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Flora Sorrentino Sebastiano Esposito s.j. |
La vicenda che sarà qui rievocata è desunta, in larga parte testualmente, da una memoria trasmessa al nostro Archivio dalla figlia di Flora Sorrentino, Dott.ssa Loredana Martinez (1), alla quale vanno le nostre scuse, perché la busta contenente i suoi documenti, a causa di un’errata, anche se involontaria, collocazione, è rimasta per lungo tempo accantonata.
I documenti testimoniano le vicende di una donna che, nei lieti e nei dolorosi momenti della vita, rimase devota fedele di Moscati. Da Giuseppe Moscati aveva avuto la gioia di essere stata curata in tenera età, e dalla sua sorella Nina aveva ricevuto i primi insegnamenti di catechismo.
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Prima Comunione. |
Flora Sorrentino nacque a Napoli il 20 gennaio 1909 da Gennaro Sorrentino ed Emilia Purini, seconda dei fratelli Maria e Luigi, discendenti dei Marchesi D’Afflitto. Con la sorella Maria ricevette la prima istruzione presso il collegio "Regina Coeli". Continuò gli studi al ginnasio "Genovesi". La vicina chiesa del Gesù Nuovo fu la chiesa di elezione, dove la ragazza si raccoglieva in preghiera prima di affrontare la scuola .
Scrive la Dott.ssa Martinez: "La sua madrina, la duchessa di Carosino, che non aveva avuto il dono della maternità, l’amò teneramente (avrebbe voluto adottarla per darle una vita agiata, ma Flora rispose: ‘La mamma io già ce l’ ho’). La duchessa affidò mamma e zia per il catechismo alla Signorina Moscati, sorella del loro medico di famiglia: di lei mia madre ricordava la bontà e la sobria eleganza. ‘Vestiva sempre con abiti lunghi e accollati ed era caritatevole con chiunque le si rivolgesse’" (2).
Flora, dopo un diploma di educazione fisica, studiò come soprano drammatico al Conservatorio, diretto allora dal noto compositore Francesco Cilea. Il teatro "San Carlo", dove sostenne un’audizione per entrare nel Coro (il padre era morto e le finanze di famiglia avevano subito un tracollo) le propose (caso più unico che raro) di continuare a studiare a spese dell’Ente.
Dotata di forte capacità di suscitare emozioni, alternò il repertorio operistico con quello di musica liturgica. "Le sue Suore del Collegio la vollero per le celebrazioni della fondatrice S. Antida Thouret. In questa occasione conobbe S.A. Reale Maria Josè, che si commosse sentendola cantare… Mia madre interruppe la sua promettentissima carriera quando sposò mio padre Corrado Martinez, di nobile famiglia palermitana (per parte materna era nipote del Marchese Mortillaro Principe di Villarena)".
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Prof. Giuseppe Moscati. |
La lunga vita di Flora, intessuta di successi, gioie e doveri materni, si conclude il 1998 in modo assai doloroso. "Il 29 novembre - ricorda la figlia – dopo 23 giorni di sofferenze inaudite che si sono susseguite alla rottura del femore sinistro, con la complicazione della cirrosi (con cui conviveva da più di otto anni ‘miracolosamente’, come diceva il nostro medico curante) mia madre pesava solo 37 kg e alla morte ne pesava circa 30.
Come un vero martirio ha avuto piaghe da decubito fino all’osso. Trasudava dai tessuti acqua e sangue. Sette emorragie, lingua gonfia che non le permetteva di deglutire, crisi di dispnea che neanche l’ossigeno riusciva a calmare, polmonite da stasi. Tante erano le sofferenze che ripeteva: ‘Se non fossi religiosa me jettassse ddo balcone’. Sul comodino e nella maglietta aveva sempre l’immagine e la medaglia ‘do professore Moscati’ come lei continuava a chiamare il già santo Moscati, il ‘suo dottore’ che l’aveva curato da ragazzina.
Il ‘Professore Moscati’, mi raccontava mamma, si raccoglieva in preghiera e poi le indicava la cura (le ricette con la sua firma mamma le ha donate alla Chiesa dove c’è il punto di raccolta con le camere del Santo Moscati).
L’episodio più particolare fu il sogno che mamma fece dopo che il Santo era morto. Mamma aveva sempre la febbretta e non riusciva a guarire; in sogno il suo ‘Professore’ le disse: ‘Dì a Guarracino di curarti, che è una bestia: tu hai bisogno di calcio, hai capito, calcio e poi calcio!‘.
Mamma raccontò il sogno al dottor Guarracino che le disse: ‘Ma anche dopo morto mi deve dire quello che devo fare!‘. Che tragica premonizione: tutta la vita di mia madre è stata cadenzata dalla mancanza di calcio".
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Desidero concludere con un’osservazione. Il nostro Archivio e le Sale Moscati del Gesù sono continuamente inondate da ex-voto e da testimonianze di guarigioni devotamente chieste ed ottenute. Quella che qui pubblichiamo ha un contenuto apparentemente diverso ma un valore ancora più alto. Qui l’assistenza e la grazia ottenuta da Moscati non sta nella guarigione, ma nel sostenere fino all’eroismo la fede di chi soffre e tuttavia continua a credere senza mai cedere alla disperazione.
Il contatto avuto in tenera età col Medico Santo e con la sorella Nina non è ritenuto come un privilegio infallibile di sanità fisica, ma viene vissuto come aiuto a continuare a vivere, condividendo le sofferenze di Cristo, per poter essere da Lui ricevuto nella Vita senza fine.
Non si tratta di una pia consolazione, ma di un mistero doloroso della vita cristiana su cui ha meditato e scritto lo stesso Moscati in un pagina stupenda durante il suo viaggio a Lourdes:
"La processione arriva al gran piazzale, presso la Chiesa del Rosario; intorno intorno in un grandissimo circolo sono disposti tutti gli ammalati: Il sacerdote seguito da pochi reverendi e dai medici, fa il giro degli ammalati, e li benedice, uno per uno, con l’ostensorio.
E’ tutta un’immensa clinica che si apre dinnanzi: tutti quei poveri esseri supini nelle barelle deposte per terra, hanno sul viso una mal dissimulata speranza e insieme una grande rassegnazione; alcuni sono pallidissimi per una angoscia mortale, una fiducia divorante: La malattia li ha tutti sformati; ma il gran momento li transumana. In mezzo al piazzale, i sacerdoti gridano: 'Signore, che io creda' e il coro degli infermi grida: ‘Signore che io creda!‘, ‘Signore che io veda’, e il coro ‘Signore che io veda!‘ e così di seguito. Un ragazzo dalla sua carrozzella piange e grida: ‘Seigneur que je guérie!’. Un bel bambino paralitico sta con le sue manine giunte e gli occhi dolcissimi rivolti all’Ostia bianca; i ciechi volgono i loro occhi spenti, incerti, dove sentono, ma non vedono la luce eterna; un prete disteso sulla sua barella fa sforzi estremi per elevare la testa; una lunga serie di scarne, emaciate, doloranti donne, scheletrite come mummie, stringono il rosario.
E l’Ostia passa silenziosa. Nessuna guarigione! Iddio che può in un istante ridare la vita, e che è onnipotente, si rivolge ai cuori, alle anime, le inonda di sempre maggiore rassegnazione. Non rimase Bernadette, quella a cui apparve la SS. Vergine, asmatica, e per gli ultimi 8 mesi di sua esistenza, paralitica su d’una sedia?" (3).
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