"Caritas in Veritate" è la nuova Enciclica di Benedetto XVI
Pasquale Puca s.j.

Reca la data del 29 giugno 2009 la nuova Enciclica di Benedetto XVI. Si intitola "La carità nella verità", perché si ispira all'insegnamento di san Paolo nella lettera agli Efesini: "Agendo secondo verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa tendendo a Lui, che è il capo, Cristo" (Efesini 4, 15). Infatti, come spiega lo stesso Benedetto XVI durante l'udienza generale di mercoledì 8 luglio 2009, nell'Aula Paolo VI, "la carità è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell'umanità intera".

Papa Benedetto XVI

E' una Enciclica sociale. Riprende, infatti, sviluppandola, approfondendola e aggiornandola, la riflessione della Chiesa su varie tematiche sociali. E questo alla luce sia dell'insegnamento del Concilio Vaticano II, sia di alcuni precedenti documenti dei Romani Pontefici e della Santa Sede.

Anche se l'Enciclica - come è naturale - non mira ad offrire soluzioni tecniche alle molteplici e complesse problematiche e situzioni sociali del mondo contemporaneo, essa ricorda, tuttavia, alcuni grandi principi che si rivelano indispensabili per costruire lo sviluppo umano dei prossimi anni e richiama due fondamentali criteri operativi dell'azione per un effettivo sviluppo: la giustizia e il bene comune.

L'ampio e articolato contenuto dell'Enciclica si sviluppa in 6 capitoli, preceduti da una essenziale introduzione (nn. 1 - 9) e seguiti da una incisiva conclusione (nn. 78-79). I capitoli sono così intitolati:

1. Il messaggio della "Populorum progressio" (nn. 10 - 20).
2. Lo sviluppo umano nel nostro tempo (nn. 21 - 33).
3. Fraternità, sviluppo economico e società civile (nn. 34 - 42).
4. Sviluppo dei popoli, diritti e doveri, ambiente (nn. 43 - 52).
5. La collaborazione della famiglia umana (nn. 53 - 67).
6. Lo sviluppo dei popoli e la tecnica (nn. 68 - 77).

Sono ben 159 le Note nelle quali sono richiamati alcuni precedenti interventi del Magistero della Chiesa in tema di dottrina sociale. Ciò sta a dimostrare che nella riflessione pastorale della Chiesa le tematiche sociali ed il problema del bene, anche terreno, della persona e della intera famiglia umana, di cui ciascun individuo è parte, è costantemente presente.

Essi si riferiscono, in primo luogo, a quanto, sul tema della carità sociale, era stato evidenziato dal Concilio Vaticano II: nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium (21 novembre 1964); nel Decreto sull'apostolato dei laici Apostolicam actuositatem (18 novembre 1965); nella Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo Gaudium et spes (7 dicembre 1965). In secondo luogo, a quanto, in vario modo e in diversi momenti, era stato richiamato dal Magistero ordinario dei Sommi Pontefici attraverso: le loro Lettere encicliche o Lettere apostoliche, i loro Messaggi (soprattutto in occasione dell'annuale Giornata mondiale per la pace e della Giornata mondiale dell'alimentazione), i loro Discorsi a particolari Assemblee nazionali o internazionali di Vescovi o di Responsabili della vita sociale e politica dei popoli in materia di sviluppo umano e di bene comune.

In terzo luogo, a problematiche di volta in volta richiamate all'attenzione dei Responsabili della comunità ecclesiale e della società civile, attraverso appositi Documenti della Santa Sede, particolarmente: della Congregazione per la Dottrina della Fede, ad es. l'Istruzione sulla libertà cristiana e la liberazione Libertatis conscientia (22 marzo 1987); la Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica (24 novembre 2002); l'Istruzione su alcune questioni di bioetica Dignitatis personae (8 settembre 2008); ma anche del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, Istruzione Erga migrantes caritas Christi (3 maggio 2004) e del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, Compendio della Dottrina sociale della Chiesa (25 ottobre 2004).

Sono, però, soprattutto le numerose Encicliche sociali dei diversi Pontefici - a partire dalla Rerum novarum di Leone XIII (15 maggio 1891) e dalla Quadragesimo anno di Pio XI (15 maggio 1931) - richiamate da Benedetto XVI nella sua nuova Enciclica, che costituiscono sia una indubbia ricchezza dottrinale e pastorale per la vita e l'azione della Comunità ecclesiale all'interno della società, sia un innegabile ammirevole contributo del Magistero della Chiesa in ordine ad un costruttivo dialogo tra ragione e fede ed incentivare, così, un'autentica collaborazione tra credenti e non credenti, in una condivisa prospettiva di promuovere, favorire e realizzare la giustizia e la pace nell'umanità.

Basti pensare alle Encicliche e alle Lettere apostoliche Pacem in terris (11 aprile 1963) di Giovanni XXIII; Populorum progressio (26 marzo 1567) e Octogesima adveniens (14 maggio 1971) di Paolo VI; Laborem exercens (14 settembre 1981), Veritatis splendor (6 agosto 1993), Fides et ratio (14 settembre 1998) di Giovanni Paolo II; Deus caritas est (25 dicembre 2005) e Spe salvi (30 novembre 2007) di Benedetto XVI.

Papa Giovanni Paolo II

Va, però, osservato anche che alla ricchezza etico-sociale e non soltanto teologico-pastorale dei documenti sopra menzionati, si aggiunge quella non meno importante di alcuni Discorsi degli ultimi due Pontefici. La loro concretezza, i loro destinatari e le problematiche in essi affrontate, stanno ad indicare la costante attenzione del Magistero della Chiesa agli aspetti concreti e urgenti della vita dell'uomo contemporaneo, insieme con il suo sollecito impegno a contribuire ad una loro adeguata soluzione.

In questo contesto, nella Enciclica sono richiamati particolarmente i Discorsi di Giovanni Paolo II:

- all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite per la celebrazione del 50° di fondazione (5 ottobre 1995);
- al termine della Concelebrazione Eucaristica del Giubileo dei Lavoratori (1° maggio 2000);
- ai partecipanti alla seduta-pubblica delle Pontificie Accademie di Teologia e di san Tommaso d'Aquino (8 novembre 2001)e i Discorsi di Benedetto XVI: ai partecipanti al IV Convegno Ecclesiale Nazionale della Chiesa che è in Italia (19 ottobre 2006);
- alla sessione inaugurale della V Conferenza generale dell'Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi (13 maggio 2007);
- ai Membri della Commissione Teologica Internazionale (5 ottobre 2007);
- ai partecipanti all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite (18 aprile 2008).

Ed ora qualche ulteriore annotazione: sull'Enciclica in generale e su qualcuno almeno dei suoi punti specifici quanto al tema dello sviluppo umano integrale nella carità e nella verità.
Come ogni altra Lettera enciclica, anche questa è indirizzata ai Vescovi, ai presbiteri, ai diaconi, alle persone consacrate, ai fedeli laici e a tutti gli uomini di buona volontà. Le problematiche concrete e, talvolta, complesse, diffuse e urgenti da essa affrontate, interpellano, perciò, tutti e richiedono, quindi, attenzione, coinvolgimento e senso di responsabilità da parte di tutti, nella comunità ecclesiale e nella società civile: ciascuno per la sua parte, secondo il ruolo specifico e le competenze sue proprie. E' in gioco, infatti, il bene comune.

Papa Giovanni XXIII

E' indispensabile, di conseguenza, da parte di ognuno, un responsabile discernimento circa le scelte operative da compiere. Ed anche in questo, i mezzi della comunicazione sociale hanno certamente un ruolo di primo piano da svolgere, per un vero e costruttivo dialogo tra culture e tradizioni diverse in ordine ad una effettiva ed efficace soluzione di problemi sociali comuni.

Nella Enciclica, rivolgendosi quale guida e maestro della Chiesa universale anzitutto ai credenti in Cristo, Benedetto XVI ricorda che l'amore "è una forza straordinaria, che spinge le persone a impegnarsi con coraggio e generosità nel campo della giustizia e della pace" (n. 1). Ma, egli spiega, "solo nella verità la carità risplende e può essere autenticamente vissuta. La verità è luce che dà senso e valore alla carità. (...) Senza la verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L'amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. E' il fatale rischio di una cultura senza verità" (n. 3).

"La ragione, da sola, è in grado di cogliere l'uguaglianza tra gli uomini e di stabilire una convivenza civica tra loro, ma non riesce a fondare la fraternità. Questa ha origine da una vocazione trascendente di Dio Padre, che ci ha amati per primo insegnandoci per mezzo del Figlio che cosa sia la carità fraterna" (n. 19).

"La ragione - fa osservare il Papa - ha sempre bisogno di essere purificata dalla fede, (...) A sua volta, la religione ha sempre bisogno di essere purificata dalla ragione per mostrare il suo autentico volto umano. La rottura di questo dialogo comporta un costo molto gravoso per lo sviluppo dell'umanità" (n. 56).

Papa Paolo VI

Accennando, poi, alla speranza cristiana, Benedetto XVI ricorda che essa è "una importante risorsa sociale a servizio dello sviluppo umano integrale, cercato nella libertà e nella giustizia. La speranza incoraggia la ragione e le dà la forza di orientare la volontà. E' già presente nella fede, da cui anzi è suscitata. (...) è una forza che costituisce la comunità, unifica gli uomini secondo modalità in cui non ci sono barriere né confini" (n. 34).

"Oggi l'umanità - fa notare il Pontefice - appare molto più interattiva di ieri: questa maggiore vicinanza si deve trasformare in vera comunione. Lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia, che collabora in vera comunione ed è costituita da soggetti che non vivono semplicemente l'uno accanto all'altro" (n. 53).

Come criterio - guida per incentivare e attuare una concreta e costruttiva collaborazione tra credenti e non credenti in una condivisa prospettiva di lavorare effettivamente per la giustizia e la pace nel mondo, Benedetto XVI indica due principi: della sussidiarietà e della solidarietà. Ma in stretta connessione tra loro.

"Il principio di sussidiarietà - spiega infatti il Papa - va mantenuto strettamente connesso con il principio di solidarietà e viceversa, perché se la sussidiarietà senza la solidarietà scade nel particolarismo sociale, è altrettanto vero che la solidarietà senza la sussidiarietà scade nell'assistenzialismo che umilia il portatore di bisogno. Questa regola di carattere generale - egli aggiunge - va tenuta in grande considerazione anche quando si affrontano le tematiche relative agli aiuti internazionali allo sviluppo. Essi, al di là delle intenzioni dei donatori, possono a volte mantenere un popolo in uno stato di dipendenza e perfino favorire situazioni di dominio locale e di sfruttamento all'interno del Paese aiutato. Gli aiuti economici, per essere veramente tali, non devono perseguire secondi fini" (n. 58).

Di qui, una importante osservazione di Benedetto XVI, espressa con la sua abituale chiarezza e libertà di spirito: "Lo sviluppo è impossibile senza uomini retti, senza operatori economici e uomini politici che vivano fortemente nelle loro coscienze l'appello del bene comune. Sono necessarie - egli sottolinea - sia la preparazione professionale sia la coscienza morale. Quando prevale l'assolutizzazione della tecnica si realizza una confusione fra fini e mezzi, l'imprenditore considererà come unico criterio d'azione il massimo profitto della produzione; il politico, il consolidamento del potere; lo scienziato, il risultato delle sue scoperte. Accade così che, spesso, sotto la rete dei rapporti economici, finanziari o politici, permangono incomprensioni, disagi e ingiustizie; i flussi delle conoscenze tecniche si moltiplicano, ma a beneficio dei loro proprietari, mentre la situazione reale delle popolazioni che vivono sotto e quasi sempre all'oscuro di questi flussi rimane immutata, senza reali possibilità di emancipazione" (n. 71).


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