Una grande testimonianza di Fede per chi soffre:
il Servo di Dio Luigi Rocchi (1932 – 1979)

Sonia Andreoli

Si può conservare la gioia, si può farla trasparire dal volto e dallo sguardo anche se tutto il corpo è paralizzato, anche se la sofferenza fisica è una compagna costante della propria vita? La risposta ci viene data dall’esempio del servo di Dio Luigi Rocchi, chiamato affettuosamente Luigino.

Nacque a Roma il 19 febbraio del 1932, figlio di Lorenzo e Maria Pascucci, operai che vi si erano trasferiti per lavoro da Tolentino dove fecero ritorno nel 1934.

Inizialmente Luigino crebbe sveglio e sano, man mano poi la madre si accorse che cominciava ad avere difficoltà a camminare e lo fece sottoporre a vari accertamenti, fino a che non si scoprì l’infausta notizia: era stato colpito dal morbo di Duchenne (distrofia muscolare progressiva), che lo costrinse a restare immobile a letto per 28 anni, come un crocifisso vivo.

All’inizio attraversò una vera notte dello spirito, un duro periodo in cui non riusciva ad accettare la sua condizione, nonostante avesse sempre accanto sia il padre che la mamma i quali, superando le precarie condizioni economiche, compirono qualunque sacrificio per cercare delle cure idonee al suo caso. La madre non si stancava mai di pregare per lui e di dirgli: "Luigino, Gesù ti ama!", parole che tempo dopo, imparò a comprendere.

All’età di venticinque anni, durante una notte trascorsa tra atroci sofferenze, decise di cambiare il suo atteggiamento, di affidarsi completamente nelle mani di Dio, scoprendo così che il Signore gli aveva dato una "missione": quella di diventare, secondo le sue parole, "un uomo per gli altri, un amico dei malati, un angelo dei sofferenti, l’amico dei cestinati"; in particolar modo cercando di consolare i "crocifissi vivi" come e più di lui.

Cominciò la sua opera di apostolato servendosi di una macchina da scrivere elettrica, sulla quale batteva con un bastoncino legato alla fronte. Riusciva a inviare fino a venti lettere al giorno, iniziando così a farsi conoscere sia in Italia che all’estero.

Il suo desiderio di essere utile al prossimo e di comunicare la gioia che si prova a sentire l’amore del Signore, lo spinse ad utilizzare questo ingegnoso sistema di comunicare, in vista di un nobile fine. "Quando c'è un perché, si accetta ogni come! – diceva - Io voglio essere come Gesù: Lui non amava la croce, pregò per evitarla, ma come Gesù, anche io voglio amare "a costo della croce!"".

Moltissimi hanno ricevuto conforto dalle sue parole di incoraggiamento, di speranza e soprattutto di Fede, Fede in quel Dio che sentiva vicino, di cui percepiva l’amore, sapendo che l’avrebbe incontrato al termine di questo pellegrinaggio terreno.

"La sofferenza mi ha fatto capire che è dolce essere amati, ma essere capaci di amare e amare significa possedere la capacità di restare vivi e non di "apparire" vivi. La vera sofferenza, la terribile sofferenza, quella che veramente mi fa orrore, è non essere più capaci di amare".

Il Servo di Dio Luigi Rocchi (1932 – 1979)

La sua gioia di vivere, si può rilevare anche dalla sua capacità autoironica, come si evince dalla preghiera serale che faceva insieme alla madre, nella quale scherzando col Signore, recitava: "Ti adoro mio Dio, Ti amo con tutto il cuore, Ti ringrazio di avermi creato… Anche se Ti sono scappato un po’ male, va bene lo stesso!"

Ecco come la sofferenza, se offerta a Dio, diventa preziosa non solo nel rapporto della creatura con il Creatore, ma anche della persona verso il suo prossimo, sia esso vicino o lontano.

Memorabile è la frase di Luigino: "Quando si è una candela che si consuma, si può scegliere di ardere in cantina o su un altare", eco della frase evangelica: "Viene forse la lampada per essere messa sotto il moggio o sotto il letto? O non invece per essere messa sul candelabro?" (Marco 4, 21-22).

Umanamente sembra incomprensibile trovare gioia di vivere in una persona priva del movimento, chiusa tra quattro mura… ma l’anima va oltre gli spazi limitati, e Luigino già pregustava le gioie della Vita eterna, già si vedeva correre nei prati sconfinati, alla presenza dell’Altissimo.

A tal riguardo così si espresse: "La porta del Paradiso è stretta ed io sono grosso… Allora il buon Dio, che non vuole lasciarmi fuori, mi "smonta" di qua per non "rimontarmi" di là. Deve andare proprio così, ed io sono contento che sia così e non mi importa delle cisti, degli ascessi e delle fistole che mi tormentano, importa avere un piccolo posto in Paradiso, magari dietro la porta: basta starci dentro, no?" (Da una lettera a Mons. Tonini 25 aprile 1970).

Trovò modo di impegnarsi nell’UNITALSI, nel Centro volontari della Sofferenza e, spinto da una forte devozione mariana, più volte si recò in pellegrinaggio a Lourdes ed a Loreto, santuario quest’ultimo non lontano da Tolentino.

Così si è espresso lo stesso Mons. Tonini, allorché testimoniò al processo per la causa di beatificazione di Luigi Rocchi:

"L'ho conosciuto molto bene e ne sono rimasto affascinato. Quando ero giù di corda, andavo a trovare Luigino e ne ritornavo sollevato e incoraggiato. Sentiva il dono di poter godere di Dio. Aveva scoperto il privilegio di essere figlio di Dio: si sentiva addosso la confidenza del padre. Non ho visto nessuno più felice di lui. Comunicava la sua gioia di vivere scrivendo lettere a tantissima gente, che ne rimaneva sorpresa e incoraggiata. Posso dire che Luigino era una delle anime più belle, più limpide, più sicure che ho incontrato nella mia vita: vi ho visto dentro tutte le impronte della coscienza posseduta da Dio".

Una testimonianza attendibile in merito al suo ultimo mese di vita fu data dall’infermiera che lo accudì durante tutto quel difficile periodo: "Con Luigi si comunicava con un alfabeto [...]. Cosa eccezionale, nella cartella ho ritrovato i fogli del ricettario interno all'ospedale sui quali trascrivevamo i messaggi che lui ci passava con l'alfabeto. Normalmente questi fogli vengono stracciati e buttati; per Luigi non fu così: essi furono messi da parte [...].

Negli ultimi giorni il paziente era pieno di edemi... perché i reni non funzionavano più; aveva capito di essere prossimo alla fine e l'ha accettata. Con gli occhi sembrava dire: 'Pazienza! E' arrivata la mia ora!' E' stato sempre sereno, anche se poteva essere un po' nervoso a volte a causa dei dolori. Non l'ho mai visto disperato, né agli inizi né alla fine, per la morte imminente; non ha mai dato segni di paura [...]. Il caso di Luigi Rocchi è uno di quelli che si ricorda meglio perché è fuori dal comune, sicuramente".

Prima di rendere l’anima al Signore, il 26 marzo del 1979, all’età di quarantasette anni, riuscì - nonostante la trachetomia gli impedisse anche di parlare – a trasmettere il suo ultimo messaggio: "Vi abbraccio tutti e vi amo tutti".

Il suo corpo è stato traslato dal cimitero comunale nella Concattedrale di San Caterbo a Tolentino, ed è meta di numerose visite di persone e gruppi che si recano a pregarlo.

La biografia, scritta 25 anni dopo la sua morte da Don Rino Ramaccioni, termina citando le parole di Luigino: "Se il Buon Dio mi chiamerà a sé in primavera (in una bella primavera del duemila, si capisce), Gli dirò: 'Senti, Dio caro, prima me la faresti fare una corsa sui prati? Lui sorriderà e io via in quel mare d'erba! Chi vedrà dirà: Ma guarda come è bizzarro quel mulinello di vento!. E invece sarò io. E passerò tra le chiome degli alberi, per sentire su di me il frusciare delle foglie. Il Buon Dio sorriderà di nuovo e dirà: Non lo sapevo che mi fosse uscito dalle mani così matto!'"

Subito dopo il suo decesso molte persone chiesero qualche suo ricordo alla madre di Luigi: a questo scopo fu frammentata l’asticella che usava per scrivere, che diventò un dono prezioso da conservare con cura.

Il processo diocesano per la causa di beatificazione è terminato il 22 aprile del 1995 e tutta la documentazione è stata inviata alla Santa Sede, presso la Congregazione per le cause dei santi, per la fase successiva del processo di canonizzazione.


Home Page

moscati@gesuiti.it