Un ricordo di S.Giuseppe Moscati
ad 80 anni dalla morte:
12 Aprile 1927 - 2007

Alfredo Marranzini s.j.
[articolo pubblicato dall’Osservatore Romano il 12 aprile 2007]

Il 12 aprile 1927, poco dopo le 15, una notizia fulminea sembrò paralizzare la vita di Napoli: "È morto Giuseppe Moscati, il medico santo!" In quel triste Martedì Santo il ritmo del notissimo scienziato e maestro è stato quello di ogni giorno: preghiera e riflessione sulla sacra scrittura, forse sulla passione del Signore; Messa e Comunione nella Chiesa di S. Chiara; lavoro alla III sala dell'Ospedale degli Incurabili, di cui è primario dal 1919.

Ore d'insegnamento e, dopo un pasto frugale, nel suo studio il passare continuo di sofferenti d'ogni ceto, che attendono una diagnosi sicura, una cura efficace, una parola di conforto e molto spesso anche un aiuto finanziario.

All'improvviso il professore avverte uno strappo al cuore, si ritira nella vicina stanzetta, incrocia le braccia e reclina il capo sulla poltrona. I fratelli accorrono e costernati costatano che emette l'ultimo respiro.

Si è avverato il presentimento della mamma. Quando il giovane Peppino, conseguita brillantemente a 17 anni la licenza liceale, decide - contrariamente alla tradizione giuridica della famiglia - di iscriversi alla Facoltà di Medicina, Rosa De Luca-Moscati ritiene suo dovere prospettargli difficoltà e disagi. La risposta è immediata: "Che dite, mamma? Son pronto a coricarmi nel letto stesso degli ammalati!"

La signora, con un sorriso appena abbozzato, rassegnata dà il suo assenso, ma qualche giorno dopo confida ad una sua arnica: "Peppino, per alleviare le sofferenze degli altri, diverrà egli stesso un martire!" Son questi particolari trasmessici dal prof. Gaetano Quagliariello nel commemorare, venti anni dopo la morte, il suo amico, nell'aula magna dell'Università, di cui nel 1947 era rettore.

Sulle cause di questa scomparsa repentina si discusse molto, a suo tempo e durante i processi canonici, tra illustri clinici e biologi, vagliando tutto quello che potesse giustificare tale stroncatura nel vigore degli anni. Nell'ultimo addio all'amico il senatore prof. Alberto Marghieri sembra aver colto nel segno: "La scienza dirà che egli aveva in sé il il germe che lo spense, ma noi penseremo che la fatica soltanto, la fatica quotidiana di tutte le ore, senza posa, senza tregua, senza respiro fiaccò la sua fibra e lo uccise sugli spalti".

Non mancavano in Moscati disturbi vari, specie visivi, che gli facevano presagire il rallentamento o addirittura l'interruzione della sua attività professionale. I fratelli e la sorella Nina, preoccupati, insistono perché si prenda un po' di riposo. L'idea di andare a trascorrere qualche settimana a S. Lucia di Serino (Avellino), dov'è la casa paterna e a cui lo legano tanti ricordi, lo attrae. Egli si ripromette di attuarla, ma al momento opportuno la sollecitudine per i suoi malati l'induce a rimandare sempre.

Solo nel 1923 si lascia persuadere a partecipare, col prof. Filippo Bottazzi, al Congresso Internazionale di Fisiologia a Edimburgo e, pur essendo lieto di conoscere Londra, torna sempre a pregare per la cessazione dei disturbi visivi, per "poter lavorare nella vigna del Signore".

Tornò in effetti a lavorare, e il 12 aprile 1927, mezz'ora prima del suo transito, alla sig.ra Teresa Carulli-De Marsico che, accompagnando la sua figlioletta Emilia, gli domandava come stesse, rispose: "Quando si lavora si sta meglio!" Tutti i testimoni del processo di canonizzazione sono concordi nell'affermare che egli si affaticava al di là delle sue forze, non certo per amore di lucro o per mania di lavoro, ma unicamente per il senso vivo del dovere, reso più duro dalle assillanti richieste dei pazienti, che mai venivano disattese, specie quando si trattava di indigenti.

La fama di grande clinico e l'attrattiva del "santo" pesavano su di lui, tanto che si lamentava più volte di essere soffocato dal lavoro. L'ansia di assolvere il compito di primario e di docente, con incessante aggiornamento, gli fa sottrarre ore al sonno, e così la tensione e lo stress, con le relative turbe neurovegetative, sommandosi ad altri fattori, lo portano all' appuntamento finale.

Ho ascoltato più volte Salvatore Pipolo che, mentre stava aiutando il padre nella macelleria di via Cisterna dell'Olio, su pressante richiesta della domestica di casa Moscati corse a chiamare il parroco di S. Maria della Rotonda, per l'amministrazione dell'Olio santo: "Piangevano tutti e dicevano che era morto un santo!" In quel momento - si potrebbe dire - cominciò in maniera informale il "processo di canonizzazione" di Giuseppe Moscati.

Il Cardinale Alessio Ascalesi, dopo aver pregato dinanzi alla salma, consolava i fratelli: "Il professore non apparteneva a voi, ma alla Chiesa, che ora venera in lui un Santo!".

San Giuseppe Moscati
[da una foto con alcuni suoi allievi]

Il noto clinico Pietro Castellino, per il ravviamento della cui fede tanto Moscati si era adoperato, nel dare "il saluto estremo", a nome dei cattedratici della Facoltà di Medicina, al discepolo carissimo, lo chiamava "una delle creature più care, candide e soavi, animata dalla fede santa del bene, che diede alla sua quotidiana e laboriosa fatica, in un costante fervore ardente di pietà, di amore, di carità, la missione di un alto sacerdozio; cuore semplice e buono che, penetrato di un alto ideale, amava vivere nel colloquio intimo col Cristo, che sforza i sepolcri e vince la morte; cuore pervaso di un fervore mistico rispettato da noi tutti con la più riguardosa considerazione, perché a quell'alta invocazione di purità, in cui egli amava spesso rifugiarsi, come vi trovasse la sicura custodia del suo spirito, infondeva fede vissuta nella più austera virtù. La sua parola fu sempre ispirata a sincero altruismo, a bontà soccorrevole e cortese, a saggezza, ad elevazione spirituale, ad indulgente compatimento per tutti".

Il prof. Bottazzi, fondatore della Scuola Fisiologica Italiana, vide in Moscati "la più perfetta incarnazione, che io abbia conosciuto, dello spirito di carità quale ci viene definito in S. Paolo (1 Corinti 13): profondamente religioso, non fece mai ostentazione dei propri sentimenti, ma con parola insinuante, sostenuta dalla sua amorosa opera sanitaria, non tralasciò mai di curare, insieme ai corpi, anche e innanzitutto le anime e di avviarle verso quella luce che per singolare grazia a lui sfolgorava da abissi per noi impenetrabili".

Il prof. Quagliariello, che fu compagno nei laboratori di fisiologia e che Moscati propose per la cattedra di fisiologia e chimica biologica, da lui rifiutata per dedicarsi più direttamente agli infermi, nel commemorarlo a venti anni dalla morte asseriva che "conoscerlo veramente voleva dire amarlo e venerarlo. Ma prima di amarlo e venerarlo, quanti ebbero la fortuna di vivergli accanto subirono, nolenti o volenti, consapevoli o inconsapevoli, il fascino della sua grande anima e furono riscaldati dalla fiamma di fede e di carità che lo nutriva. Nessuno di quante persone ho conosciute, che furono in dimestichezza con lui, e ve ne furono delle più elevate per intelligenza, per cultura e per posizione sociale, si è sottratta alla influenza della sua personalità".

Ben intuì la santità di Moscati il visitatore apostolico della Bulgaria, Mons. Angelo Giuseppe Roncalli, futuro Giovanni XXIII, che il 3 novembre 1929, dopo averne letto la biografia scritta dall'Arcivescovo di Amalfi Ercolano Marini, si congratulava con lui per aver presentato, ad appena due anni dalla morte, a tutta la Chiesa, "questa mirabile figura di laico perfetto, splendido fiore di santità e di scienza, onore del nostro secolo: Lumen Ecclesiae. Il chiarore di questo novello luminare è destinato a splendere in tutta l'Italia nostra che, posta com'è al centro dell'unità, ha un dovere più sacro di esprimere la vita della Chiesa cattolica nelle sue più alte e più pure espressioni".

La canonizzazione di Moscati è un fatto compiuto dal 25 ottobre 1987, quando Giovanni Paolo II volle aggiungere "alla schiera degli eroici campioni delle virtù cristiane la figura nobile, semplice, radiosa del prof Moscati".

Tale figura si presenta di grande attualità soprattutto per due motivi: Il Concilio Vaticano II, con la sua rinnovata visione della Chiesa e della sua missione, ha schiuso orizzonti immensi all'impegno dei laici nella comunità cristiana e nel mondo.

Giovanni Paolo II, scegliendo nel 1985 come argomento del Sinodo dei Vescovi "la vocazione e la missione dei laici nella Chiesa e nel mondo a vent'anni dal Concilio", chiamò i battezzati a riflettere sulla loro responsabilità missionaria, che è parte costitutiva della stessa vocazione cristiana e riguarda tutti, perché in essa si esprime e si conferma l'unicità e irripetibilità della persona davanti a Dio, alla Chiesa e alla storia.

Ai laici spetta in modo particolare servire l'uomo nella sua autentica verità e realtà secondo il suo rapporto con Dio, creatore e padre, disponendolo ad accogliere il dono della fede, che l'introduce mediante Cristo nella comunione dello Spirito; secondo il suo rapporto con se stesso, in possesso inalienabile dell'immagine divina e della propria conformazione al Cristo; secondo il suo rapporto con gli altri nella sua originaria ed essenziale dimensione sociale; secondo il suo rapporto con le cose, in fedeltà al compito di "dominio" responsabile ricevuto da Dio. In questo molteplice e unitario servizio alla promozione dell'uomo il laico contribuisce a creare e sviluppare una cultura sempre umana e umanizzante, che trova la sua inesauribile fonte e il suo costante alimento nella "verità integrale" sull'uomo quale risplende sul volto di Cristo, il Verbo fattosi carne.

Già sotto questo aspetto Moscati ha molto da dire al laico di oggi con la sua vita e i suoi scritti occasionali. Però, come medico e scienziato, stimola ancora a dare, in un incontro personale col Cristo, una risposta non astratta al problema del dolore, a scoprirne il valore salvifico e comprendere, come avverte Giovanni Paolo II: "il vangelo della sofferenza. La Chiesa nel corso dei secoli ha costantemente avvertito il servizio dei sofferenti come parte integrante della sua missione e, oltre a favorire tra i cristiani varie opere di amore, ha fatto sorgere molte istituzioni con la finalità specifica di, organizzare, migliorare ed estendere l'assistenza agli infermi. Nel suo accostamento ai sofferenti ella è guidata da una precisa concezione della persona umana e del suo destino nel piano di Dio, ed è conscia che il dinamismo salvifico della redenzione operata da Cristo raggiunge tutto l'uomo in ogni sua situazione".

Ora è proprio questa la fede riflessa da Moscati in ogni suo gesto, in ogni sua lettera a colleghi, a pazienti o ad amici addolorati per l'infermità o il decesso di persone care. Quest'insigne Medico ripete non solo ai suoi colleghi ma a ciascuno di noi: "In tutte le vostre opere mirate al Cielo e all'eternità della vita e dell'anima, e vi orienterete allora molto diversamente da come vi suggerirebbero pure considerazioni umane, e la vostra attività sarà ispirata al bene" (Da una lettera al Dott. Consoli, allievo di Moscati, 22 luglio 1922).


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