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Per una scuola libera In margine a certi libri di testo... Sebastiano Esposito s.j. |
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Com'è noto, recentemente in Italia si è sviluppata una polemica a proposito della faziosità di alcuni libri di testo adottati nelle scuole medie superiori e circa le proposte per segnalare o correggere il fenomeno. Nonostante il calore e l'acredine della polemica, e senza escludere la possibilità di nuove battaglie in un prossimo futuro, la soluzione su cui pare che si siano ritrovati larghi strati del settore politico e culturale, potrebbe grosso modo essere riassunta così.
Primo: la faziosità, l'incompletezza e le reticenze esistono realmente in parecchi libri di testo. Secondo: il fenomeno non può e non deve essere affrontato mediante controlli o censure repressive da parte di commissioni o di altri organismi di natura politica, perché ciò violerebbe gravemente sia la libertà di pensiero sia la libertà d'insegnamento.
A prima vista, la soluzione appare salomonica. Ma come ogni soluzione salomonica va bene ed è utile fino a quando non la si traduce in pratica, perché allora si salva, sì, il principio ma si taglia in due pezzi il corpo vivente del bambino conteso. Fuori metafora: questa soluzione, che una larga parte dei nostri uomini politici pensa o dichiara di considerare come l'unica possibile ed equa, esaminata più a fondo, mostra tutta la sua reale inconsistenza e potenziale ingiustizia.
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| Ogni famiglia deve poter scegliere in effettiva libertà l'indirizzo formativo dei propri figli |
Partiamo dal punto che sembra essere accettato dalle due parti contendenti, cioè la faziosità, l'incompletezza o le reticenze di parecchi libri di testo. La denuncia, sostanzialmente condivisa, sembra un buon punto di partenza per un eventuale superamento del fenomeno, come si vorrebbe sperare.
Manca, però, un esame più accurato dei settori dove si annida questa faziosità. Si incolpano soprattutto i libri di storia, e quasi sempre della storia più recente. Certo, nel campo delle discipline storiche è più facile riscontrare omissioni e faziosità. Ma siamo veramente convinti che la faziosità eserciti il suo potere devastante solo e prevalentemente nel campo della visione o revisione storica dei fatti accaduti?
Vogliamo dimenticare o sottacere i guasti profondi che faziosità o integralismi di qualsiasi tipo possono esercitare nell'ambito di una visione generale del mondo e della vita, in una parola nel campo della filosofia ? Qui la denuncia appare meno attenta e precisa ed ha il limite gravissimo di non accorgersi che, se faziosità o reticenze imperversano nei libri di storia, ciò accade perché, coscientemente o incoscientemente, la selezione concreta tra ciò che va detto e ciò che va omesso avviene in base ad una previa teoria (o teorema) che concepisce e genera quella faziosità.
Di fronte a questo dato di fatto, una larga parte della cultura italiana (di ogni ordine e grado) sembra rassegnata ed impotente. Essa respinge - giustamente - ogni ingerenza politica e partitica nell'esame ed eventuale censura dei libri di testo, e ciò in nome dell'irrinunciabile ed inviolabile libertà di pensiero e di espressione.
Nessuna persona seria ed equilibrata vorrà mettere in dubbio un tale diritto. Qualsiasi cittadino gode di questo diritto. Chiunque può scrivere qualsiasi libro di storia o di filosofia o di psicologia. Ogni docente può sostenere la tesi o l'antitesi che crede, sia in buona che in cattiva fede. Ma, si badi bene, tutto questo c'entra poco con i libri di testo, e non solo non risolve la questione, ma neppure la imposta correttamente.
Questa "soluzione" dimentica, o finge di dimenticare, che il termine docente indica di per sé una relazione. Non una generica relazione agli "altri", ma una specifica relazione all'alunno, al discente, all'allievo. Questo soggetto si trova in una posizione molto caratteristica e speciale. Pur godendo de iure dei diritti inviolabili di ogni persona umana, egli si trova in una situazione di precarietà e di sostanziale ineguaglianza.
Il docente che adotta un libro di testo non è soltanto un cittadino che fa uso della libertà di pensiero come una qualsiasi persona che scelga un libro in una libreria o in una biblioteca. Egli non propone un libro, un pensiero, una sua visione parziale e totale del mondo ad un pubblico liberamente accorso ad una sua conferenza o durante una riunione di amici. Egli, de facto, quel determinato libro di testo lo impone ad un pubblico in via di apprendimento e di educazione, non ancora in grado di valutarlo criticamente, e nella condizione obbligatoria non solo di recepirlo, ma di essere poi lui stesso valutato e promosso solo se potrà dimostrare di aver accolto o almeno memorizzato quella visione della storia e della vita.
Allora, come si può ovviare a questa palese anomalia ? Non certo con la censura, di qualsiasi tipo e da parte di qualsiasi raggruppamento politico, perché una tale soluzione risulterebbe sempre imposta da un'autorità che non ha competenza sul pensiero o sulle convinzioni filosofiche, etiche e religiose del docente in questione. Tanto meno sarebbe accettabile la sostituzione del libro, o addirittura del docente fazioso, con un altro scelto ed approvato dal potere politico, perché una tale soluzione comporterebbe analoghe possibilità di errori e di faziosità, anche questa volta a danno del terzo soggetto di particolari diritti, che è o dovrebbe essere l'alunno.
Eppure, la soluzione esiste, altrove già nota e positivamente sperimentata. Una soluzione equa e giusta, rispettosa della libertà di pensiero e d'insegnamento: s'intende di un pensiero e di un insegnamento che non dipenda o sia imposto, palesemente o in occulto, da qualsiasi potere politico. Una soluzione, però, che salva i diritti peculiari del giovane allievo.
La soluzione sta nella parità effettiva tra scuola pubblica e scuola privata, come riconoscimento (e non malintesa concessione), da parte dello Stato, del diritto primario e naturale della famiglia a scegliere, in piena ed effettiva libertà, l'indirizzo culturale e pedagogico in cui essa intende istruire ed educare i propri figli.
Sottolineiamo: parità effettiva che da noi si traduce in parità anche economica, mancando la quale ogni dichiarazione di principio sulla pari dignità e cose simili dice poco o nulla; in ogni caso nulla di giusto e neppure di serio.
Ogni docente goda di piena libertà nel sostenere questa o quella visione della storia, del pensiero e della vita umana: a condizione, però, che i genitori (diretti responsabili della formazione intellettuale ed etica, cioè umana in senso stretto, del proprio figlio) possano scegliere quella organizzazione scolastica che, proprio in forza della libertà di pensiero, reputano più confacente con il loro orientamento intellettuale e con la loro scala di valori.
Questa è la soluzione, che il pensiero cattolico ha sempre sostenuto, appoggiandosi al diritto naturale e alla dottrina sociale della Chiesa. Solo potendo effettivamente e liberamente scegliere la scuola che si ritiene più consentanea si difende realmente la libertà di pensiero: quella del docente, ma anche e soprattutto quella del discente, che è la persona più indifesa.
Altre pseudo-soluzioni o stratagemmi riconducono sempre, direttamente o indirettamente, ad un regime egemonico da parte della fazione politica al potere, che in teoria potrà anche farsi paladina della libertà e del pluralismo di pensiero, ma in pratica impone solo la "libertà" di pensare quel che esso reputa di dover pensare. Che questo pericolo esiste nei fatti, e non solo in teoria, in Italia e non solo altrove, solo dei finti ciechi potrebbero negarlo.
Eppure, questo anomalo stato delle cose si è protratto da noi fino ai nostri giorni, e dal 1968 in poi ha assunto forme nettamente patologiche. Ciononostante, le reazioni sono piuttosto rare, deboli, distratte. Si direbbe che una larga parte della società italiana non avverta l'importanza del problema o non sia interessata a risolverlo.
Comprensibilmente, fa eccezione la Chiesa, che in questa questione è particolarmente interessata e coinvolta. Il cosiddetto "libero" pensiero da oltre due secoli sembra avere un nemico privilegiato: il Cattolicesimo in genere e le scuole cattoliche in particolare. Se i gesuiti, dalla metà del Settecento, furono attaccati, espulsi e soppressi, ciò si deve prevalentemente al disegno illuminista di ridurre ogni indirizzo di pensiero e di educazione sotto l'egemonia esclusiva dello Stato. I danni per la cultura, in Italia, sono stati e permangono gravissimi.
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| La libertà scolastica è garanzia dell'effettiva libertà di pensiero |
Si pensi solo, per esempio, alla soppressione delle Facoltà di Teologia nelle Università statali italiane e ai danni che questo fatto, respinto da tanti laicissimi Paesi europei, ha significato e significa tuttora nel panorama culturale nostrano. A parte le non numerosissime ma valide eccezioni, regna una arretratezza ed a volte un vero analfabetismo in questo settore del sapere che, si voglia o non si voglia, rappresenta il Leitmotiv e l'asse portante di tutta la grande cultura europea.
Fa eccezione, dicevamo, la Chiesa. A voler essere precisi, bisognerebbe aggiungere che questa opposizione alle pretese dello Stato, non sembra compatta ed omogenea in tutto il corpo ecclesiale italiano. Senza voler fare processi alle intenzioni non si può non notare la differenza quantitativa e qualitativa tra gli interventi, ripetuti e vibranti, di Giovanni Paolo II, in difesa di questo diritto intangibile di libertà che dev'essere realmente riconosciuto alla famiglia, e lo scarso interessamento di altri settori della Chiesa italiana alla soluzione effettiva di questo stesso spinosissimo problema.
Fatta eccezione per alcune prese di posizione della Conferenza Episcopale Italiana, dell'Osservatore Romano e di alcuni laici impegnati in politica o nel campo scolastico, si ha l'impressione che per molti, troppi cattolici, il problema non esista o venga considerato insolubile.
E' persino possibile imbattersi in qualche prete che mostra fastidio al solo sentir parlare di una scuola non gestita direttamente dallo Stato; che sembra ignorare o stimar poco quel diritto della famiglia di essere tutelata, giuridicamente ed economicamente, nella libera scelta del settore culturale, dove indirizzare i propri figli. Segno evidente, questo, delle devastazioni mentali che una certa egemonia culturale - ed è superfluo specificare di quale colore - ha prodotto nel tessuto della società italiana, cattolici compresi.
Se ci è permesso esprimerci con più riverente ed umile chiarezza, guardando con fiducia a parecchie Diocesi, ci aspetteremmo qualche Lettera in più su questo indilazionabile problema, con direttive concrete che facciano passare i fedeli da considerazioni puramente teoriche (ovviamente indispensabili, ma non sufficienti) ad iniziative pratiche e concrete. Come afferma la Fides et Ratio, uno dei compiti primari e fondamentali della Chiesa è la diaconìa della verità.
In questo contesto, il pensiero e la preoccupazione corre ad un settore particolare della Chiesa: quello, per intenderci, degli Ordini e Congregazioni religiose che lungo la storia, soprattutto in momenti particolarmente cruciali per le sorti della cultura, sono sorti ed hanno operato per la scuola e nella scuola di ogni ordine e grado.
Non è un mistero che, soprattutto negli ultimi trent'anni, in questo settore si è registrato un arretramento, dovuto a diversi fattori: in primo luogo al fattore economico e a quello della scarsità delle vocazioni. Ma innegabilmente ha influito anche un fattore di strisciante disimpegno da questo settore verso altre forme di attività, certo necessarie e benemerite, ma che non possono sostituire la diaconia della verità.
Forse ci sbagliamo, ma se al settore della scuola libera fosse stato dedicato un eguale interessamento che al problema dei preti operai; se ai problemi riguardanti la fede e giustizia fosse stata dedicata un'eguale attenzione circa i diritti della verità vissuta e trasmessa; se fra i tanti laboriosi discernimenti comunitari per decifrare i segni del nostro tempo si fosse fatta più attenzione a certi libri di testo della scuola italiana, forse si sarebbe evitata o ritardata la chiusura di alcuni istituti scolastici, anche a costo di sacrifici e rinunzie.
Sin dal tempo degli Apologeti, lungo tutto il percorso della sua storia, ma soprattutto dopo il Concilio di Trento, la Chiesa Cattolica, illuminata e sorretta dallo Spirito, ha capito che per la trasformazione radicale della società, una vera ed autentica evangelizzazione non può relegare in soffitta i banchi della scuola né tenersi fuori dalle aule universitarie.
Ignazio di Loyola è stato il sostenitore indefesso e un grande protagonista di questa strategia. Ignorarla, oggi, o ritenerla sorpassata, più che un errore sarebbe un suicidio. Se tutta la compagine ecclesiale italiana non affronta sul serio questo problema e non s'impegna a rivendicare i diritti fondamentali della famiglia in materia di libertà scolastica, si accorgerà presto - ma anche troppo tardi - di aver consegnato nelle mani sbagliate la sua libertà, il suo pensiero e la sua libertà di pensiero.
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