Beatificazione del gesuita polacco
P.Giovanni Beyzym
apostolo dei lebbrosi in Madagascar
Cracovia, 18 agosto 2002

Carlo Sorbi s.j.

Durante il suo ultimo recente viaggio a Cracovia il Papa Giovanni Paolo II° ha proceduto anche alla proclamazione di quattro beati. Uno di loro è P.Giovanni Beyzym, gesuita, missionario in Madagascar, apostolo dei lebbrosi.

P.Beyzym nacque a Beyzymy Wielkie il 15 maggio 1850. Dopo aver terminato il ginnasio a Kiev, entrò nel Noviziato dei Padri Gesuiti a Stara Wies presso Brzozow. Fu ordinato sacerdote a Cracovia dal Vescovo Albin Dunajewski nel 1881 e svolse un profiquo apostolato tra i giovani nei collegi della Compagnia di Gesù a Tarnopol e a Chyrow.

All’età di quarantotto anni riuscì a coronare il sogno della sua vita: ottenne dai superiori il permesso di andare missionario in Madagascar, per dedicarsi totalmente ai più reietti, i lebbrosi.

P.Giovanni Beyzym nel "villaggio sanitario"
da lui creato per i lebbrosi, in Madagascar.

Giunto lì nel 1898, iniziò ad operare nel lebbrosario di S.Camillo ad Ambahivoraka, nei pressi della capitale Antananarive.

Contrariamente a quanto si soleva fare allora, radunare cioè e tenere isolati quei poveri malati, il padre volle condividere la loro vita e si mise a vivere con loro e a prendersi cura delle loro piaghe. Contemporaneamente cominciò a tempestare di lettere amici, parenti e conoscenti in Polonia, descrivendo le penose condizioni in cui versavano quei poveri disgraziati e le loro più immediate necessità.

Il suo progetto era giungere alla costruzione di un vero e proprio centro sanitario per poter curare quei malati, nel quale avrebbe potuto svolgere pienamente la sua missione apostolica.

Il sogno di P. Beyzym pian piano prese forma. Una volta giunti i primi sostanziosi aiuti, fu scelto il luogo ove realizzare il centro. Fu prescelta la località di Marana, a 5 km dalla cittadina di Fianarantsoa, allora Vicariato Apostolico e oggi Arcidiocesi, nel sud dell’isola, ove già da tempo operavano altri missionari gesuiti, per lo più francesi e belgi.

L’11 ottobre 1902 si trasferì là e diede inizio ai lavori di costruzione del lebbrosario. Occorsero ben nove anni per riuscire a realizzare un vero e proprio complesso ospedaliero, ove per la prima volta i lebbrosi non venivano più considerati razza maledetta da cui guardarsi, bensì persone malate, con la loro dignità da rispettare, bisognose di cure sanitarie e spirituali per riabilitarsi e guarire. In tal modo il P.Beyzym divenne un vero pioniere, precursore della cura odierna dei lebbrosi.

La tenacia e le energie spese dal P. Beyzym furono immense: dovette affrontare difficoltà di ogni genere, dai pregiudizi e dalle superstizioni innate in ogni popolo circa la lebbra e i pericoli del contagio, alla mancanza assoluta di mezzi sanitari per la cura e riabilitazione di questi malati, alla quantità via via crescente di lebbrosi che accorrevano per essere curati, man mano che si diffondeva nel Madagascar la fama del padre.

Padre Beyzym non poté godere a lungo dei suoi sforzi. Esausto dalla fatica, dalla durezza della vita, e dagli stenti a cui egli stesso si era sottoposto, morì l’anno dopo il termine dei lavori, l’11 ottobre 1912, circondato di già da un alone di eroismo e santità.

La vita del "servo dei lebbrosi" fu caratterizzata da una Fede viva e dal senso di giustizia in difesa della dignità di quelle persone che si dovevano considerare malate e non maledette.

Realizzò così pienamente la pagina del Vangelo del Buon Samaritano verso i più poveri dei poveri della sua epoca, e trovava fonte di ispirazione in un amore filiale verso la Vergine, la Madonna di Czestokowa, a cui il lebbrosario fu fin da principio dedicato.

Contrariamente a quanto varie volte succede, l’opera fu subito assunta come parte integrante della presenza missionaria dei Gesuiti a Fianarantsoa. La forza del sogno di P.Beyzym poté così continuare a generare nuove realizzazioni, sia di tipo prettamente sanitario che abitativo, il che permetteva di accogliere non solo i malati, ma anche le loro famiglie, i propri figli, evitando di costituire "lazzaretti" che costringevano i malati a distaccarsi dai propri cari.

Il lebbrosario assunse sempre più i connotati di vero e nuovo "villaggio sanitario", di una comunità di vita ove i malati erano curati e potevano convivere con la propria famiglia di origine, costituire nuove famiglie e contribuire al mantenimento proprio e dei propri cari partecipando a lavori agricoli e tecnici, che man mano venivano a organizzarsi attorno al lebbrosario, proprio come nelle primitive comunità cristiane, in cui tutto veniva messo in comune e dove la cura dei malati andava di pari passo con quella dei nuovi bambini, della loro appropriata educazione e istruzione, fino alla completa guarigione e riabilitazione del lebbroso, e il ritorno di tutta la famiglia alla propria terra di origine.

Ancora oggi il lebbrosario di Marana è attivo, perché la lebbra, seppur diminuita, è considerata ancora malattia endemica in Madagascar. Si calcola che oggi i lebbrosi ammontino a circa 80.000 persone.

Il lebbrosario della Madonna di Czestokowa si sostiene a tutt’oggi grazie ai doni di tanti privati benefattori, e necessita periodicamente di nuovi investimenti per i necessari adeguamenti tecnici e sanitari.

L’ombra vigile, paterna e provvidenziale, del P. Beyzym, è ancora lì operosa: il lebbrosario vede oggi al suo centro una semplice ma assai dignitosa cappella, ove riposanno le ossa del beato Padre, e dove ancora appare l’immagine da lui voluta della "Madonna Nera".

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