Il martirio di Sant’Agata
e le radici cristiane della Sicilia

Umberto Utro

[Pubblicato dall’Osservatore Romano del 5 Febbraio 2008.
L'autore è il responsabile del reparto di Arte Paleocristiana dei Musei Vaticani.]

Libera per nascita, serva per scelta

"Agata era una vergine nobile e di grande bellezza, viveva nella città di Catania e serviva Dio in perfetta santità". Così inizia il racconto della vita della martire catanese nella Legenda aurea del domenicano Iacopo da Varazze, alla metà del Duecento. Esattamente mille anni erano trascorsi dalla vita breve ed esemplare della vergine siciliana e dal suo martirio nella persecuzione di Decio (251).

Mancano fonti letterarie coeve sulla sua estrema testimonianza di fede e la Passio S. Agathae, che ci tramanda la sua storia - alla quale anche Iacopo attinse -, risale soltanto al V-VI secolo, benché contenga tracce attendibili di più antichi Acta perduti. Ed è significativo che tali tracce si ritrovino proprio negli atti del suo processo, che conservano l'abituale impianto stenografico delle domande e risposte, secondo gli antichi esempi autentici giunti fino a noi (come gli Acta dell'altro martire catanese Euplo, morto nel 304).

Questi antichi "atti" di Agata contenuti nella sua Passio più tarda, sono le pagine più vive e fresche del testo agiografico, com'è evidente in questo passaggio del dialogo tra il governatore Quinziano e l'eroica fanciulla: "Di che condizione sei?". "Sono nata libera, di nobile famiglia". "Se attesti di essere libera e nobile, perché mostri di vivere e vestire da schiava?". "Perché sono serva di Cristo, per questo mi presento da schiava. (...) La massima libertà e nobiltà sta qui: nel dimostrare di essere servi di Cristo". Le espressioni usate, ricordano da vicino l'incalzare degli interrogatori e il formulario della fede dei cristiani del III secolo: l'espressione "servo di Cristo", ad esempio, è frequente nell'epigrafia cristiana del tempo.

La Passio si avventura, più avanti, a narrare i molti supplizi ai quali la fanciulla fu sottoposta: la flagellazione e i ferri incandescenti sulle ferite, l'amputazione del seno - sanato miracolosamente nella notte dall'apostolo Pietro - e infine la condanna ai carboni ardenti, dopo la quale, pur avendo serbato intatto il corpo, ella "rese la sua anima a Dio". Un anno dopo, infine, il velo steso sul suo sepolcro fermò la lava dell'Etna, nel giorno esatto del dies natalis della martire.

Se più tarde sono le fonti letterarie sul martirio di Agata, l'attestazione del suo culto è immediata: forse entro il III secolo un'iscrizione di Ustica menziona una fedele "morta nel giorno della Signora Agata", mentre è certamente costantiniana la bella epigrafe latina di Iulia Florentina, oggi al Louvre, che ne ricorda la sepoltura "davanti alle porte dei martiri", attestando l'esistenza antica di un santuario dedicato ai martiri catanesi, da individuare, senz'altro, almeno in Agata ed Euplo. Per celebrare la sua gloriosa patrona, la comunità catanese le dedica una festa di antichissime origini, fra le più partecipate al mondo.

Nell’ambito delle celebrazioni agatine di quest’anno, la comunità ecclesiale catanese, guidata dal suo arcivescovo, Salvatore Gristina, ha promosso una grande esposizione dedicata alla sua più celebre figlia, che è stata inaugurata lunedì 28 gennaio. La mostra prende avvio idealmente dalla sezione storico – archeologica, ospitata nella chiesa di San Francesco Borgia, uno dei gioielli barocchi della celebre via dei Crociferi.

S. Agata in carcere

In questa sezione sono evidenziati i primi passi della chiesa catanese, con testimonianze soprattutto epigrafiche della graduale cristianizzazione della città, che prese le sue mosse, come a Roma, all’interno dell'importante comunità ebraica. Fra tutte brilla la citata iscrizione di Iulia Florentina che torna a Catania dopo secoli; nel testo elegantemente inciso si parla di questa bimba "nata pagana" e "divenuta fedele", morta a soli diciotto mesi: "Entrambi i genitori non cessavano di piangere in ogni momento la sua morte, ma nella notte si levò la voce della Maestà divina che proibiva di piangere la defunta", poi sepolta, come s'è detto, presso il santuario dei martiri.

I Musei Vaticani con altre importanti istituzioni hanno prestato alcune opere che illustrano il nascere dell'arte cristiana proprio nel secolo del martirio di Agata: fra queste, il magnifico sarcofago della via Salaria, con le figure del pastore e dell'orante, mostra la singolare continuità iconografica fra arte tardoantica e cristiana, quando gli antichi simboli della filantropia e della pietà, veri "semi del Verbo" custoditi nella cultura pagana, poterono accogliere la rivelazione del Buon Pastore evangelico e della Preghiera a lui rivolta.

La sezione dei dipinti e delle sculture, nel Museo Diocesano, ospita alcuni capolavori dell'arte italiana ed europea, nei quali la figura di Agata, è immaginata dapprima come una martire nella canonica figura con la palma o la croce (come già nei mosaici ravennati del VI secolo, in quelli siciliani d'età normanna o ancora, in mostra, nello stendardo processionale duecentesco recato anticamente per Firenze il 5 febbraio) e più avanti sempre più legata all'attributo dei seni tagliati e retti su un piatto o sulle mani (come nella tavoletta trecentesca del giottesco Puccio Capanna, dalla Pinacoteca Vaticana).

Pure antica è l'iconografia del momento tragico del supplizio dei seni, come in mostra si ammira già nella tavola tardotrecentesca di Giovanni del Biondo, dalla pieve di Scarperia (Firenze), e poi lungo i secoli seguenti, con esiti di altissimo e lirico realismo soprattutto nel Seicento, com'è evidente nel capolavoro di Francesco Guarino, o ancora nell'onirica tela ottocentesca di Gustave Moreau.

Ugual fortuna ebbe la scena di Agata visitata e sanata da san Pietro nella notte, nota già dal Duecento, ma anch'essa molto amata nel Seicento soprattutto dai pittori luministi caravaggeschi (come nelle opere di Vouet o del Vignali). E ancora, infine, la scena - nota dalla Passio di Lucia e poi dalla Legenda aurea - della visita della martire siracusana alla tomba di Agata per impetrare la guarigione della madre, che appare in mostra in due capolavori d'ambito veneziano, una tavola tardogotica di Jacobello del Fiore e un'altra, ambientata in un raccolto interno rinascimentale, di Lorenzo Lotto, del 1532.

La mostra si conclude nella barocca chiesa di San Placido, con la sezione dedicata alle Arti decorative e alle testimonianze documentarie, dove risplendono alcuni tesori delle oreficerie e argenterie siciliane, come il paliotto architettonico della Cattedrale, mentre nel Museo Diocesano si può ammirare il fercolo argenteo cinquecentesco che proprio oggi, nel dies natalis di Agata, trasporterà ancora il magnifico busto reliquiario d'argento e oro realizzato nel 1376 ad Avignone dal senese Giovanni di Bartolo.

Il richiamo all'attualità della testimonianza di Agata e dei martiri siciliani, vere radici cristiane dell'Isola, è ben evidenziato, in conclusione, da Gaetano Zito, nel suo saggio in catalogo: "L'idealità del martirio di Agata per secoli ha costituito - e tuttora costituisce - una precisa proposta pedagogica, per la comunità ecclesiale e per la vita cittadina. Agata è modello di vita cristiana per la santità dei suoi propositi e per l'onore prestato a Dio senza indugio, nella valorosa confessione di Cristo (...).

Agata viene presentata come eminente modello di donna, ricolma delle migliori virtù cristiane: bella, coraggiosa, paziente, e forte. proprio quando la coerenza di fede chiede di affrontare anche un'ingiusta sofferenza e la morte. In lei, è sconfitta la tentazione del potere, del denaro, della sensualità. Alla corruzione dei costumi del potere costituito, viene contrapposta la nobiltà di sentimenti e l'audacia dell'azione della giovane cristiana catanese. Aver preferito il martirio ai vantaggi terreni scuote e colpisce, ancor più per la sua giovane età: provoca ammirazione, interroga e mette in crisi, invita all'imitazione e stimola ad avere identico coraggio".

Storia, arte e devozione di scena a Catania

Oltre 250 opere d'arte provenienti da diversi Paesi compongono il gigantesco mosaico della mostra "Agata Santa: storia, arte, devozione", aperta a Catania fino al 4 maggio. Tre sedi espositive principali - il Museo Diocesano e le chiese di San Francesco Borgia e San Placido - e quindici chiese sono inserite a Catania nel circuito dedicato alla patrona, la fanciulla a cui il proconsole romano fece strappare i seni perché a lui aveva preferito Dio.

La giovinetta - alla quale Catania dedica ogni anno tre giorni di affollatissime celebrazioni - è tra i martiri che più hanno ispirato l'opera degli artisti. Lo testimoniano affreschi, mosaici, dipinti e pale d'altare conservate in tutto il mondo. La mostra propone una selezione dell'enorme materiale esistente, con opere realizzate in un arco di tempo compreso tra la metà del III secolo e la prima metà del Novecento.


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