Mariantonia Samà - I
fedelissima amica di Gesù (1875 – 1953)

Dora Samà

Discepola di Cristo -- La sua abitazione -- Consacrazione al Sacro Cuore -- I ricordi
Doni dello Spirito Santo -- Le guarigioni
Profezie -- Immunità da piaghe -- Preghiera -- La sua Quaresima -- Introspezione -- Profumo
Bilocazione -- Apparizioni -- Termine della vita terrena -- Inizio del processo canonico -- Conclusione

Autentica discepola di Cristo

Parlo con intensa devozione dell'umile Serva di Dio Mariantonia Samà (nota come la Monachella di S. Bruno), con la quale condivido il luogo di origine e che considero, tuttora, come mia maestra e madre spirituale per avermi insegnato ad amare il Signore e a fidarmi di Lui.

L'ho frequentata fin dalla mia infanzia, ammirandola per la serenità interiore e per le straordinarie virtù. In seguito, ho approfondito la conoscenza della sua vita sotto ogni aspetto e ne sono rimasta così affascinata da scrivere e pubblicare, nel luglio 2006, la sua biografia dal titolo Una vita nascosta in Cristo, al fine di diffonderne il culto.

Il presente articolo vuole essere una sintesi della suddetta biografia, onde far conoscere ai lettori l'alto grado di perfezione spirituale raggiunto da un'autentica discepola di Cristo, sempre pronta ad accogliere l'invito del divino Maestro: "Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua" (Luca 9,23).

Mariantonia nacque a S.Andrea Ionio (prov. di Catanzaro) il 2 marzo 1875: fu cresciuta dalla madre, perché il padre morì qualche mese prima della sua nascita. Visse in condizioni di estrema povertà in una piccola casetta sita in un vicolo angusto e composta da un unico vano privo di acqua, di luce, umido e freddo. Da fanciulla trascorse le giornate in modo spensierato con le sue coetanee e aiutando la mamma nel lavoro dei campi.

A 12 anni la vita di Mariantonia fu sconvolta da un insolito avvenimento: bevendo dell'acqua corrente in una conca del terreno, si sentì tormentata nell'anima e nel corpo. Per liberare Mariantonia da quell'atroce sofferenza, i sacerdoti suggerirono l'esorcismo, praticato soltanto presso la Certosa di Serra San Bruno, all'epoca in provincia di Catanzaro.

Viveva allora la baronessa Enrichetta Scoppa, nata a S.Andrea Jonio nel 1831. Colta e di profondi sentimenti cristiani, aveva preferito mettere le sue ricchezze a beneficio del prossimo e dedicarsi al servizio dei poveri e dei sofferenti. Due importanti fondazioni da lei volute la ricordano ancora: l'Istituto delle Suore Riparatrici del Sacro Cuore e il Collegio dei Redentoristi

La Baronessa non rimase indifferente dinanzi alle sofferenze della povera fanciulla, ma si adoperò subito per organizzare il viaggio a sue spese, mettendo a disposizione anche alcuni suoi dipendenti, e in particolare Vincenzo Mannello, che poi amava ripetere il racconto ai suoi nipoti, comunicando la propria soddisfazione per essere stato scelto direttamente dalla Baronessa per questa delicata impresa.

Dopo il lungo e disagiato viaggio attraverso la montagna (all'epoca non esistevano strade carrabili), la comitiva raggiunse la Certosa, fermandosi davanti al laghetto dove si trova tuttora la statua di San Bruno, fondatore dell'ordine dei Certosini.
In quelle acque il Santo, in atto di penitenza, si immerse tante volte: un gesto che fu ripetuto per la fanciulla, nella speranza che Satana si allontanasse da lei. Ma tutto fu inutile.
Mariantonia venne accompagnata in chiesa, dove il certosino esorcista, dopo ripetuti tentativi, riuscì finalmente a liberarla, non senza aver sentito prima pronunciare dallo stesso spirito la frase: "La lascio viva, ma storpia".

Gli uomini della scorta riferirono che il viaggio di ritorno non fu affatto faticoso, ma gioioso, in quanto Mariantonia appariva felice per essere tornata la ragazza tranquilla di un tempo. Tutti si rallegrarono quando la videro rientrare in paese con il volto sorridente.

Si sa con certezza che Mariantonia, dopo l'esorcismo, visse in buona salute solo per un paio d'anni. In seguito, divenuta incapace di reggersi in piedi, rimase definitivamente a letto, immobile, in posizione supina, con le ginocchia alzate e contratte, per oltre sessant'anni, fino alla sua morte.

Anche se le sue gambe non le permisero più di divertirsi con le sue coetanee, di correre sui prati all'aria aperta, se i suoi occhi non potevano contemplare il cielo stellato né ammirare le altre meraviglie del creato, Mariantonia abbracciò volentieri la sua malattia, e cercò di sopportarla con la forza dell'amore verso il Crocifisso, che fissava continuamente sulla parete, di fronte a lei.

Panorama di S. Andrea sullo Ionio (CZ)
dove visse Maria Antonia Samà
[Foto di Rita Dominijanni]

In tal modo, il suo piccolo letto divenne un altare di offerta e di partecipazione alla Passione ed alla Croce di Gesù, il quale sarebbe rimasto per lei, fino alla morte, il Fratello e l'Amico fedele, sempre pronto ad aiutarla e a ricambiare il suo amore con la profusione di doni speciali. Uno di questi fu che non ebbe mai, nonostante stesse sempre immobile, alcuna piaga da decubito.

Guidata dallo Spirito Santo nell'intelligenza del mistero della croce, Mariantonia considerò la sua malattia come un dono di Dio, senza mai lamentarsi. Ciò le consentiva di alimentare la sua fede e di trarne l'energia necessaria per superare i momenti di sconforto e per affrontare quei mali fisici che, spesso, mettevano a dura prova il suo corpo immobile e debilitato.

La sua abitazione

Come accennato, Mariantonia abitava un'umile casetta, situata in un vicolo molto angusto, appena un metro dal fabbricato di fronte, che impediva al sole di illuminarla e riscaldarla per gran parte della giornata. Questa casetta, che esiste ancora, è composta da una sola cameretta, larga due metri, lunga poco meno di tre e alta 2,70 metri. Una sola piccola finestra attenua la persistente penombra e rende più distinti i contorni delle sacre immagini ancora appese alle pareti.

Un basso sottotetto, arieggiato da una piccola finestra, serviva come deposito di carbone, utilizzato sia per riscaldare l'ambiente e le vivande che le portavano, sia per far cuocere qualcosa direttamente dalla persona che la assisteva, quando non c'era più legna. Le tegole del tetto lasciano intravedere la luce, permettendo anche il passaggio di aria, il che rendeva più freddo l'interno nelle rigide giornate invernali. Il poco calore generato dal braciere, sistemato ai piedi del lettino, si disperdeva e Mariantonia, oltre al dolore fisico, non poteva adeguatamente proteggersi dal freddo, anche perché una copertina in più costituiva un peso intollerabile per il suo gracile e fragile corpo.

L'arredamento consisteva in un piccolo tavolo rettangolare, in una cassettina per la biancheria (e non solo per questo) e in alcune sedie. Appoggiato alla parete di fronte alla porta c'è il lettino, lungo un metro e cinquanta centimetri e largo novantacinque centimetri, con un materasso riempito di foglie di pannocchie di granturco seccate al sole. E' adagiato su tavole di legno, sorretto da due cavalletti in ferro.

Da quando Mariantonia non poté più lasciare il letto, sua madre, per poterla assistere, smise di recarsi in campagna, e le vennero quindi meno quei pochi prodotti ricavati dalla terra. Con queste precarie condizioni economiche, madre e figlia riponevano ogni speranza nella Provvidenza, accettando l'aiuto di qualche parente e della popolazione andreolese che, spontaneamente, sentiva il bisogno di compiere un'opera buona, sia pure in modo non programmato. E non mancarono i giorni nei quali, proprio per questa "non programmazione", le due donne rimanevano senza cibo...

Ma molti le aiutavano e tra questi - oltre la baronessa Enrichetta Scoppa già citata - il marchese Francesco Lucifero suo cugino. Entrambi di spirito caritatevole verso bisognosi e sofferenti, furono molto attenti e generosi nei riguardi di Mariantonia. Il marchese le mandava ogni mattina una ricottina, preparata dal pastore delle sue pecore. Le inviava ogni tanto il formaggio, l'olio e altri generi alimentari, le pagava le bollette della luce, unica comodità in quell'ambiente misero, e le faceva pervenire, ogni sabato, un grande paniere ricco di ogni varietà di frutta, ortaggi e verdure.

Le Suore del Sacro Cuore, dopo la morte della mamma, invitarono Mariantonia a vivere con loro, ma lei non si sentì di poter accettare. Allora, oltre le suore, molte furono le "assistenti" - di ogni estrazione sociale - che si alternarono successivamente per aiutarla e ho potuto conoscerle personalmente, mentre conservo per loro stima e ammirazione. Vissero con Mariantonia lasciando volentieri la propria casa, con una dedizione frutto di autentico amore evangelico e con spirito di sacrificio, dividendo con lei il cibo che riceveva e la stanzetta, che venne separata in due piccoli ambienti, mediante delle canne intrecciate ricoperte di calce, e tramite una tenda.

Nel 2006 però la casetta di Mariantonia si presenta in parte diversa da come l'ho descritta perché per iniziativa di Don Edoardo Varano, per tutelare la memoria della Monachella, si è operata una ristrutturazione prima che le precarie condizioni, soprattutto del tetto, potessero compromettere l'intera abitazione.

Nella cameretta è stata ripristinata (ma in muratura, eliminando la precedente struttura di canne) la parete divisoria, che era stata demolita dopo la morte di Mariantonia. La porta d'ingresso è stata sostituita da un'altra in legno di castagno, la cui parte superiore è in vetro per consentire la visione del lettino, sopra il quale ora campeggia una grande immagine di Mariantonia: un dipinto ad olio su tela dall'andreolese Gerardo Samà, insegnante all'Accademia delle Belle Arti di Venezia. È stato eliminato il cancello di ferro, installato dopo diversi anni dalla morte di Mariantonia, e il vicolo prospiciente l'ingresso è stato rivestito con mattoni in cotto.

Esterno della casetta di
Mariantonia Samà

La consacrazione al Sacro Cuore

Quando Mariantonia, a 34 anni, rimase orfana anche di madre, si occuparono di lei le Suore Riparatrici del Sacro Cuore residenti in paese, facendola seguire da un Sacerdote. Questi le portava ogni mattina la S. Comunione, mentre le Suore le facevano ascoltare il Vangelo, la vita dei Santi e l'aiutavano a completare la sua formazione cristiana. Le trasmisero una sentita devozione verso il Sacro Cuore di Gesù, che Mariantonia coltivò per tutta la vita, con spirito di "riparazione eucaristica".

Dopo aver preso atto della sua preparazione, le Suore decisero di aggregarla alla loro Congregazione mediante i voti e la consegna del velo nero, che Mariantonia usava anche di notte, e del cordone rosso, che all'epoca faceva parte del loro abito quale simbolo dell'amore al Sacro Cuore di Gesù. Il rito si svolse con una cerimonia intima, ma la notizia si diffuse rapidamente, tanto che da quel giorno Mariantonia fu chiamata la Monachella di S. Bruno.

Conservo tanta gratitudine verso le Suore che vedevo prestare la loro opera a Mariantonia durante le mie visite: Madre Clarice Rea, Madre Pia Napoli, Madre Gioconda Moliterno, Madre Benita Micari e Suor Innocenza Gentile, che trovavo spesso mentre le pettinava delicatamente i lunghi capelli lisci e neri.

La sua fama di santità si diffondeva tra la popolazione non solo per l'immunità da piaghe fisiche, ma per il suo essere donna di preghiera e di penitenza e soprattutto per il suo dono di prevedere avvenimenti, senza sbagliare mai. Ogni persona angosciata sentiva il bisogno di confidarsi con la Monachella, che trovava sempre le parole adatte per confortare, per infondere serenità, fiducia e rassegnazione alla volontà di Dio. Anch'io, pur sapendola priva di istruzione, ho seguito, fin da ragazza, i suoi saggi consigli come dettati dallo Spirito Santo.

Purtroppo né i sacerdoti dell'epoca né gli stessi confessori si preoccuparono di tenere un diario sugli eventi straordinari o sui fenomeni "strani" che si manifestavano in quell'anima eletta, la quale viveva in umiltà una profonda vita mistica.

Mariantonia affrontò la sua vocazione al dolore con eroica pazienza, per riparare le proprie colpe, per la conversione dei peccatori, per le necessità della Chiesa, per rendere più efficace il suo apostolato di carità evangelica verso il prossimo e per l'unità della famiglia, che tanto le stava a cuore. Vari episodi testimoniano la prontezza con cui Mariantonia interveniva per salvare, con la sua preghiera, la sacralità del vincolo matrimoniale delle coppie in crisi.

I miei ricordi

Ho conosciuto Mariantonia sin dalla mia infanzia, quando mia madre mi incaricava di portarle del cibo e lo facevo molto volentieri. Quando preparava il pane, il primo pensiero era per lei. Appena entravo nella sua cameretta, la salutavo nel modo appreso dalle Suore Riparatrice durante l'asilo: "Sia lodato Gesù e Maria". Con voce dolce e flebile Mariantonia, assieme a chi la assisteva, mi rispondeva: "Oggi e sempre". Poi mi accostavo al suo letto e la baciavo sulla fronte. Mi incantavo spesso nel guardare il suo viso serafico, dalla pelle liscia e bianca, lo sguardo rivolto al Crocifisso, come stesse contemplando una visione...

L'interno della casetta di
Mariantonia Samà

Senza girare gli occhi, mi pregava di ringraziare mia madre e poi insisteva con la sua assistente perché mi regalasse qualcosa. Cercavo di rifiutare con delicatezza, ma talvolta mi sembrava scortese oppormi alla sua insistenza. Ricordo quando accettai alcune melagrane. Capii di averla resa felice, mentre un leggero sorriso illuminava il suo volto. In quei momenti avrà forse gustato la verità delle parole di S.Paolo: "Si è più felici nel dare che nel ricevere" (At 20,35).

In realtà Mariantonia distribuiva spesso parte di quanto riceveva a coloro che, come lei, erano nel bisogno. Se questi non volevano accettare per riguardo a lei, Mariantonia insisteva e riferendosi a chi la assisteva diceva: "Oggi noi due abbiamo mangiato. Domani ci penserà la Provvidenza".

Mi intrattenevo con piacere nella sua casetta, soprattutto quando c'erano persone che venivano a visitarla, perché ero contenta di sentirla parlare. Se si facevano discorsi contrari alla carità, lei muoveva le labbra in silenziosa preghiera, ed esclamava tristemente: "Quanto soffre quel buon Gesù!".

Diverse volte mi è accaduto di sorprenderla assorta, con gli occhi immobili verso il Crocifisso: non rispondeva né si accorgeva della presenza di altri. Una volta, temendo che stesse male, chiesi all'assistente il motivo di quel silenzio. Lei mi tranquillizzava dicendomi che Mariantonia stava spesso così, completamente immersa nella preghiera. Mi allontanavo allora in punta di piedi per non disturbarla: percepivo che era in estasi, in un colloquio d'amore intenso con il Signore...

Sentivo dire che diverse persone, in tempo di guerra (era il periodo della seconda guerra mondiale), si erano rivolte a lei per avere notizie dei loro cari e che lei - senza mai sbagliare - prevedeva avvenimenti che poi si sarebbero puntualmente verificati. Convinta di tale verità, un giorno non esitai a sottoporle un problema che mi angosciava. Dopo la licenza elementare desideravo tanto continuare gli studi, perché sentivo la vocazione per l'insegnamento. Ma mi sembrava un sogno irrealizzabile, per il netto rifiuto di mio padre, che aveva già negato il suo consenso alle mie due sorelle maggiori.

Confidai, allora, il mio rammarico alla Monachella che, dopo avermi ascoltata, mi esortò a pregare molto, come avrebbe fatto anche lei, il Sacro Cuore di Gesù e lo Spirito Santo, incoraggiandomi ad avere fiducia e a sperare, perché prima o poi sarei stata esaudita. Al compimento dei miei sedici anni, mio padre si ammalò gravemente e, cosciente di essere sul punto di morte, acconsentì che mio fratello Giuseppe, già laureato, mi preparasse a sostenere l'esame da privatista per conseguire il diploma magistrale dopo appena tre anni.

Fortunatamente, poi, mio padre guarì e si dimostrò contento di vedermi insegnare. L'aiuto spirituale di Mariantonia per chi si rivolgeva a lei sgorgava da un cuore innamorato di Cristo e del prossimo, dal desiderio irresistibile di svolgere dal letto un efficace e costruttivo apostolato. Ogni sua parola penetrava nel cuore delle persone eliminando ogni angoscia e tormento ed infondendo fiducia e serenità.

Da lei ho appreso che bisogna pregare sempre e non solo nei momenti di difficoltà, che non si deve abbandonare mai la speranza e la prontezza ad affidarsi alla volontà del Signore. Pur essendo priva d'istruzione, i suoi consigli erano dettati da quella saggezza che la Bibbia chiama "sapienza del cuore".

In una svolta decisiva della mia vita, mi sono fidata ciecamente del suo giudizio. Volevo sapere se ero chiamata al matrimonio e se il giovane che avevo incontrato sarebbe stato l'uomo giusto, perché temevo fosse poco praticante come il fratello. Dopo avermi ascoltata con la solita espressione serafica, mi rispose: "Le dita della mano non sono tutte uguali, anche se fratelli ed entrambi bravi, non hanno le stesse idee". Così mi tranquillizzò circa i sentimenti sani e i saldi principi morali del mio futuro sposo.

Mariantonia consolò anche mia madre, divenuta poco serena quando, nel giro di un mese, mio fratello Giuseppe e mia sorella maggiore, Caterina, scelsero la vita religiosa ed entrarono il primo nella Compagnia di Gesù e la seconda nella Congregazione delle Suore Salesiane. La esortò ad accettare con gioia la volontà di Dio e a ringraziarlo del dono della vocazione nella sua famiglia, suggerendole di pensare a loro, nei momenti di malinconia, come a "due lampade accese ai piedi di Gesù Sacramentato". Il suo carisma profetico previde, inoltre, che l'altra mia sorella sarebbe rimasta nubile per assistere la mamma, come infatti avvenne, fino al momento della sua morte, avvenuta alla veneranda età di novantasei anni.

I doni dello Spirito Santo

La sua vita esteriore è stata per tutti come un libro aperto, diversamente da quella interiore che - sempre avvolta nel mistero - continua a racchiudere i segni del soprannaturale, perché si tratta di quella vita nascosta con Cristo in Dio di cui parla l'apostolo Paolo nella Lettera ai Colossesi (3,3), che sfugge ad ogni scandaglio dell'intelligenza umana.

Dopo la morte di Mariantonia, avvenuta il 27 maggio 1953, nessuno - tra gli abitanti del paese - ha pensato di fare una ricerca accurata dei fatti e degli episodi straordinari della sua vita. Ho cercato di tracciare un profilo più completo della sua personalità servendomi dei miei ricordi, delle notizie di mia zia Caterina che la frequentava spesso e delle testimonianze dei miei compaesani.

Sono emersi episodi straordinari, interventi ritenuti miracolosi dagli stessi medici e tanti carismi concessi a Mariantonia dallo Spirito Santo. Oltre al dono della profezia e dell'immunità dalle piaghe, Mariantonia possedeva quello della guarigione, dell'estasi, dell'introspezione, del profumo, della bilocazione, soprattutto dell'assimilazione di se stessa con il Signore Gesù sofferente e crocifisso, tanto da potersi applicare pienamente a lei le parole di S. Paolo: "Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me" (Galati 2,20).

Le guarigioni

I testimoni di tanti episodi di guarigione da parte di Mariantonia, sia prima che dopo la sua morte, non sono oggi numerosi, a causa dell'emigrazione. Tuttavia, sono sufficienti per confermare l'intervento della "Monachella" anche in casi difficili e scientificamente impossibili.

Gina Grandinetti mi ha parlato dell'improvvisa guarigione della sorella Cesarina, molto devota di Mariantonia. Qualche anno dopo il suo matrimonio (1952), Cesarina si trasferì in America, portando con sé un'immaginetta della "Monachella", morta da poco. Trascorse felicemente i primi anni, la sua casa fu allietata dalla nascita di tre figli, ma un giorno Cesarina riscontrò nella parte intima del corpo una cisti voluminosa, per cui le fu consigliata l'immediata asportazione. Per questa diagnosi rimase terrorizzata, temendo si trattasse di un male incurabile, e si oppose all'intervento anche per non lasciare da soli in casa i figli piccoli ed il marito.

Decise, quindi, di affidarsi all'intercessione di Mariantonia, pregandola assieme alla sua vicina di casa, Maria Vittoria Scicchitano, anche lei andreolese. Ma poiché il medico ribadiva la necessità d'intervenire, Maria Vittoria la convinse all'intervento e la tranquillizzò, promettendole che avrebbe badato lei alla sua famiglia.

Nel giorno stabilito per il ricovero, mentre Cesarina stava sotto la doccia, lanciò un urlo per avvertire il marito che l'intervento non era più necessario: il male era totalmente scomparso! Anche Maria Vittoria accorse subito ed entrambe attribuirono la guarigione alla mediazione di Mariantonia.

L'unica foto esistente di Mariantonia Samà, scattata dall'insegnante Orazio Vitale.

Il medico, dopo un accurato controllo, accertò con stupore che la cisti non c'era più e Cesarina, da quel momento, si considerò "miracolata". Telefonò subito a S.Andrea Jonio, alla sorella Gina, pregandola di comunicare alle Suore Riparatrici la sua guarigione avvenuta per opera di Mariantonia. Le suore, alquanto commosse, redassero una dettagliata relazione che, purtroppo, io non ho potuto rintracciare.

Anche Maria Caterina Lijoi ritiene di essere stata soccorsa da Mariantonia in un momento difficile. Nel 1942, all'età di sedici anni (quando dunque Mariantonia era ancora vivente), notò sul suo seno sinistro un grosso foruncolo, che aumentava ogni giorno. Fu sempre contraria a farsi visitare dal medico ed anche in quella circostanza cercò di evitare la visita, sperando scomparisse spontaneamente.

Purtroppo, dopo qualche giorno, il seno si gonfiò e sopraggiunse una febbre molto alta, ma nonostante ciò Maria Caterina non volle saperne di sottoporsi a visita medica. Invitò la sorella a recarsi da Mariantonia, per chiederle di pregare visto che anche lei, per pudore, non accettava di farsi visitare dal medico e non ricorreva mai alle medicine.

La sorella ebbe dalla "Monachella" la seguente risposta: "Neppure io mi faccio visitare. State tranquilli, perché si può guarire anche senza medicine". Infatti, dopo qualche giorno, il foruncolo venne da solo a suppurazione, la febbre scese e, poco per volta, il seno tornò normale.

Sono numerosi gli interventi di guarigione ottenuti per intercessione di Mariantonia, ma qui concludo riportando la testimonianza di Elisabetta Papaleo (morta a novant'anni il 15 gennaio 2003). Una testimonianza da lei scritta, che ho avuto dalla figlia Teresa Ramogida Dominijanni, riguardante la sorella Vittoria, residente in America. Quest'ultima le inviò una lettera angosciata perché al figlio Franco, 45 anni di età e sposato, era stato diagnosticato un tumore al cervello. I medici per questo intendevano quanto prima sottoporlo ad intervento.

Vittoria scrisse di aver trascorso nove giorni in preghiera intensa e pregava la sorella di unirsi a lei nel chiedere con fiducia l'intercessione di Mariantonia.

Franco si recò in ospedale per l'intervento, mentre la madre preferì rimanere a casa per continuare a pregare. Poche ore dopo la figlia la chiamò a telefono dall'ospedale, comunicando che l'operazione non era stata più eseguita: dopo un nuovo esame i medici, inaspettatamente, conclusero che non era più necessaria, constatando, quasi increduli, la scomparsa del tumore.

Ho ricevuto ultimamente una testimonianza di guarigione da Teresa Codispoti, che mi prega di inserirla in questo paragrafo. Si tratterebbe di una grazia concessa da Mariantonia a sua figlia Maria Antonella, sposata e madre di due figli, che nel gennaio dell'anno 2003, all'età di trentotto anni, in seguito alla mammografia, scoprì di avere un nodulo al seno sinistro. I successivi esami rivelarono la presenza di un tumore maligno e, pertanto, Maria Antonella subì il 24 novembre 2003 un intervento di mastectomia radicale con linfoade-nectomia ascellare da parte del dottor Antonio Cancrini, primario del reparto di chirurgia generale nell'ospedale Sant'Andrea di Roma.

Tutto ciò mi è stato confermato telefonicamente dal dottor Gino Greco, anche lui andreolese e residente a Roma, che aveva seguito la figlia di Teresa sin dai primi accertamenti e che ebbe l'ingrato compito, conosciuto l'esito dell'esame istologico, di informare la famiglia. Maria Antonella fu dimessa dall'ospedale il 30 novembre, giorno in cui ricorre la festa di Sant'Andrea, protettore del nostro paese, così che la madre Teresa considerò tale coincidenza di buon auspicio.

Ebbene, mentre pochi giorni dopo (precisamente il 3 dicembre) a Maria Antonella venivano tolti i punti di sutura di mattina presto, Teresa, che ancora dormiva, sognò la casa della nonna paterna e lì, seduta sul pavimento, la Monachella sommersa da stoffe pregiate, centri e copertine, tutto preziosamente ricamato da lei stessa. Teresa pensò che ogni singolo pezzo rappresentasse una grazia concessa da Mariantonia e, quindi, le chiese di avere anche lei una "copertina" per la figlia Maria Antonella, sentendosi rispondere di sì.

Poi, sempre nel sogno, sollevò delicatamente la Monachella da terra per poggiarla sul letto, accarezzandola amorevolmente, mentre le rivolgeva ancora la sua richiesta, ottenendo sempre risposta positiva. Da quel momento, Teresa iniziò ad invocarla e a pregarla tutti i giorni per la guarigione della figlia.

Il 7 dicembre le fu comunicato l'esito dell'esame istologico effettuato sui venti linfonodi e che si rivelò confortante: tutto negativo!

Maria Antonella, dopo la terapia, si è ripresa completamente e, sempre oggi, per telefono da Roma, mi ha confermato che le analisi continuano ad essere sempre buone! Teresa è convinta che la figlia abbia ottenuto la guarigione per opera della Serva di Dio a lei apparsa in sogno... ed anche a me piace crederlo!

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