica di quanto apprendemmo. Una sola scienza è incrollabile e incrollata, quella rivelata da Dio, la scienza dell’al di là. In tutte le vostre opere mirate al Cielo e all’eternità della vita e dell’anima e vi orienterete allora molto diversamente da come vi suggerirebbero pure considerazioni umane, e la vostra attività sarà ispirata al bene”.

Purtroppo nella fiction non si vede mai il prof. Moscati entrare in una chiesa per pregare, eppure frequentava assiduamente le chiese del Gesù Nuovo (che qualche volta si intravede nel film), di Santa Chiara, delle Sacramentine, ecc. Non credo che il film avrebbe perduto di efficacia o di interesse se si fosse dato più spazio alla sua spiritualità. Solo una volta lo si vede in riflessione presso il “Cristo velato” nella cappella (ora museo) di S. Severo. Non ci si può dedicare unicamente al servizio dei più umili senza una forte spiritualità.

Ma il film ha anche molti pregi. Prima di tutto ha fatto conoscere la vita di un uomo, che, in contrapposizione al vivere frivolo di un suo compagno (Giorgio Piromallo), si era formato solidamente, impegnandosi nello studio e nella formazione professionale. “Sedeva vicino a me, era attento, serio assai composto, - attestò il prof. Bevacqua, suo compagno nella scuola di clinica – ma quello che mi impressionò assai fu com’egli, per quanto ancora incipiente, rispondesse a tutte le domande che venivano rivolte dal professore agli allievi, tra sé e sé[...] Non vi era domanda anche difficile, a cui egli prontamente non rispondesse anche quando questa rimaneva senza risposta dai provetti”.

Inoltre, realmente Moscati aveva salvato molte vite umane nell’eruzione del Vesuvio, andando a Torre del Greco, dove gli Ospedali Riuniti avevano una succursale in cui vivevano una settantina di vecchi e ammalati, tutti impossibilitati a muoversi. In quello stesso anno 1911, egli fronteggiò un’epidemia di colera. Napoli è una città portuale, dove confluivano navi da tutto il mondo e dove i famosi vicoli di Toledo non brillavano e anche attualmente non brillano per pulizia, igiene e moralità. Un’epidemia era facile a svilupparsi.

Nel film lodevolmente si accenna anche alla rinuncia che Moscati fece della cattedra in favore di un suo amico per dedicarsi totalmente al lavoro nell’ospedale. Nella realtà, l’amico era il prof. Gaetano Quagliariello, suo collega, che mentr’era Rettore Magnifico dell’Università di Napoli attestò: “Dovendosi provvedere a coprire la cattedra di chimica fisiologica rimasta vacante in seguito alla morte del prof. Malerba, avvenuta verso la fine del 1917, ed essendo la Facoltà orientata verso di lui che aveva già impartito l’insegnamento con piena soddisfazione di maestri e di allievi, durante il lungo periodo della malattia del Malerba e dopo la sua morte, fece sapere che non avrebbe accettato l’incarico e suggerì e raccomandò il mio nome, col risultato che l’incarico venne a me conferito”.

E il prof. Quagliariello afferma anche: ”E un’altra rinuncia più dolorosa fece il Moscati, quella dell’insegnamento ufficiale che avrebbe immancabilmente raggiunto solo che l’avesse voluto, e la fece per l’amore del suo ospedale e dei suoi allievi continuamente aumentati intorno a lui”.Poi conclude: "E così, libero da ogni ambizione terrena, egli dedica tutto se stesso, mente e cuore, ai suoi infermi e all’educazione dei giovani. L’ospedale diventa la sua casa, il suo Amore, il suo sacrario”.

Infine, è vero che il prof. Moscati voleva arruolarsi all’inizio della prima guerra Mondiale e che la domanda non fu accettata, perché la sua presenza era più utile nell’ospedale degli Incurabili. Il prof. Quagliariello ha affermato che: "Circa 3.000 militari passarono per gli Incurabili e tutti furono visitati e curati da lui personalmente, di tutti redasse i diari e le storie cliniche". Di quegli anni ci resta una fotografia, che ora si trova nell’archivio Moscati al Gesù Nuovo. Disposti su due file ci sono soldati in grigioverde, sul lato sinistro, quattro medici, tra cui Moscati, e in più dieci infermiere. Nel fondo una dedica ben leggibile: "Al prof. Moscati. In ricordo dell’opera prestata alla sua dipendenza e sotto la sua guida ai soldati reduci dal fronte, ricoverati nell’ospedale degli Incurabili. Le infermiere volontarie di guerra".

Non do un giudizio artistico sul valore delle due puntate del film, perché non è mio compito farlo. So, però, con piacere, che ha vinto il Premio Maximo come il miglior prodotto tv al Roma Fiction Fest, risultando il primo su dodici fiction giunte da tutto il mondo e meritandosi dodici minuti di applausi. Il direttore di Raifiction, Agostino Saccà, lo ritiene “uno dei migliori prodotti in assoluto della Raifiction degli ultimi anni. Mi auguro che venga sempre più apprezzato e che riceva altri prestigiosi riconoscimenti. Certamente la regia e l’interpretazione dei personaggi, soprattutto del bravissimo Giuseppe Fiorello, sono state eccellenti. Molte persone mi hanno confessato che hanno avuto una indicibile commozione e alcune che hanno anche pianto. C’è da congratularsi con tutti coloro che hanno lavorato alla realizzazione della fiction.


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