Collaborare con Dio per il bene dei fratelli è missione di tutti
Giuseppe Gambino s.j.

Il mondo di oggi è sostanzialmente distratto e indifferente. In una società fredda, sbadata, gli uomini sono solitari, distanti, apatici, e i veri incontri risultano sempre più difficili. Ci si sente lontani, estranei, soli, anche nel caos del traffico cittadino. L’uomo ha abolito praticamente le distanze spaziali, ma tra i cuori si sono scavate distanze abissali, che producono solitudine, anonimato, estraneità.

Mosè viene inviato da Dio al faraone
[Miniatura del XV secolo]

Di conseguenza, non ci si accorge di chi soffre, perché a un grande progresso tecnico corrisponde una spaventosa carenza in fatto di autentici rapporti umani.

In questo aspetto agghiacciante di disumanizzazione della nostra civiltà si inserisce l’attualità della misericordia, che vuol dire prendersi a cuore la miseria, essere complici del dolore del fratello.

Il sofferente, l’anziano, il povero, il disperato, si sentono oggetto di amore,se si trovano accanto una persona dotata di sensibilità, di attenzione, di rispetto, che prende sul serio la loro miseria, li tratta con bontà e comunica loro la buona notizia che Dio non è lontano e insensibile, ma si occupa dell’uomo, al quale vuole bene.

Questa buona notizia è in Esodo 3,7, in cui Dio dice a Mosè: "Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze".

Mosè fa l’esperienza di un Dio che è presente e pronto ad agire in favore del suo popolo, perché a Lui le vicende della terra e le sofferenze dell’uomo interessano da vicino e lo sconvolgono. Dio non è assente, lontano, estraneo, indifferente: "ho osservato... ho udito... conosco" sono verbi che indicano il coinvolgimento sofferto di Dio nella situazione di un popolo schiacciato, senza voce, senza diritti, sfruttato.

Ogni esperienza di Dio, tuttavia, comporta per l’uomo un cambiamento di vita e un impegno da assumere con Lui per il bene degli altri. Mosè, infatti, è chiamato a collaborare con Dio, che esige da lui fede e obbedienza: "Ora va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto gli Israeliti! […] Io sarò con te." (Esodo 3,10.12). La chiamata di Mosè e l’impegno da lui preso a collaborare con Dio per il bene dei fratelli non sono prerogativa di alcuni, ma sono rivolti a tutti ed a ciascuno, perché ognuno di noi ha una missione.

S. Giuseppe Moscati ha esercitato la professione medica come una missione da compiere per alleviare le sofferenze dei malati, in cui vedeva riflessa l’immagine di Cristo, ed era felice se riusciva a risvegliare o infondere in loro la fede. Il giorno dell’Ascensione del 1923 ha scritto al dott. Cosimo Zacchino (ed è come se lo dicesse oggi ad ognuno di noi!): "Ricordatevi che vivere è missione, è dovere, è dolore! Ognuno di noi deve avere il suo posto di combattimento".

[Editoriale del n. 2/2010 del Gesù Nuovo]


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