I “novissimi” parte fondamentale della spiritualità di Giuseppe Moscati

Sebastiano Esposito s.j.

Nell’ultimo libro di Papa Ratzinger, tra gli altri argomenti affiora una forte e giustificata preoccupazione per la poca attenzione dell’uomo, del cattolico e del predicatore d’oggi circa l’importanza delle realtà escatologiche, tradizionalmente conosciute col nome di "novissimi". Il Papa afferma: "È una questione molto seria. La nostra predicazione, il nostro annunzio effettivamente è ampiamente orientato, in modo unilaterale, alla creazione di un mondo migliore, mentre il mondo realmente migliore quasi non è più menzionato. Qui dobbiamo fare un esame di coscienza. Certo, si cerca di venire incontro all'uditorio, di dire loro quello che è nel loro orizzonte. Ma il nostro compito è allo stesso tempo sfondare quest'orizzonte, ampliarlo, e di guardare alle cose ultime.

Papa Benedetto XVI

I novissimi sono come pane duro per gli uomini di oggi. Gli appaiono irreali. Vorrebbero al loro posto risposte concrete per l'oggi, soluzioni per le tribolazioni quotidiane. Ma sono risposte che restano a metà se non permettono anche di presentire e riconoscere che io mi estendo oltre questa vita materiale, che c'è il giudizio, e che c'è la grazia e l'eternità. In questo senso dobbiamo anche trovare parole e modi nuovi, per permettere all'uomo di sfondare il muro del suono del finito." (1)

Per completezza storica bisogna ricordare che all’inizio del nuovo Millennio la Conferenza Episcopale Italiana, in un documento che voleva indicare vie nuove ed adatte per "Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia", denunciò la stessa carenza con queste testuali parole: "… è offuscato se non addirittura scomparso nella nostra cultura l'orizzonte escatologico, l'idea che la storia abbia una direzione, che sia incamminata verso una pienezza che va al di là di essa. Tale eclissi si manifesta a volte negli stessi ambienti ecclesiali, se è vero che a fatica si trovano le parole per parlare delle realtà ultime e della vita eterna." (2)

Credo che sia opportuno richiamare, ancora una volta, l’attenzione dei nostri Lettori sul fatto che proprio l’orizzonte escatologico costituì la dominante nella spiritualità di Giuseppe Moscati (3): un fatto che da una parte dimostra la sua eccezionale intelligenza della rivelazione cristiana e dall’altra lo rende sempre più capace di soccorrere le carenze spirituali della nostra epoca.

Come mai – ci si può domandare - questa visione escatologica, che tradizionalmente è ritenuta appannaggio quasi riservato al ceto monacale o religioso, assume un ruolo così centrale e totale nel pensiero e nella vita di un santo laico? Giuseppe Moscati, infatti, ha subito intuito che nell'ambito del saeculum e nel perimetro della civitas terrena si apriva il suo spazio vitale di cristiano, e che proprio in quel perimetro avrebbe potuto e dovuto giocare la carta decisiva della propria esistenza. Ed anche quando compirà alcune scelte che apparentemente sembrano avvicinarlo allo stato religioso (come il voto di castità o la pratica francescana della povertà), egli le compie per aderire fino in fondo alla sua vocazione laicale di medico cristiano. Anzi, proprio la dedizione totale alla missione di medico credente ha indotto, direi quasi ha costretto Moscati ad assumere le realtà escatologiche come la dominante delle sue opere e giorni.

Partiamo da un punto ben assodato nella biografia di Giuseppe Moscati, vale a dire dalla perfetta integrazione, in lui, della scienza e della fede. Tale integrazione è il risultato di una maturazione teorica derivante dal confronto tra la scienza medica, che opera necessariamente nell’ambito del fisicamente sperimentabile, con quel settore della fede che va radicalmente oltre e che egli definisce arditamente come "la scienza dell’al di là". Moscati manifesta verso la conoscenza e la ricerca scientifica profondo rispetto ed una naturale inclinazione; della scienza ha un concetto altissimo e ne riconosce la necessità e i benefici potenzialmente indefiniti: ma respinge ogni pretesa di assolutezza o di esclusivismo delle scienze sperimentali, come sostenevano quegli ambienti saturi di materialismo e del positivismo, nei quali si era mosso, prima come studente e poi come docente. Della scienza sperimentale egli ribadisce la continua perfettibilità ed il limite invalicabile che l’arresta di fronte alla Sapienza della Rivelazione, come scrive nella lettera ad un suo ex-allievo:

Sebbene lontano, non lascerete di coltivare e rivedere ogni giorno le vostre conoscenze. Il progresso sta in una continua critica di quanto apprendemmo. Una sola scienza è incrollabile ed incrollata, quella rivelata da Dio. La scienza dell' al di là! (4)

L’al di là di Moscati non rappresenta una realtà lontana o irraggiungibile, ma la dimensione complementare ad ogni conoscenza ed azione terrena dell’uomo credente:

Vi garantisco che attraverso i miei diuturni studi compiuti e le conoscenza dei vari popoli d’Europa e dei loro costumi, ho radicata sempre più profondamente la credenza dell’al di là; l’ingegno umano, così possente, capace di manifestazioni di bellezza e di verità e di bene, non può essere che divino; e l’anima e il pensiero umano a Dio devono ritornare. (5)

Per un medico credente come lui, l’al di là dell’uomo sta nel paziente stesso e porta un nome ben conosciuto: anima. La fede di Moscati, di un laico che a causa della sua professione è costretto a confrontarsi con la condizione corporea dell'essere umano, vive lo sforzo continuo, diventato consuetudine, di non perdere mai di vista - di vista interiore - l'altra dimensione, quella sostanziale e definitiva, del soggetto umano. Egli sa, come e meglio di Socrate, che la specificità dell'uomo non sta dalla parte del corpo visibile ma dell'anima invisibile; che il suo destino non si consuma con la cessazione dell'attività corporea; che il suo futuro assoluto lo struttura e condiziona, anche fisicamente, già su questa terra. Egli sa che il mondo dell'al di là ha un suo influsso ed efficacia sia nell'azione del medico curante sia nella risposta complessiva del paziente curato. Quel mondo dell’al di là delimita, in certo senso, la scienza e la relativizza, ma contiene in germe un modo geniale e coerente di vivere la vita d’ogni giorno. Ripetutamente Moscati ritorna su questo punto nelle tante raccomandazioni, che come padre e maestro impartisce ai suoi discepoli (molti dei quali già nel pieno dell’attività medica):

Abbiate, nella missione assegnatavi dalla Provvidenza, vivissimo sempre il senso del dovere: pensate cioè che i vostri infermi hanno soprattutto un’anima, a cui dovete sapervi avvicinare, e che dovete avvicinare a Dio; pensate che v’incombe l’obbligo di amore allo studio, perché solo così potrete adempiere al grande mandato di soccorrere le infelicità. Scienza e fede! (6)

Tutto passa! E non ci rimane che l’anelito al Bene Infinito, anelito che ci informa e dovrebbe informare tutti i filosofi che l’anima, che abbiamo dentro, è eterna. (7)

Ricordatevi che non solo del corpo vi dovete occupare, ma delle anime gementi, che ricorrono a voi. Quanti dolori voi lenirete più facilmente con il consiglio, e scendendo allo spirito, anziché con le fredde prescrizioni da inviare al farmacista! (…) ma dovrete dare esempio a chi vi circonda della vostra elevazione a Dio. (8)

Una volta accertata nell’uomo la realtà dell’anima, diventa inevitabile il confronto con quelle ultime realtà - gli escata o i novissimi – che la tradizione cristiana riassume nella sequenza: morte, giudizio, inferno e paradiso. Infatti, tutto ciò che Moscati pensa, dice, opera e scrive ruota intorno a quelle realtà definitive dell'uomo, del mondo e, quindi, del suo modo di concepire e praticare la medicina. Basta aprire una pagina qualsiasi dei suoi scritti, per imbattersi prima o dopo in un richiamo a quelle realtà, che diventano il punto di riferimento privilegiato dei suoi giudizi teorici e delle sue scelte pratiche.

Prendiamo la morte. Rileggendo qualcuna delle tantissime lettere di condoglianze da lui scritte nell'arco della vita, si ha l'impressione che per la prima volta egli sia venuto a contatto con quel drammatico fenomeno, tanta è la risonanza emotiva, il dolore e la com-passione che quell’evento suscita in lui. Eppure quest'uomo vive ed opera giorno e notte sfidando e dilazionando il fenomeno della morte. Ebbene, Moscati non si rassegna mai alla morte come ad un fatto definitivo, ma ne afferra ed afferma sempre l'altra inscindibile componente, quella, cioè, del transito verso quell'al di là che per lui rappresenta il vero, reale, definitivo approdo nella patria reale dell'uomo reale.

La vita è un attimo; onori, trionfi, ricchezza e scienza cadono, innanzi alla realizzazione del grido della Genesi, del grido scagliato da Dio contro l’uomo colpevole: Tu morrai! Ma la vita non finisce con la morte, continua in un mondo migliore. A tutti è stato promesso, dopo la Redenzione del mondo, il giorno che ci ricongiungerà ai nostri cari estinti, e che ci riporterà al supremo Amore! (9)

In tale contesto assume un significato profondo quel cambio di targhe che egli esegue nella Sala anatomica degli Incurabili. All’ingresso si leggeva una scritta, incisa da Luciano Armanni: Hic est locus ubi mors gaudet succurrere vitae. Moscati la sostituisce, fissando ad una parete, sotto il Crocifisso, una targa con la citazione desunta da Osea (13,14): Ero mors tua, o mors. (10) A ben guardare, le due prospettive divergono profondamente. Mentre la prima si arresta sulla soglia del mistero, consolandosi dei benefici che la morte può arrecare ai viventi ed ai ricercatori, la seconda smantella il significato riduttivo della morte concepita come evento definitivo: per la forza e la grazia di Cristo risorto, muore la morte, non tutto l’uomo.

Analogo discorso va fatto sul giudizio. A lui, figlio di un magistrato integerrimo, quell'idea di un rendiconto ultimo ed inappellabile, annunciato dalla Fede, appare quasi ovvio, familiare. Ma soprattutto pratico. Moscati opera sempre alla luce di quella realtà definitiva - il giudizio - che per lui non è solo un articolo di fede da professare, o un tremendo dies irae da scongiurare, ma il traguardo beatificante a cui tendere con l'operosità indefessa, bandendo ogni rimpianto o pessimismo:

E quando, da qui a mille anni, comparirete alla Sua presenza, voi dovete poter rispondere: "Signore, ho compiuto bene la giornata! Ho operato per la maggiore tua gloria!" (11)

Valorizzate la vita! Non dissipate i tempi in recriminazioni di felicità perdute, in elucubrazioni. Servite Domino in laetitia. … Di ogni minuto vi sarà domandato conto! – "Come l’hai speso?"- E voi risponderete: "Plorando"- Vi si opporrà: "Dovevi trascorrerlo implorando, con le buone opere, vincendo te stesso e il demone malinconia"… E dunque! Su al lavoro! (12)

Nell’operosa attesa di questo definitivo Giudizio, s’inserisce e diventa comprensibile la sua inesausta carità, soprattutto verso i poveri. Una carità letteralmente eroica.

Non la scienza, ma la carità ha trasformato il mondo, in alcuni periodi; e solo pochissimi uomini son passati alla storia per la scienza; ma tutti potranno rimanere imperituri, simbolo dell’eternità della vita, in cui la morte non è che una tappa, una metamorfosi per un più alto ascenso, se si dedicheranno al bene. (13)

Qui s’inserisce anche la sua vita ascetica e di rinuncia: dal voto di castità all’amore non platonico per la povertà, che fa di lui non solo il medico dei poveri ma anche e soprattutto il medico povero, sulla scia del Poverello d’Assisi. (14)

Forse, un lettore ben informato sullo stato attuale della teologia escatologica potrebbe notare, negli scritti di Moscati, una non sufficiente attenzione all’evento della parusia considerata in senso collettivo e cosmico. (15) L’osservazione non è destituita di ogni fondamento, tuttavia bisogna tener presente non solo la collocazione storica degli scritti di Moscati, ma anche il loro carattere individuale, di una persona cioè che scrive ad un’altra persona, non per svolgere considerazioni sistematiche circa la fase terminale del mondo, ma perché interessata e preoccupata per la sorte definitiva di singole persone.

La possibile dannazione eterna per un uomo che si trovi lontano o in conflitto con Dio rappresenta per lui, il medico credente, il massimo dei mali da scongiurare. Egli non pensa mai d'aver esaurito il suo compito semplicemente col mantenere in vita l'ammalato, ma è preoccupato, anzi angosciato, per lo stato interiore del suo paziente, che sente di dover aiutare anche spiritualmente con ogni mezzo a sua disposizione. A questo proposito sono molto illuminanti due brani di lettere al suo venerato amico e paziente Bartolo Longo:

Mio carissimo sig. commendatore,

L'altro ieri venne a visitarsi da me l'ing. Gustavo d'Agostino, accompagnato dal fratello S.E. il Presidente del Consiglio di Stato. Egli ha una gravissima malattia (un cancro); ma non è detto che non possa guarire con un'opportuna operazione chirurgica. Anzi speriamo che un lontano filo di speranza (che la malattia anziché un cancro sia un granuloma) si realizzi: il che si vedrà subito, fra 10-12 giorni, perchè se si tratta d'un granuloma, guarirà come per incanto sotto l'azione di alcune iniezioni (cura probatoria). Ma il guaio grosso è che l'Ing. D'Agostino è lontanissimo da anni dalla frequenza dei S.S. Sacramenti! Afferma di essere un uomo senza peccati! E S.E. D'Agostino ritiene che ogni fratello deve pensare a sè, e non può pensare all'altro. Io rimproverai dolcemente l'ingegnere, mostrandomi sorpreso che egli appartenesse all'entourage di Bartolo Longo... Come volete che si possa abbandonare quell'anima fra i pericoli che corre? Io sono sicuro che egli avrà salva la vita umana; ma è un grande avviso che ha avuto; e sapete che queste malattie, anche guarite, si riproducono con estrema facilità, cosa che cercheremo di impedire con una cura di raggi X, dopo la operazione chirurgica. Ma vi ho voluto scrivere, perché la S.Vergine di Pompei reclami per Sé quest'anima buona ma tepida. (16)

Vi do una buona notizia: quella Signora di Roma, ch'era stata dama infermiera a Lourdes, e che s'era allontanata da Dio, ha voluto, prima di subire l'intervento chirurgico, confessarsi e comunicarsi, ed ha preteso che anche la figliuoletta facesse altrettanto, e perfino il marito. Ringraziamo Dio! (17)

Il Paradiso, infine, non è soltanto la patria desiderata, ma indistintamente lontana; al contrario, esso è il luogo, invisibile sì, ma presente dov'egli colloca i suoi cari, le persone conosciute e i pazienti amati e curati con amore sino alla fine, e che Dio ha richiamato in Patria. Per Moscati il paradiso è’ l’"al di là" più immediato, più avvolgente, anche se impercettibile. E’ il luogo privilegiato della communio sanctorum, che egli non cessa di ribadire come una doverosa e sentita professione di fede, prima ancora che come un invito alla rassegnazione ed alla speranza. Ad una signora che ha perduto la madre, egli scrive:

Avete una santa in Cielo, che silenziosa, ma innanzi alla maestà di Dio, prega per voi. Avete un umile uomo, ancora nella bufera del mondo, me stesso, che non vi dimentica. Vi prego ricordarvi l’obbligo della comunione di Pasqua. Suffragherete l’anima di vostra madre. (18)

Comprendo il tuo strazio, e della mamma e di tutti! Non so che dirti! Ho inteso però il bisogno di scriverti e di dirti che sentirai dappresso, invisibile, ma presente arcanamente, la dolce compagnia della figlia tua; ne sentirai l’appoggio, quasi l’alito dolcissimo in tutti i momenti più solenni della vita. Ella, vicino a Dio, invoca pace e rassegnazione, per gli esseri che ha tanto amato: i suoi genitori. (19)

Bisogna aggiungere che negli scritti di Moscati risaltano i numerosi richiami che egli fa alla festa di Pasqua e i ripetuti, pressanti inviti a ricevere la comunione eucaristica. A prima vista potrebbero apparire come raccomandazioni di tradizionali pratiche devote. A ben guardare, essi si rivelano come corollari e conferme della sua impostazione escatologica della vita cristiana. Si badi, anzitutto, alla terminologia. Riferendosi al mistero eucaristico, egli predilige il termine comunione. Per lui, l’eucarestia rappresenta soprattutto la congiunzione dei due mondi in cui si muove l’uomo. Nell’eucaristia convivono da una parte le specie del pane e del vino che si toccano e si gustano, dall’altra la realtà del corpo, sangue anima e divinità del Cristo morto e risorto. L’eucarestia è dunque il memoriale di quell’evento che fonda e dà inizio alla realtà ultima dell'al di là, ad una realtà entrata già nella nostra storia, anche se non ancora in modo totale e definitivo, come avverrà nella parusia del Signore alla fine dei tempi.

Non si contano le esortazioni di Moscati ad accostarsi alla comunione, soprattutto in occasione della Pasqua o di quell’altro evento escatologico, che è la morte.

Vi ricordo che è la Pasqua. (20)

Non dimenticate di alimentare l’anima con ricevere nostro Signore, nella s. comunione, così come alimentate – ed è vostro imprescindibile dovere – il corpo. (21)

Profittate del tempo di Pasqua, per avvicinarvi, nella comunione, a Dio, e prendere da lui ispirazioni per la carriera futura. (22)

Non abbandonate Iddio, la s. comunione. Ora che siete per diventare madre, accostatevi alla s. comunione; e Iddio non abbandonerà voi. (23)

* * * *

Ed ora, quasi a voler riepilogare, trascrivo per intero una lettera di Moscati, dove la dominante escatologica abbraccia e riassume tutta quella costellazione di pensieri, sentimenti, decisioni ed esortazioni che fanno riferimento alle realtà definitive e che abbiamo tentato di mettere in luce. Penso di non esagerare affermando che si tratta di un testo che può essere inserito tra le pagine più alte che il pensiero e la letteratura cristiana abbiano prodotto su quest’argomento.

20. VI. 920 (24)

Sig.na Carlotta Pietravella

Ed ora che sono passati alcuni giorni dalla scomparsa della sua mamma, ed io, siccome le promisi, mi dispongo a restituirle lo scritto, che lei stessa tracciò per annunziare la sua grande sventura, lasci pure che io le rivolga una parola amica.

Le dico subito con convinzione che la sua mamma non ha lasciato lei e le sue sorelle: vigila invisibile le sue creature, ella che ha sperimentato, in un mondo migliore, la misericordia di Dio, e che prega e domanda conforto e rassegnazione per quelli che la piangono sulla terra.

Anch'io perdetti, ragazzo, mio padre, e poi, adulto, mia mamma. E mio padre e mia mamma mi sono a fianco, ne sento la dolce compagnia; e se cerco di imitar loro, che furono giusti, io ne ho incoraggiamento, e se pare che devii, ne ho ispirazione al bene, come una volta con i consigli col vivo della voce.

Io comprendo il suo strazio e delle sorelle; è il primo vero dolore; è la prima volta che i suoi sogni sono spezzati; è il primo richiamo del suo pensiero di giovanetta alla realtà del mondo.Ma la vita fu definita un lampo nell’eterno. E la nostra umanità per merito di cui è pervasa, e di cui si saziò Colui che vestì la nostra carne, trascende dalla materia, e ci porta ad aspirare ad una felicità oltre il mondo. Beati quelli che seguono questa tendenza della coscienza, e guardano all’ "al di là", dove saranno ricongiunti gli affetti terreni che sembrarono precocemente infranti.

Le ricordi dunque lo scritto, che lei stessa tracciò, la sera fatale della dipartita della cara mamma, esternando un pensiero meditato nelle lunghe notti di veglia al capezzale dolentissimo, le ricordi un dovere di figlia: di onorare la memoria della cara scomparsa, non solo con le parole e l’elogio sgorgante dall’anima educata alla visione del bello, ma anche in maniera più profondamente umana, in quanto appaga il sentimento, in una maniera che sarà il balsamo e il conforto del suo cuore: con la preghiera a Dio, con la comunione con Dio, sublime unione, che valga per quella, che nei supremi momenti la sua mamma non avrebbe sdegnata.

Anche io non ho creduto che i più bei fiori, deposti sulla bara, soddisfacessero l’obbligo di mia devozione per la estinta; non ho creduto che le mie povere lagrime potessero testimoniare la mia gratitudine per la benevolenza, che la ottima signora mi dimostrava in vita. A lei estinta ho voluto dare la prova della sincerità del mio sentimento e della mia anima. E nella mattinata dei funerali, sono andato per lei a comunicarmi col Dio, che l’aveva giudicata ed accolta; io ho pregato per lei, per la sua pace eterna, solo, solo. E mia sorella aveva fatto lo stesso. Era un umile tributo di suffragio; ma quanto più accetto a Dio, se gli fosse reso dai cuori, legati dal vincolo filiale in vita, ripieni del desiderio limpido e puro, come lo sguardo dei bambini, della salute eterna della madre loro.

Non diversamente, con le sorelle, ritroverà la quiete, e santificherà il suo dolore. Io le ho parlato apertamente, le ho confessato il mio pensiero, ho vinto il mio riserbo, per indicarle la sola medicina al suo stato ed alla sue lagrime.

Giuseppe Moscati (25)

* * *

Nella storia della spiritualità cristiana, la concezione escatologica della vita cristiana, vissuta giorno dopo giorno dal laico Moscati, appare oggi come un valido correttivo a tanta agitazione intramondana che serpeggia in vari settori della comunità cristiana, e non solo in quello dei laici credenti.


Note:

1. BENEDETTO XVI, Luce del mondo. Il Papa, la Chiesa e i segni dei tempi. Una conversazione con Peter Seewald, Città del Vaticano 2010, pp. 246-247.
2. CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia. Orientamenti pastorali dell'Episcopato Italiano per il primo decennio del 2000, Bologna 2001, p. 6.
3. Per una trattazione piuttosto ampia di questo argomento , cfr: S. ESPOSITO S. I.."Scienza dell’al di là". La dominante escatologica nella spiritualità di Giuseppe Moscati, in Opere et Veritate. Studi in memoria di mons. Raffaele Calabria arcivescovo di Benevento, a cura di Mario Iadanza, Benevento 2002, pp.133- 146. Riprodotto in Il Gesù Nuovo 59 (2003), pp.90 - 94; 156 – 160.
4. A.MARRANZINI, Giuseppe Moscati modello del laico cristiano di oggi. Prefazione di Mario Agnes, Roma 2003, p. 372. Avverto che nelle citazioni desunte dai volumi del Marranzini, talvolta introduco qualche leggera variazione, dovuta ad un controllo diretto sui manoscritti autografi di Moscati.
5. A.MARRANZINI, Giuseppe Moscati un esponente della scuola medica napoletana. Introduzione di Felice. D’Onofrio, Roma 2004, p. 68.
6. A. MARRANZINI, Giuseppe Moscati modello…cit., p. 245.
7. op. cit., p. 212.
8. op. cit., p. 256.
9. op. cit., p. 283.
10. Cfr. A. TRIPODORO S.I., Giuseppe Moscati. Il Medico Santo di Napoli, 2.a ed., Napoli 1999, pp. 142-143.
11. A. MARRANZINI, op. cit., p. 240.
12. op. cit., p. 368.
13 . op. cit., p. 260.
14. Cfr. S. ESPOSITO, Influssi francescani nella spiritualità di Giuseppe Moscati, in "Humanitatis fragmenta". Studi e ricerche per i quindici anni dell’Istituto ( di Scienze Religiose Redemptor Hominis) a cura di Mario Iadanza, Benevento 1996, pp. 277-288.
15. Cfr. K. RAHNER, Utopia marxista e avvenire cristiano dell’uomo, in Nuovi Saggi, vol..I, Roma 1968 ; L. SARTORI – J. RATZINGER, Salvezza cristiana tra storia e aldilà, Roma 1976 ; J. RATZINGER, Escatologia, Morte e vita eterna, Assisi 1979; C. POZO, Teologia dell’aldilà, Roma 1990; G. GOZZELINO, Nell’attesa della beata speranza. Saggio di escatologia cristiana,, Leumann (Torino) 1993.
16. A.MARRANZINI, op. cit., pp. 319-320.
17. op. cit., p. 319.
18. op. cit., pp. 242-243.
19. op. cit., p. 290.
20. op. cit., p. 248.
21. op. cit., p. 240.
22. op. cit., p. 256.
23. op. cit., pp. 258-259.
24. Il numero del mese non è chiaro.
25. op. cit., pp. 284-286.


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