Il ministero della Riconciliazione e della Penitenza
Pasquale Puca s.j.

Il ministero della Riconciliazione e della Penitenza è un ministero “poco appariscente”, ma molto importante ed efficace per un’autentica vita cristiana. Perché la confessione sacramentale, da un lato, costituisce per il credente una provvidenziale occasione per un suo esame di coscienza e, quindi, per una personale verifica del proprio livello di fedeltà alle promesse ed agli impegni di cristiano nella sua specifica e concreta condizione di vita e, dall’altro, dà al presbitero l’opportunità di offrire al penitente il messaggio evangelico e l’insegnamento della Chiesa attraverso un “annuncio personalizzato”.

Il P. Pasquale Puca mentre amministra il sacramento della Penitenza

Sant’Ignazio di Loyola raccomandava sempre ai membri della Compagnia di Gesù di avere in grande considerazione, nelle loro scelte apostoliche, il ministero della confessione sacramentale, come ha scritto al P. Giacomo Miro in Portogallo, tre anni prima della sua morte (31 luglio 1556):

"È proprio del nostro Istituto amministrare i sacramenti della confessione e della comunione agli uomini di ogni età e di ogni condizione; noi abbiamo verso chi sta in basso e verso chi sta molto in alto lo stesso obbligo di portare la consolazione e l’aiuto spirituale".

Anche presso la chiesa del Gesù Nuovo di Napoli i Gesuiti hanno sempre dedicato, e dedicano tuttora, molto impegno al sacramento della Riconciliazione e della Penitenza. Essa è stata ed è ancora, a questo riguardo, un punto di riferimento considerevole non soltanto per molti fedeli laici di ogni età e condizione sociale, ma anche di persone consacrate, ecclesiastici ed appartenenti a movimenti e gruppi ecclesiali della città, della diocesi e del territorio circostante.

E questo, in primo luogo, per la sua centralità nella città di Napoli. In secondo luogo, per la presenza, in essa, delle reliquie di alcuni Santi molto cari ai napoletani ed ai meridionali e da essi particolarmente venerati: S. Ciro, medico egiziano, poi eremita e martire della fede durante la persecuzione di Diocleziano; S. Giovanni di Edessa, soldato romano, poi discepolo di S. Ciro e con lui martire di Cristo; S. Francesco de Geronimo, missionario popolare gesuita, impegnato per 40 anni nel ministero della predicazione presso la chiesa del Gesù Nuovo di Napoli e in diversi centri del Sud Italia; S. Giuseppe Moscati, medico e docente universitario, nato a Benevento il 25 luglio 1880 ma vissuto a Napoli – a poca distanza dalla chiesa del Gesù Nuovo – dall’età di quattro anni, morto il 12 aprile 1927 e le cui spoglie mortali dal 16 novembre 1930 riposano nella chiesa del Gesù Nuovo e sono meta di molti pellegrinaggi di fedeli.

In terzo luogo, per l’abituale disponibilità di un considerevole numero di padri della comunità religiosa del Gesù Nuovo, durante tutte le ore di apertura della chiesa (7-13 e 16-19,30), ad accogliere quanti desiderano manifestare loro difficoltà, confidare loro sofferenze o problemi per ricevere una parola di conforto, di luce e di guida spirituale, insieme con una rinnovata purificazione e pace interiore, attraverso il sacramento della Penitenza. E così, non raramente, i padri impegnati nel ministero della Riconciliazione, hanno modo di sperimentare nel loro animo sentimenti di stupore, di gioia, di gratitudine, di ammirazione e di avvertire, al tempo stesso, l’esigenza di un rinnovato impegno pastorale, insieme con un vivo senso di responsabilità ecclesiale.

Infatti, accogliere, ascoltare, illuminare e ridare fiducia al penitente, vuol dire sperimentare in prima persona il “mistero” dell’amore e della paterna misericordia di Dio; toccando con mano che Egli non abbandona mai il peccatore pentito al suo destino ma, attraverso il sacramento della Penitenza, rende operante in lui la redenzione attuata da Cristo con la sua morte e la sua risurrezione.

Talvolta capita, all’uno o l’altro sacerdote di apprendere dal penitente che egli non aveva in programma di venire nella chiesa del Gesù Nuovo ma che, passando occasionalmente davanti ad essa, ha avvertito interiormente quasi una “chiamata” ad entrarvi per una breve preghiera; oppure che, entrato in essa soltanto come visitatore interessato alle sue caratteristiche storico-artistiche, constatando la disponibilità di più sacerdoti nei diversi confessionali, ha deciso di accostarsi al sacramento della Penitenza lontano dal suo ambiente abituale, magari a distanza di molti anni dalla sua ultima gratificante esperienza della propria sacramentale riconciliazione con Dio e con la Chiesa.

In tali situazioni, il presbitero vive egli pure una particolare esperienza interiore di grazia. Perché, da un lato, egli ha modo di constatare la verità di una sempre attuale affermazione di Gesù riportata dall’evangelista Giovanni: "chiunque ha udito la voce del Padre viene a me" (Giovanni 6,45) e, dall’altro, insieme con lo stupore, avverte pure la gioia di essere testimone e strumento della paterna longanimità di Dio e della sua paziente attesa nei confronti del penitente, perché egli ritornasse a Lui liberamente e motivato da un amore filiale.

Al tempo stesso, nel presbitero-ministro del sacramento della Riconciliazione e del Perdono, il quale sa di agire in persona Christi e in nome della Chiesa, si ravviva il senso della propria responsabilità ed il suo impegno verso Cristo e verso la Chiesa a trasmettere al penitente, nella sua opportuna catechesi personalizzata, unicamente "la verità di cui la Chiesa è depositaria e garante nel suo Magistero autentico e non già sue private opinioni od opzioni" (Giovanni Paolo II ai Penitenzieri delle patriarcali Basiliche romane, 31 marzo 2001, n. 5).

Di qui, una ulteriore esigenza nel presbitero-ministro del sacramento della Penitenza: quella di assimilarsi sempre più a Cristo, così da essere per il penitente viva immagine di Lui.

E' quanto affermò con molta chiarezza il Papa Giovanni Paolo II il 28 marzo 2003, ricevendo nella Sala Clementina i partecipanti al Corso sul Foro Interno promosso dalla Penitenzieria Apostolica. Quale ministro "del sacramento della Penitenza il sacerdote, consapevole del prezioso dono di grazia posto nelle sue mani, deve offrire ai fedeli la carità dell'accoglienza premurosa, senza avarizia del suo tempo e senza asperità o freddezza del tratto.

Al tempo stesso, egli deve usare la carità, anzi la giustizia di riferire, senza varianti ideologiche e senza sconti arbitrari, l'insegnamento genuino della Chiesa, (...) in particolare (...) circa i complessi problemi che si pongono in campo bioetico e circa la normativa morale e canonica nell’ambito matrimoniale." (n. 3).

Nel raccomandare poi "la confessione sacramentale frequente", anche del sacerdote, ne indicò alcuni motivi, spiegando che essa "favorisce in sommo grado la necessaria conversione del cuore all'amore del Padre delle misericordie", è "occasione di esame di se stessi, e quindi di verifica, lieta o dolente, del proprio livello di fedeltà alle promesse", è "momento ineffabile di «esperienza» della carità eterna che il Padre nutre per ciascuno di noi nella sua irrepetibile individualità" (n. 2). Inoltre, egli fece osservare che "il sacramento della Penitenza, se ben amministrato e ricevuto, si rivela strumento principe di discernimento vocazionale" (n. 4).

Lo stesso Giovanni Paolo II, in un successivo incontro con i partecipanti al Corso sul Foro Interno promosso ugualmente dalla Penitenzieria Apostolica, la mattina del 27 marzo 2004, ricordò che "sarebbe illusorio voler tendere alla santità, secondo la vocazione che ciascuno ha ricevuto da Dio, senza accostarsi con frequenza e fervore a questo sacramento della conversione e della santificazione" (n. 3).

"La Penitenza - fece ancora notare il Papa - è sacramento di illuminazione. La parola di Dio, la grazia sacramentale, le esortazioni piene di Spirito Santo del confessore, vera «guida spirituale», l’umile riflessione del penitente ne illuminano la coscienza, gli fanno capire il male commesso e lo dispongono ad impegnarsi nuovamente nel bene" (n. 4).

"Grande responsabilità di tutti i confessori - tenne a sottolineare Giovanni Paolo II - è di esercitare con bontà, sapienza e coraggio questo ministero. Loro compito è di rendere amabile e desiderabile questo incontro che purifica e che rinnova nel cammino verso la perfezione cristiana" (n. 5).

Recentemente, anche l'attuale Pontefice, in un analogo contesto, durante l'udienza accordata l'11 marzo 2010 ai partecipanti al XXI Corso annuale sul Foro Interno della Penitenzieria Apostolica, ha fatto osservare che oggi "viviamo in un contesto culturale segnato dalla mentalità edonistica e relativistica, che tende a cancellare Dio dall’orizzonte della vita, non favorisce l’acquisizione di un quadro chiaro di valori di riferimento e non aiuta a discernere il bene dal male e a maturare un giusto senso del peccato. Questa situazione rende ancora più urgente il servizio di amministratori della Misericordia Divina".

Benedetto XVI ha segnalato, perciò, soprattutto ai presbiteri, una evidente urgenza pastorale, rivolgendo loro un chiaro invito, quello di "tornare al confessionale, come luogo nel quale celebrare il sacramento della Riconciliazione, ma anche come luogo in cui «abitare» più spesso, perché il fedele possa trovare misericordia, consiglio e conforto, sentirsi amato e compreso da Dio e sperimentare la presenza della Misericordia Divina, accanto alla Presenza reale nell’Eucaristia".

"La «crisi» del sacramento della Penitenza, di cui spesso si parla, interpella - ha aggiunto il Papa - anzitutto i sacerdoti e la loro grande responsabilità di educare il Popolo di Dio alle radicali esigenze del Vangelo. In particolare, chiede loro di dedicarsi generosamente all’ascolto delle confessioni sacramentali; di guidare con coraggio il gregge, perché non si conformi alla mentalità di questo mondo (cfr. Romani 12,2), ma sappia compiere scelte anche controcorrente, evitando accomodamenti o compromessi".

Come nella Celebrazione Eucaristica, ha ricordato infine Benedetto XVI, il Signore Gesù "si pone nelle mani del sacerdote per continuare ad essere presente in mezzo al suo Popolo, analogamente, nel sacramento della Riconciliazione Egli si affida al sacerdote perché gli uomini facciano l’esperienza dell’abbraccio con cui il padre riaccoglie il figlio prodigo, riconsegnandogli la dignità filiale e ricostituendolo pienamente erede (cfr. Luca 15,11-32)".


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