Una lettera di San Giuseppe Moscati
al dott. Portaccio, medico pulsanese

Mario Spinosa
[Tratto dal Corriere del Giorno del 9 Ottobre 2007

Un prezioso documento che testimonia le qualità umane e spirituali del santo medico

Il grande successo ottenuto mercoledì 26 e di giovedì 27 su Rai Uno da "Giuseppe Moscati", la fiction interpretata da Beppe Fiorello, il cui ascolto ha superato più volte i sette milioni di telespettatori, con picchi di share oltre il 33 per cento, ha commosso anche i pulsanesi. Aprendo i cassetti dei ricordi è stato rispolverato e riportato alla luce un fatto legato alla persona di Quintino Portaccio (1893-1967), il medico condotto originario di Taviano, trasferitosi a Pulsano nel 1931 (proveniente da Sava, ove aveva messo su famiglia), famoso per il suo "carattere" singolare e per i suoi atteggiamenti estemporanei.

Si tratta di una missiva, datata 26 settembre 1924, inviata proprio dal dottor Giuseppe Moscati "all'Ill.mo Sig. Dott. Quintino Portaccio, allora operante in Taviano (LE)". Quella lettera, gelosamente conservata dai familiari per anni, ma ora con curiosità riletta, offre un contenuto significativo di cui nel 1924 non si poteva cogliere alcun segno.

Il nostro Portaccio aveva scritto al suo professore per conoscere le cause del decesso di un suo paziente, ricoverato nell'ospedale di Napoli. Il Moscati gli rispose con sorprendente diligenza e puntualità, illustrandogli i dettagli dell'intervento e motivando in profondità le cause dell'insuccesso chirurgico.

Lo scritto inviato dal Prof.Moscati al Dott.Portaccio

"Mio caro Portaccio - si legge - l'infermo di Taviano, R.P., fu operato due giorni dopo l'ammissione in ospedale: cadde la febbre dopo la fuoriuscita del pus; per quattro giorni migliorò; poi ripresero i fatti settici, morte, autopsia..."

A questo punto partono i dettagli diagnostici, dai quali si rileva che quel paziente era stato operato di appendicite, ma dall'autopsia l'appendice risultava inestirpata: "dunque l'infermo soffriva di calcolosi epatica...". Ne era venuta la morte, impossibile da evitare.

Interessante leggere tutto quanto il Moscati ha scritto sulle quattro pagine della lettera. Ma quel che tocca la mente e il cuore di chi legge è l'epilogo del messaggio:

"Vi saluto cordialmente, e vi auguro di perseverare, portando nell'esercizio la pietà, la sapienza, che solo principi cristiani, anche praticati, oltre che professati, possono fare. E vincerete. Ossequi ai vostri. Giuseppe Moscati".

L'opera televisiva, a parere dei più, è stata esemplare, cioè è riuscita a parlare alla mente e al cuore di quanti l'hanno seguita. Pur regalando spettacolo, il regista Giacomo Campioni ha evocato il carattere "umano" di quel medico, proclamato Beato il 16 novembre 1975 da Paolo VI e Santo il 25 ottobre 1987 da Giovanni Paolo II.

Moscati, in quel brano di congedo scritto al nostro dott. Portaccio, appare straordinariamente come un medico post-moderno, "un uomo che brucia e si consuma d'amore per gli altri". Infatti, ascoltava sorridendo i malati e li allontanava dal dolore sofferto. La sua sicura metodologia innovatrice nel campo della ricerca scientifica, emersa dalla fiction, e il suo colpo d'occhio diagnostico sono senz'altro fuori del comune. Per questo può definirsi uomo di scienza e di fede.

Pur non facendo niente di clamoroso, il suo intero percorso umano e scientifico veniva notato e giudicato, e poi è stato stroncato a soli 46 anni, nel 1927. Nell'epilogo della lettera al Portaccio appare chiaro che per lui non esistono contrasti tra fede e scienza: come ricercatore è al servizio della verità e la verità non è mai in contraddizione con se stessa né, tanto meno, con ciò che la Verità eterna ci ha rivelato.

Il Dott. Quintino Portaccio

Di tanto ebbe a scrivere: "Non la scienza, ma la carità ha trasformato il mondo, in alcuni periodi; e solo pochissimi uomini son passati alla storia per la scienza; ma tutti potranno rimanere imperituri... se si dedicheranno al bene". (vedi biografia).

A commento di questa nobile posizione etico-professionale vien da osservare che fede e ragione si coniugavano un tempo, ora non più, a fronte del diffondersi della malasanità. Costituiscono, per così dire, un ossimoro, soprattutto da quando qualcuno (Darwin) ha poi escluso l'intervento creativo di Dio nella storia naturale dell'uomo, come appunto si fa notare da parte di chi morendo nella fiction, si fida comunque alle prghiere di Moscati.

Il Papa Benedetto XVI, al santuario di Mariazel in Austria, ricollegandosi a quanto aveva anticipato a Ratisbona, ha ricordato che una scienza senza verità potrebbe portare alla distruzione dell'uomo.

"La nostra fede - ha detto - si oppone decisamente alla rassegnazione che considera l'uomo incapace della verità, come se questa fosse troppo grande per lui". Quasi riecheggiando il "perseverare" scritto da Moscati al nostro Portaccio, il Papa ha quindi insistito sulla necessità di ribellarsi alla tentazione di questa rinuncia: "Se per l'uomo non esiste una verità, egli, in fondo, non può neppure distinguere il bene dal male". (in "Corriere della sera", domenica 9 settembre 2007).

E' proprio questa la fede riflessa da Moscati in ogni suo gesto, in ogni sua lettera a colleghi, a pazienti o ad amici addolorati per l'infermità o il decesso di persone care. L'insigne medico ripete non solo ai suoi colleghi ma a ciascuno di noi: "In tutte le vostre opere mirate al Cielo e all'eternità della vita e dell'anima, e vi orienterete allora molto diversamente da come vi suggerirebbero pure considerazioni umane, e la vostra attività sarà ispirata al bene" (Da una lettera al Dott. Consoli, allievo di Moscati, 22 luglio 1922).

Il 16 novembre 1930, il corpo di S. Giuseppe fu traslato dal cimitero di Poggioreale alla Chiesa del Gesù Nuovo, dov'è tuttora. Quintino Portaccio riposa nel cimitero di Sava, nella cappella di famiglia.


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