La spiritualità del missionario gesuita
Beato Giovanni Beyzym s.j.

apostolo dei lebbrosi in Madagascar

Czeslaw Drazek [pubblicato dall’ Osservatore Romano il 15 agosto 2002]

Nella vita interiore di Padre Beyzym troviamo le caratteristiche essenziali della spiritualità ignaziana. Al primo piano emerge la ricerca in tutto della maggior gloria di Dio: del maggior bene degli uomini. "Davanti ai miei occhi ho sempre due questioni: una maggior gloria di Dio e il bene, sia spirituale che temporale, dei lebbrosi affidatimi." (Lettera del 28 maggio 1902).

Non è difficile osservare che per Padre Beyzym la gloria di Dio e il servizio di Dio non furono dei concetti astratti, ma costituivano una realtà molto cara e concreta. Colui che aveva cura dei lebbrosi aveva amato l'uomo, il più povero, colui che meno di tutti poteva contare sulla compassione e sull'aiuto, cancellato dalla vita degli uomini normali, condannato al disprezzo. Aveva amato ciò che nessun mondo voleva e sapeva amare.

P.Giovanni Beyzym si adoperò perché i lebbrosi non rimanessero isolati, creando alloggi per i familiari all'interno del suo "villaggio sanitario".

Nei volti deformati, coperti da uno strato di piaghe purulenti, scorse "fratelli sofferenti", prese le loro difese, lottò perché avessero giuste leggi. Sin dal primo istante del suo arrivo nel Madagascar, Padre Beyzym si sentì solidale con i malati di lebbra, fino al punto di non dire "io e loro", ma "noi".

Negli ammalati Padre Beyzym vedeva Gesù sofferente e perciò li amava con l'azione, memore delle Sue parole: "Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me" (Mt 25, 40). Era un amore eroico, che voleva rendersi simile agli sventurati in tutto, eccetto che nel peccato.

I malgasci chiamavano. il missionario: "Ray aman-dreny", padre e madre in una persona. E veramente la premura di Padre Beyzym per i malati aveva qualcosa di paterno e di materno insieme. In una delle sue lettere scrisse che durante un violento temporale, poteva, dopo un giorno di fatica, dormire tranquillo, poiché non sentiva i fulmini, ma se un malato bussava al cancelletto del recinto cercando il suo aiuto, scattava immediatamente, per servirlo.

Pur essendo un uomo d'azione e lavorava moltissimo, non gli era estraneo "l'agire in ginocchio". Sì, poneva al primo posto la preghiera, apprezzava il suo enorme valore nella vita apostolica, sottolineava la necessità di essa e la sua importanza nel tendere alla santità. Pregava continuamente, e nelle lettere chiedeva il ricordo davanti al Signore, scrivendo per esempio: "Ho tanto bisogno dell'aiuto dall'alto, perché ho non poche difficoltà…". Oppure: "Senza essere sostenuto dalle preghiere, con la mia inettitudine sotto ogni aspetto, nulla avrei fatto" (Lettera del 28 maggio 1909).

Nella vita interiore di Padre Beyzym colpisce un profondo legame con Cristo Eucaristico. La Santa Messa era il centro della sua vita, e allo stesso tempo presso l'altare sentiva nel modo più profondo la propria indegnità, piccolezza e peccaminosità.

Padre Beyzym univa strettamente il culto di Cristo con quello della Madonna. Si può dire senza esagerazione che la sua spiritualità era eminentemente mariana.

La Madonna di Czestochowa, fondamentale nella spiritualità
del Beato Giovanni Beyzym s.j.

Il Saluto dell'Angelo, l’Ave Maria, non abbandonava quasi le sue labbra, diventava un mezzo universale pe ogni necessità dell'anima e del corpo. Lo recitava nei momenti di pericolo, quando attraversava i "ponti ballerini" sopra i torrenti impetuosi, con le parole dell'Ave Maria serviva ai malati la medicina, composta da una goccetta di vino rosso e di alcune gocce di acqua santa, con questa preghiera sulle labbra chiudeva la sera le porte dell'ospedale, risolveva difficili problemi educativi.

Sfruttava ogni occasione per accendere nei lebbrosi la venerazione e l'amore alla Madonna. Del resto aveva iniziato l'apostolato mariano ancora in terra polacca, nel convitto di Tarnopol e in quello di Chyrów. Una delle sue conferenze ai ragazzi che si sono conservate comincia con l'affermazione: "Il più necessario e il più sicuro aiuto per la nostra conversione, per la nostra santificazione e per la nostra salvezza è la devozione alla Madre Santissima".

In simile modo agiva con i lebbrosi. "Mi dà grandissima. gioia e rendo per questo costantemente grazie alla Madre Santissima, perché i miei malati cominciano ad avere una maggiore devozione verso di Lei. Appena l'amore e la fiducia per la Madre Santissima si radicheranno in questi poveri cuori, sarà tutto a posto e posso essere del tutto tranquillo per essi" (Lettera del 12 ottobre 1904).

Tutto ciò che aveva realizzato nella sua vita, ogni suo successo, lo attribuiva a Maria. Si riteneva un suo miserabile strumento, il "più completo zero, di cui la Madre Santissima si degna di servirsi, perché sia più visibile agli uomini la sua onnipotenza..." (Lettera del 12 gennaio 1904).

Donò alla Madonna tutta la sua vita, a Lei sottomise la sua volontà. La riteneva una assoluta Signora, che può disporre di lui a suo piacere, il che egli stesso spesso constatava. "Appartengo completamente alla Madre Santissima... Mi sono offerto a Lei ancora con la disponibilità per tutto ciò che vorrà fare di me. La prego soltanto che ordinandomi quello che vuole, mi aiuti con la sua grazia a compiere fedelmente i suoi ordini e mi protegga contro l'abbandono della santa fede e della Compagnia" (Lettera del 17 giugno 1909).

Nelle difficoltà, che mai gli mancarono - come era solito dire - a volte si sentiva "come bastonato e buono a nulla", "abbattuto e irritato". A volte era come se gli cominciasse a mancare il coraggio, nell'anima penetrava la tentazione della sfiducia. "Ogni volta però - scriveva - ciò durava poco, non più di alcuni secondi, perché subito mi veniva in mente il pensiero: vecchio imbecille, che novità è questa? Accade ciò senza la volontà della Madre Santissima, oppure le carmelitane ti hanno già dimenticato e non pregano per te? Mi vergognavo di me stesso, subito chiedevo il perdono alla Madre Santissima per la mia pusillanimità e di nuovo tutto tornava a posto" (Lettera del 13 aprile 1902).

Sostenuto dalla sua protezione era sempre pronto a compiere la volontà di Dio, benché ciò dovesse costargli molte sofferenze e molti sacrifici. Guardava le difficoltà con l'occhio della fede. Erano per lui la dimostrazione che la sua opera, segnata dalla cróce, piaceva a Cristo. "E dura, è vero! Ma mi consolo con le parole di sant’Ignazio, il quale spesso diceva che più abbondano le difficoltà, più abbondante frutto bisogna attendere" (Lettera del 13 aprile 1899).

Il Cardinale Karol Wojtyla, poco prima di essere eletto alla Sede di San Pietro assumendo il nome di Giovanni Paolo II, dette la più esatta caratteristica della spiritualità e dell’attività apostolica di Padre Beyzym: "La vera grandezza dell’uomo si identifica con l’amore, con quell’amore che ‘dà l’anima per i suoi fratelli’".

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