La dominante escatologica
nella spiritualità di
San Giuseppe Moscati  - I

Sebastiano Esposito s.j.

 

L’escatologia suo orizzonte privilegiatoL’al di là è già nel paziente stesso
La Carità come attesa operosa delle ultime realtà – L’Eucaristia come comunione con l’al di là
Lettera a Carlotta Petravella

Articolo pubblicato in Opere et Veritate, Studi in memoria di mons. Raffaele Calabrìa, arcivescovo di Benevento (1960-1982), a cura di Mario Iadanza, Benevento 2002.

L’escatologia orizzonte privilegiato
del suo cammino spirituale di laico cristiano

Per una ricerca storica circa la nota dominante nella spiritualità di Giuseppe Moscati, bisogna esaminare attentamente non solo i dati biografici ed agiografici, ma soprattutto la messe non certo esigua dei suoi scritti. La circostanza, poi, che questi scritti siano in genere occasionali e quasi mai collegati in maniera sistematica, se può da principio rendere più difficile la ricerca, permette dopo non lungo termine di cogliere, con sufficiente certezza, l’idea madre che domina e coordina il pensiero e l’azione del Santo. Come cercherò di mostrare, questa nota dominante esiste ed è di carattere chiaramente escatologico.

La domanda preliminare che s’impone è come mai quest’aspetto, certo fondamentale della vita cristiana, venga ad assumere, proprio in un santo laico, quel ruolo così centrale e direi esclusivo, che molto spesso è ritenuto appannaggio quasi riservato al ceto monacale o religioso.

Giuseppe Moscati, senza dubbio, ha fatto della condizione laicale il substrato della sua santità eroica. Egli ha intuito che nell’ambito del saeculum, nel cerchio delle realtà terrene e nel perimetro della civitas terrena, si apriva il suo spazio vitale di cristiano, e che proprio in quel perimetro avrebbe potuto e dovuto giocare la carta decisiva della propria esistenza.

Ed anche quando compirà alcune scelte che apparentemente sembrano avvicinarlo allo stato religioso (come il voto di castità o la pratica francescana della povertà), egli le compie per espletare fino in fondo la sua vocazione di medico cristiano.

Quasi paradossalmente, proprio la dedizione totale alla missione di medico credente ha indotto, direi quasi ha costretto Moscati a considerare l’escatologia cristiana come l’orizzonte privilegiato per la sua visione dell’uomo e del mondo, ed ha fatto risaltare la nota escatologica come la dominante delle sue opere e dei suoi giorni.

Partiamo da un punto ben assodato della biografia di Giuseppe Moscati, vale a dire dalla perfetta integrazione, in lui, della scienza e della fede. Ne furono ammirati testimoni i suoi contemporanei; la teorizzò, in forma acuta e definitiva, Agostino Gemelli, il quale su Vita e Pensiero del 1930, rievocando la figura dell’amico e collega Giuseppe Moscati ad appena tre anni dalla sua scomparsa, in un articolo - che non è esagerato definire come la bozza di un futuro panegirico di canonizzazione - tra l’altro scriveva:

[…] Si avvera in Giuseppe Moscati quel fenomeno, abbastanza raro purtroppo fra i cultori di scienze mediche, di una fusione perfetta e cosciente del cristiano, dello scienziato e dell’uomo. Quei tali comportamenti stagni, mediante i quali taluni spiriti si vietano qualsiasi intercomunicazione fra le crude realtà della ricerca scientifica e le speculazioni del pensiero e gli insegnamenti della fede, non esistevano punto per lui, che nel riconoscimento che Dio è autore dell’ordine materiale e di quello soprannaturale aveva trovato il mezzo per giungere alle armonie di scienza e fede. Questa convinzione era così profonda e radicata in Giuseppe Moscati che nessun dubbio ne offuscava, neppure leggermente, l’evidenza solare.

L'Apostolo Giovanni contempla la Gerusalemme Celeste.
[Dipinto di Hans Mëmling, 1433-1494]

Altri, anche meno padroni di lui di una materia tanto ricca di problemi di frontiera, avrebbero subìto per lo meno le scosse di una crisi scientifico-religiosa; egli invece, no, e in nessun momento; e qui ben si può affermare che l’assenza di scritti contenenti comunque un'eco di lotte e di esitazioni, costituisce la prova sicura di un possesso giammai insidiato della propria fede: il Moscati non ha mai pensato che il bisturi del preparatore o le formule della chimica biologica potessero comunque apprestare obiezioni contro il deposito della Rivelazione; ma neanche che il pensiero religioso potesse minimamente diminuire lo slancio appassionato dell’uomo di scienza giornalmente alle prese con gli oscuri segreti della natura umana" (1).

Questa perfetta integrazione tra scienza e fede in Moscati è il risultato di una maturazione teorica derivante dal confronto tra la scienza medica, che opera necessariamente nell’ambito del fisicamente sperimentabile, con quel settore della fede che va radicalmente oltre e che egli definisce arditamente come "la scienza dell’al di là".

Moscati manifesta verso la conoscenza e la ricerca scientifica profondo rispetto ed una naturale inclinazione; della scienza ha un concetto altissimo e ne riconosce la necessità e i benefici potenzialmente indefiniti: ma respinge ogni pretesa di assolutezza o di esclusivismo delle scienze sperimentali, come sostenevano quegli ambienti saturi di materialismo e di positivismo nei quali si era mosso, prima come studente e poi come docente. Della scienza sperimentale egli ribadisce la continua perfettibilità ed il limite invalicabile che l’arresta di fronte alla Sapienza della Rivelazione, come scrive nella lettera ad un suo ex-allievo:

"Sebbene lontano, non lascerete di coltivare e rivedere ogni giorno le vostre conoscenze. Il progresso sta in una continua critica di quanto apprendemmo. Una sola scienza è incrollabile ed incrollata, quella rivelata da Dio. La scienza dell’al di là!" (2)

L’al di là di Moscati non rappresenta una realtà lontana o irraggiungibile, ma la dimensione complementare ad ogni conoscenza ed azione terrena dell’uomo credente:

"Vi garantisco che attraverso i miei diuturni studi compiuti e la conoscenza dei vari popoli d’Europa e dei loro costumi, ho radicata sempre più profondamente la credenza dell’al di là; l’ingegno umano, così possente, capace di manifestazioni di bellezza e di verità e di bene, non può essere che divino; e l’anima e il pensiero umano a Dio devono ritornare" (3).

"Verrò a ringraziarvi di persona, al più presto, sottraendomi alle morse, agli agguati e alle assillanti cose, che mi premono come un incubo e mi leverebbero la pace, se io questa pace non la distogliessi dalle cose di quaggiù, e non la riponessi in Dio! (4)

L’al di là è già nel paziente stesso

Per un medico credente come lui, l’al di là dell’uomo sta nel paziente stesso e porta un nome ben conosciuto: anima. La fede di Moscati, di un laico che a causa della sua professione è costretto a confrontarsi con la condizione corporea dell’essere umano, vive lo sforzo continuo, diventato consuetudine, di non perdere mai di vista - di vista interiore - l’altra dimensione, quella sostanziale e definitiva, del soggetto umano.

Egli sa, come e meglio di Socrate, che la specificità dell’uomo non sta dalla parte del corpo visibile ma dell’anima invisibile; che il suo destino non si consuma con la cessazione dell’attività corporea; che il suo futuro assoluto non solo lo attende in un mondo futuro, ma lo struttura e condiziona, anche fisicamente, già su questa terra.

Egli sa che il mondo dell’al di là ha un suo influsso ed efficacia sia nell’azione del medico curante sia nella risposta complessiva del paziente curato. Quel mondo dell ‘al di là delimita, in certo senso, la scienza e la relativizza, ma contiene in germe un modo geniale e coerente di vivere la vita d’ogni giorno. Ripetutamente Moscati ritorna su questo punto nelle tante raccomandazioni che, come padre e maestro, impartisce ai suoi discepoli (molti dei quali già nel pieno dell’attività medica):

"Abbiate, nella missione assegnatavi dalla Provvidenza, vivissimo sempre il senso del dovere: pensate cioè che i vostri infermi hanno soprattutto un’anima, a cui dovete sapervi avvicinare, e che dovete avvicinare a Dio; pensate che v’incombe l’obbligo di amore allo studio, perché solo così potrete adempiere al grande mandato di soccorrere le infelicità. Scienza e fede!" (5)

"Tutto passa! E non ci rimane che 1 ‘anelito al Bene Infinito, anelito che ci informa e dovrebbe informare tutti i filosofi che l’anima, che abbiamo dentro, è eterna" (6).

"Ricordatevi che non solo del corpo vi dovete occupare, ma delle anime gementi, che ricorrono a voi. Quanti dolori voi lenirete più facilmente con il consiglio, e scendendo allo spirito, anziché con le fredde prescrizioni da inviare al farmacista! [...] ma dovrete dare esempio a chi vi circonda della vostra elevazione a Dio" (7).

"E poi noi altri medici che cosa possiamo?! Ben poco! E perciò, non potendo soccorrere il corpo, soccorriamo l’anima; e di fronte ai casi disgraziati, ricordiamo i doveri dello spirito che ci provengono dalla fede dei nostri padri!" (8).

Una volta accertata nell’uomo la realtà dell’anima, diventa inevitabile il confronto con quelle ultime realtà - gli escata o i novissimi - che la tradizione cristiana riassume nella formula: morte, giudizio, inferno e paradiso. Infatti, tutto ciò che Moscati pensa, dice, opera e scrive ruota intorno a quelle realtà definitive dell’uomo, del mondo e, quindi, della medicina, del suo modo di concepire e praticare la medicina. Basta aprire una pagina qualsiasi dei suoi scritti, per imbattersi prima o dopo in un richiamo a quelle realtà, che diventano il punto di riferimento privilegiato dei suoi giudizi teorici e delle sue scelte pratiche.

Prendiamo la morte. Rileggendo qualcuna delle tantissime lettere di condoglianze da lui scritte nell’arco della vita, si ha l’impressione che per la prima volta egli sia venuto a contatto con quel drammatico fenomeno, tanta è la risonanza emotiva, il dolore e la com-passione che quell’evento suscita in lui. Eppure quest’uomo vive ed opera giorno e notte sfidando e dilazionando il fenomeno della morte.

Ebbene, Moscati non si rassegna mai alla morte come ad un fatto definitivo, ma ne afferra ed afferma sempre l’altra inscindibile componente, quella, cioè, del transito verso quell’aldilà che per lui rappresenta il vero, reale, definitivo approdo nella patria reale dell’uomo reale. Così egli può scrivere:

La vita è un attimo; onori, trionfi, ricchezza e scienza cadono, innanzi alla realizzazione del grido della Genesi, del grido scagliato da Dio contro l’uomo colpevole: Tu morrai! Ma la vita non finisce con la morte, continua in un mondo migliore. A tutti è stato promesso, dopo la Redenzione del mondo, il giorno che ci ricongiungerà ai nostri cari estinti, e che ci riporterà al supremo Amore! ( 9)

Sala Anatomica dell'Ospedale Incurabili, con il Crocifisso e la Targa lignea fatta apporre da Giuseppe Moscati.

In tale contesto assume un significato profondo quel cambio di targhe che egli esegue nella Sala Anatomica degli Incurabili. All’ingresso si leggeva una scritta, incisa da Luciano Armanni: Hic est locus ubi mors gaudet succurrere vitae ["Questo è il luogo dove la morte gode di poter soccorrere la vita"]. Moscati la sostituisce, fissando ad una parete, sotto il Crocifisso, una targa con la citazione desunta da Osea (13,14): Ero mors tua, o mors ["O morte, sarò la tua morte"] (10).

A ben guardare, le due prospettive divergono profondamente. Mentre la prima si arresta sulla soglia del mistero, consolandosi dei benefici che la morte può arrecare ai viventi ed ai ricercatori, la seconda smantella il significato riduttivo della morte concepita come evento definitivo: per la forza e la grazia di Cristo risorto, muore la morte, non tutto l’uomo.

Analogo discorso va fatto sul giudizio. A lui, figlio di un magistrato integerrimo, quell’idea di un rendiconto ultimo ed inappellabile, annunciato dalla Fede, appare quasi ovvio, familiare. Ma soprattutto pratico. Moscati opera sempre alla luce di quella realtà definitiva - il giudizio - che per lui non è solo un articolo di fede da professare, o un tremendo dies irae da scongiurare, ma il traguardo beatificante a cui tendere con l’operosità indefessa, bandendo ogni rimpianto o pessimismo:

"E quando, da qui a mille anni, comparirete alla Sua presenza, voi dovete poter rispondere: "Signore, ho compiuto bene la giornata! Ho operato per la maggiore tua gloria!" ( 11).

"Valorizzate la vita! Non dissipate i tempi in recriminazioni di felicità perdute, in elucubrazioni. Servite Domino in laetitia. …Di ogni minuto vi sarà domandato conto! – ‘Come l’hai speso?’ - E voi risponderete: ‘plorando’ - Vi si opporrà: ‘Dovevi trascorrerlo 'implorando', con le buone opere, vincendo te stesso e il demone malinconia’ …E dunque! Su al lavoro!" (12 )

Note:
1.
A.GEMELLI O.F.M., Una esemplare figura di medico cristiano. Il napoletano prof. Giuseppe Moscati, in "Vita e Pensiero", 16 (1930), pp. 225-230. Riprodotto in "Il Gesù Nuovo", 46 (1990), pp.342-348.
2. A.MARRANZINI, Giuseppe Moscati modello del laico cristiano di oggi. Presentazione di Mario Agnes, Roma 1989, p.370. Avverto che nelle citazioni desunte dai volumi del Marranzini, che tuttora costituiscono i testi base per gli scritti del Moscati, talvolta introduco qualche leggera variazione, dovuta ad un controllo diretto dei manoscritti autografi.
3. A.MARRANZINI, Giuseppe Moscati un esponente della Scuola Medica Napoletana. Introduzione di F. D’Onofrio, Roma 1980, p.53.
4. A.MARRANZINI, Giuseppe Moscati modello del laico, cit. (nota 2), p.270.
5. Ibidem, pp.233-234.
6. Ibidem, p.200.
7. Ibidem, p.244.
8. Ibidem, p.233.
9. Ibidem, p.274.
10. Cfr. A.TRIP0DORO S.I., Giuseppe Moscati. Il Medico Santo di Napoli, Napoli 1999, pp.142-143.
11. A.MARRANZINI, Giuseppe Moscati modello del laico, cit. (nota 2), p. 228.
12. Ibidem, p.366. "Plorando": "piangendo"; "implorando": "pregando".


L’escatologia suo orizzonte privilegiatoL’al di là è già nel paziente stesso
La Carità come attesa operosa delle ultime realtà – L’Eucaristia come comunione con l’al di là
Lettera a Carlotta Petravella

Home Page

moscati@gesuiti.it