Eredi apostati ed eredi smemorati Sebastiano Esposito s.j. |
A proposito di "radici cristiane" dell'Europa | L’Europa di Wojtyla e l’Europa di Giscard
Gli eredi smemorati | Il "caso" Marco d’Aviano
A proposito di "radici cristiane" dell'Europa
A proposito delle odierne discussioni circa l’Europa, la Costituzione europea, le radici cristiane d’Europa, si profilano già due posizioni o schieramenti, non sempre facilmente identificabili, poiché per malcelato opportunismo o, più spesso, per deficienza di memoria storica, preferiscono dissimulare le loro idee, ben decisi, però, a difenderle fino all’ultimo.
Premettiamo subito che l’aspetto che qui più ci interessa non è quello geopolitico, o puramente giuridico. Noi vorremmo fermarci un istante su quel problema che è stato sollevato – e risollevato in maniera sempre più energica – da Giovanni Paolo II e che può essere citato come il problema delle "radici cristiane dell’Europa".
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[Saint Michel - Bruxelles] |
E’ noto che la semplice proposta d’inserire nel preambolo della futura Costituzione un accenno alle radici cristiane dell’Europa, fatta eccezione di pochi spiriti veramente pensanti e storicamente documentati, negli ambienti laici, e non solo, ha incontrato o un tenace rigetto, o un imbarazzato silenzio, oppure farisaiche proposte d’accomodamento.
I pretesti addotti per questo diniego si aggrappano a sedicenti motivi storici (l’Europa avrebbe subito l’influsso anche di altre religioni) o abbracciano posizioni filosofiche (la futura Europa dev’essere un organismo "laico") per poi ridiscendere sul piano meramente sociologico (la maggioranza degli Stati che costituiscono l’Unione Europea nelle loro costituzioni non fanno riferimento a Dio o alla religione).
L’Europa di Wojtyla e l’Europa di Giscard
A chi vuole seriamente affrontare questo dibattito dovrebbe essere anzitutto ben chiaro che qui non si tratta di un problema puramente storico, se cioè le radici culturali, morali e giuridiche dell’Europa siano o no di origine cristiana. Il solo porre questo problema sul piano storico, significherebbe ignorare sostanzialmente origine e natura del fenomeno Europa, oltre – s’intende - dell’evento cristiano con tutte le sue implicazioni culturali e sociali.
In altre parole: le ripetute e pressanti richieste del Papa non si limitano a chiedere di inserire nel preambolo della Costituzione la parola "Dio" o "religione cristiana". Egli parla espressamente di: "riscoprire le radici cristiane dell’Europa", che è ben altro e molto di più. Riscoprire vuol dire riportare in superficie, allo scoperto, far risaltare qualcosa che già esiste e ma che è invisibile oppure occultata.
A questo punto sorge il paradosso: se quasi universalmente si ammette che sul piano storico l’Europa non è concepibile senza il Cristianesimo, allora perché questa levata di scudi contro l’ammissione di questa incontestabile verità storica?
Le ragioni non ci sono, ma parecchi motivi, sì. Il più profondo di questi motivi, anche se sottaciuto e dissimulato alla men peggio, è che molta parte dell’odierna Europa, dall’Illuminismo in poi, si è prefisso di "rimuovere" dalla vita culturale e sociale qualsiasi riferimento a Cristo, alla rivelazione ed alla Chiesa di Cristo.
Già prima della Rivoluzione francese, in nome di un più elevato culto della ragione e della religione, comincia il tentativo di eliminare la figura, la dottrina e la Chiesa di Cristo (si pensi a Spinoza), soprattutto nella versione classica, cioè cattolica. Questa lotta viene condotta su tutti i campi e con ogni mezzo.
Se si tiene presente il fanatismo con cui questo programma – che si pretende di far passare come progresso - è stato perseguito negli ultimi secoli, allora si capisce il motivo, più o meno inconfessato, e la pertinacia nel rifiutare un’esplicita menzione delle radici cristiane d’Europa nella futura Costituzione.
Da tutto il dibattito emerge con sufficiente chiarezza che l’Europa di Wojtyla e l’Europa di Giscard sono due realtà ben distinte e separate. Se si comprende in tutta la sua drammaticità questo stato di cose, allora si renderanno meno incomprensibili i veri motivi del rifiuto, sia di quelli aperti e sprezzanti e sia quelli più soffici e contorti.
Si capisce, allora, l’ostinazione di voler citare nel Proemio l’Illuminismo, a preferenza e a scapito delle tante scuole filosofiche, enormemente più importanti e decisive che l’Europa ha prodotto: l’Illuminismo, infatti, è la dottrina che pretende di eliminare il messaggio cristiano in nome di una superiore e più illuminata ragione.
Si capisce, allora, la preoccupazione tartufesca di non escludere nessun’altra fede religiosa che ha posto piede in Europa, anche se di passaggio o con intenti aggressivi. Tutte le radici religiose sono accette, anche se passeggere e poco diffuse, ma non quelle cristiane, perché queste non sono riducibili nell’ambito di quella "ragion pura", che prima o dopo sfocia nell’agnosticismo e poi nell’ateismo, come dimostra la storia, non tanto gloriosa, dell’Europa illuminata..
A questo proposito, Enzo Bettiza ha osservato recentemente con molto acume: "Da De Gaulle in poi il vizio a suo modo nobile della grandeur è diventato una perversione stabile, ricercata a qualsiasi costo: una volta mediante tresche col mondo comunista, oggi mediante patteggiamenti con l’universo islamico. Comunismo e islamismo non sono stati né sono grandi amici dell’Occidente. Ma i francesi, purtroppo, danno l’impressione che si alleerebbero anche col diavolo pur di dare sfogo alle loro artefatte diffidenze all’interno del mondo cui essi stessi appartengono da sempre" (Panorama, n.30, 2003, p.106). E quel "mondo cui essi stessi appartengono", per chi non vuole dimenticare la storia, è l’antica, vera Europa, germogliata da radici cristiane.
Si capisce, allora, l’equivoco di chi pretende di escludere Cristo in nome della "laicità". Perché di equivoco si tratta. Infatti, se per laicità s’intende l’autonomia dello Stato nell’ambito delle sue funzioni, allora bisogna riconoscere che il primo, vero, radicale fautore di questa laicità è stato Cristo con il suo"date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio". Ma la "laicità" di molti degli attuali padri d’Europa vuol dire, in realtà, laicismo: cioè assoluto rifiuto da parte dello Stato di riconoscere l’esistenza del fenomeno religioso cristiano come entità autonoma e capace di concorrere, con il suo patrimonio ideale, alla costituzione di uno Stato.
Si tollera, tutt’al più, la presenza di una comunità credente e praticante, ma si rifiuta come ingerenza, ogni sua potenziale cooperazione - autonoma, ma non subalterna - nell’ambito della città terrena. Wojtyla è un laico genuino e convinto, Giscard - che pure si professa cattolico - appare come un laicista più o meno cosciente.
Si capisce, allora, come la pretesa di costruire una città, anzi una sovracittà europea senza l’apporto che ha offerto e potrà offrire la fede cristiana rischia di far cadere la futura Europa in un passato ancestrale, in cui Cesare considera la realtà religiosa come un fattore secondario, inglobato e succube di uno Stato assoluto, di tipo più o meno faraonico. Ripetiamo: Papa Giovanni Paolo II teme un’impalcatura giuridica che travolgerebbe a breve tempo un’Europa costruita su un fondamento labile e sdrucciolevole.
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in un dipinto allegoria del Veronese. |
Non credo che sia esagerata o irreale la costatazione che, dall’epoca del laicismo trionfante in poi, l’Europa ha perduto coesione, si è macchiata dei crimini più orrendi di tutta la sua storia ed ha perduto non solo la consistenza e coesione politica, ma ha cessato di essere quell’angolo della terra, impregnato di spirito cristiano che, nonostante trasgressioni ed incoerenze, è stato nel campo della cultura, del diritto, della vita politica e civile un punto di riferimento per l’umanità intera.
In fondo, la carta che viene proposta – o peggio, imposta - alla futura Europa, è la tacita legittimazione di quella "apostasia silenziosa " (l’espressione è di papa Wojtyla) che non conduce a nulla. Anzi conduce al nulla, al suicidio di Giuda.
In questi ultimi tempi, però, l’Europa sta partorendo un’altra genìa di figli alquanto strani. Non appartengono, propriamente, alle fila degli apostati. Parecchi di essi sono religiosi, anzi cattolici, o almeno pretendono di esserlo, come e meglio degli altri, in maniera più "illuminata", se non proprio più " illuminista ". Questi singolari studiosi si dedicano con tenacia alla scoperta non delle radici, ma degli errori ed orrori (veri o supposti, da loro, come tali) compiuti dai figli dell’Europa cristiana.
Sia ben chiaro: in venti secoli di un organismo, composito e cangiante, com’è stata il continente europeo, è fuori dubbio che, anche "da parte dei figli della Chiesa " (attenzione a questa locuzione, usata spesso dal Papa, ma che non equivale affatto a quell’altra: "da parte della Chiesa" troppo spesso e troppo disinvoltamente adoperata da questi neocultori di una certa storia) siano accaduti errori e misfatti. Riconoscerli e denunciarli è legittimo e, in certo senso, doveroso. Purché avvenga con cognizione di cause (storiche), con metodo (storico e non ideologico) e con il dovuto senso della misura e delle proporzioni.
Ora, da qualche tempo in qua, un certo numero di "storici" (le virgolette sono quasi sempre di rigore) o di intellettuali, che quasi sempre si ritengono più illuminati o addirittura illuministi, stanno conducendo una campagna denigratoria nei riguardi non tanto del cattolicesimo presente, il che potrebbe configurarsi come una volontà di critica o di purificazione, ma che comporterebbe anche la possibilità non gradita di una risposta dei diretti interessati. No, questi visitatori, un po’ frettolosi, di biblioteche a volte inesistenti, confrontano le soluzioni date nel passato a problemi che con quelli attuali molto spesso hanno solo un rapporto di analogia, e non certo di univocità, e si consacrano con furia a criticare e demolire (per lo meno lo sperano) fatti ed eventi di prima grandezza nella storia dell’Europa e della Chiesa in Europa.
Il primo bersaglio, va da sé, sono le Crociate. Le condannano in blocco con un’avversione che viene superata solo dal linguaggio minaccioso dei più irreducibili talebani, con i quali i nostri bravi "revisionisti " pensano di avviare un compiacente "dialogo interreligioso" che, con quello vero e genuino, promosso dalla Gerarchia cattolica e dai teologi responsabili, ha ben poco da spartire.
Perché se è vero che nella lunga vicenda delle Crociate vi furono anche da parte di alcuni cristiani crimini e nefandezze, voler demolire tutta quella epopea con un’ipotetica "sacralizzazione della guerra", in opposizione allo spirito pacifico degli inizi cristiani, significa misconoscere il significato e la portata di un evento storico epocale: cioè la ritrovata coscienza, da parte di migliaia e migliaia europei di ogni condizione, della propria dignità e dei propri irrunciabili diritti, dopo aver subito per secoli non la predicazione ma l’occupazione e lo schiacciamento da parte di orde islamiche, bramose di saccheggiare e distruggere le migliori acquisizioni dell’Europa cristiana.
E quando gli stessi "smemorati" si dànno a decantare con toni arcadici le condizioni di convivenza delle popolazioni cristiane all’ombra della Mezzaluna, allora o ignorano o non hanno la minima idea di quel che in realtà significava – ed oggi significa - una tale convivenza.
Si spostino dai loro tavoli e divani, salgano su un aereo, e si rechino in un paese dominato dall’Islam. Scelgano, come primo impatto, uno di quei paesi che vengono definiti "moderati", ci restino un po di mesi, escano a piedi dai club turistici, vadano nei suk e tra la gente, osservino e cerchino di capire ed allora, ne siamo certi, saranno meno impreparati a valutare i veri motivi di quei moti d’indipendenza del passato euroipeo, che essi pensano di poter addossare interamente a maniaci religiosi, a ladroni o a feroci assassini. A "Crociati", per l’appunto.
Allora forse, saranno meglio in grado di capire le ragioni nonché il coraggio di Isabella la Cattolica (altro personaggio bersaglio dei nostri smemorati ricercatori) che decide di restituire la sua terra agli eredi di diritto, allontanando gli invasori di fatto.
E non parliamo della scure impietosa che i nostri "revisionisti smemorati" calano sulla testa di numerosi papi del passato: da Urbano II a Eugenio III, da Gregorio X a Innocenzo III, per non parlare di S. Pio V, "reo" di aver promosso la coalizione delle forze cristiane contro l'invasione e il terrore dell'Islam. Sotto sotto si vergognano o si rammaricano per la vittoria di Lepanto: non ne vogliono sentir parlare, come se si trattasse di un genocidio o di un’invasione perpetrato dalle armate cristiane, e non come il tentativo, doloroso ma doveroso, di difendere l’identità e la libertà dell’Europa cristiana. Analogo disagio dimostrano i nostri smemorati figli d’Europa per analoghi eventi, che salvarono l’Europa dalla furia della potenza ottomana.
Pochi mesi fa è stato beatificato il cappuccino Marco d’Aviano. Mentre il mondo germanico non ha mai cessato di ricordarlo e venerarlo, sconcerta, da parte degli italiani, la quasi totale ignoranza o dimenticanza di questo straordinario e insospettabile personaggio carismatico, che ha avuto un ruolo determinante nella sopravvivenza dell’Europa. In nome di un presunto pacifismo, che con la pax christiana ha poco da spartire, si cerca di sminuire o negare la parte che egli ha avuto nel raccogliere le forze cristiane per la liberazione di Vienna – avamposto del resto dell’Europa - nella storica battaglia del Kahlenberg del 1683.
In occasione della beatificazione, soprattutto dalle nostre parti, sono apparse alcune "ricostruzioni storiche" del cappuccino di Aviano. Si è parlato dei suoi poteri taumaturgici, della sua eloquenza trascinante, della sua profonda spiritualità che ribadisce i temi fondamentali dell’annuncio cristiano, e cioè la conversione e la remissione dei peccati, con l’introduzione dell’atto di pentimento perfetto.
Come si vede c’è tutta la materia sufficiente ed abbondante per riconoscere in Marco una grande figura di santo. Ma domandiamoci onestamente: per il suo secolo è stato solo questo il Marco d’Aviano? Come spiegare, per esempio, che moltissimi componenti della casa Imperiale d’Austria –Ungheria, maschi e femmine, portino da secoli anche il nome di Marcus d’Aviano? Solo perché era un santo predicatore e taumaturgo? E come spiegare i quattro densissimi volumi di lettere che il beato ha intrattenuto con le massime autorità religiose e civili del suo tempo? .
In altre parole: possiamo pretendere di possedere un ritratto autentico e completo di Marco d’Aviano, prescindendo o anche solo tratteggiando di sfuggita il suo ruolo predominante nella salvezza di Vienna e dell’Europa del suo tempo dal pericolo ottomano? E’ concepibile che si tracci un profilo del cappuccino accennando solo di passaggio alla sua diuturna ed infaticabile attività per indurre i principi cristiani del suo tempo a stringere un’alleanza che scongiurasse il pericolo turco? E ciò nonostante le renitenze, gli indugi, i calcoli (non sempre disinteressati) dei personaggi in questione? E vi sembra davvero così scontato o di nessun rilievo il particolare che il Papa (beato) Innocenzo XI, nomini il cappuccino Marco Delegato Pontificio presso l’Imperatore?
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Ci si occupa tanto dei suoi opuscoli spirituali, e sta bene. Ma perché ci si occupa, tra noi, così poco dei quattro poderosi volumi della sua corrispondenza con tutte le massime autorità politiche d’Europa? La sua partecipazione alla liberazione di Vienna non si svolse certo con un elmo in testa ed una spada al fianco. Ma non si può neppure "ridimensionare" il suo apporto decisivo a quell’evento, sostenendo che durante la battaglia egli pregava nella chiesetta del Kahlenberg.
No, quella difesa era l’epilogo del suo lungo e tormentato itinerario per tutte le corti e i palazzi d’Europa per convincere i regnanti che non si poteva e non si doveva in coscienza correre il pericolo di una definitiva scomparsa dell’Europa cristiana sotto l ‘avanzare delle orde ottomane che non avrebbero solo ridotto il Vaticano a stalle per i suoi cavalli, come si auspicava Mustafà, ma che avrebbero sommerso l’Europa intera, analogamente a quanto era avvenuto un millennio prima.
Chi non mettte in risalto (dico: in risalto e non solo in conto) questo lato dei Marco d’Aviano, lo rimensiona, anzi lo mutila. Da santo di proporzioni colossali lo riduce a poco più di un "santino".
La realtà è che, per il suo tempo, Marco aveva intuito che l’Europa, l’autentica Europa, correva il vero pericolo del declino o addirittura della sparizione. Quel pericolo, anche se sotto forme meno appariscenti ma certamente non meno aggressive e pericolose, oggi per l’Europa persiste, ed anzi si aggrava. L’Europa di Giscard, illuminista ed agnostica, non si accorge che è in pericolo la sua genuina identità, perché l’ha negata o dimenticata. L’Europa "illuminata" di Woytila sa di avviarsi al definitivo tramonto se non riscopre e rianima le sue vere, autentiche radici cristiane.
Il 28 luglio 1923, Giuseppe Moscati da Edinburgo narrava ai suoi familiari: "Ieri, con un tempo inglese, stetti con i miei ospiti a Melrose (paese di W.Scott) …non c’è che un’abbazia diruta, un vicino cimitero. Feci notare alle due compagne di viaggio che le abbazie benedettine formarono la civiltà inglese".
Le due compagne di viaggio erano protestanti, e capirono. Allora. Oggi, gli apostati illuministi non vogliono; e i cristiani smemorati faticano a capire.
[Luglio 2003]
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