S. Giuseppe, una paternità nella verginità

Domenico Marafioti s.j.

Giuseppe, l’ultimo dei patriarchi

Giuseppe è l’ultimo dei patriarchi, punto di passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento. La genealogia del Messia, «figlio di Davide, figlio di Abramo», come ci viene raccontata da Matteo, si conclude con la persona di «Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo» (Matteo 1,1.16). Anche quella più ampia riportata dal Vangelo di Luca lo mette in primo piano: quando a trent’anni Gesù si presenta per iniziare il suo ministero pubblico la gente sa che «era figlio, come si credeva, di Giuseppe» (Luca 3,23).

Gesù è nato da Maria, ma si pensava che fosse anche figlio di Giuseppe, perché Giuseppe era lo sposo di Maria e ha fatto da padre a Gesù. In queste affermazioni c’è tutto il mistero di Gesù, figlio di Davide, figlio dell’uomo e Figlio di Dio; e c’è tutto il mistero della vita di Giuseppe, chiamato a collaborare al disegno della redenzione insieme con Maria e in modo diverso da Maria.

Per salvare l’umanità Dio all’inizio ha chiamato Abramo e gli ha detto: «In te saranno benedette tutte le genti, e alla tua discendenza darò questo paese» (Genesi 12,3.7). A Davide che voleva costruire un tempio, perché Dio avesse una casa in mezzo al suo popolo, viene promesso: «Una casa farà per te il Signore, e io assicurerò dopo di te la tua discendenza e renderò stabile il suo regno» (2Samuele 7,11-12).

Queste promesse, custodite con fede dal popolo d’Israele per secoli e millenni, arrivano a compimento in Gesù per mezzo di Giuseppe di Nazaret. Giuseppe apparteneva alla tribù di Giuda e alla famiglia regale di Davide, anche se la grandezza e ricchezza di un tempo era rimasta soltanto un ricordo, come lo sfondo glorioso dell’albero genealogico. Adesso la sua famiglia e la sua condizione erano molto modeste, doveva lavorare per vivere ed era diventato un abile e apprezzato falegname.

Se dal punto di vista sociale era un onesto, ma comune operaio, dal punto di vista spirituale rimaneva sempre depositario della speranza di Abramo e della parola data a Davide per il popolo d’Israele e per tutta l’umanità. Accettando di fare il padre legale e adottando Gesù come figlio, Giuseppe gli trasmette tutto il patrimonio spirituale d’Israele, e Gesù diventa figlio di Davide, erede delle promesse «fatte ad Abramo e alla sua discendenza per sempre» (Luca 1,55; cf. Galati 3,16).

Interpretazioni diverse

Vediamo come tutto questo si è verificato e come Giuseppe è entrato nel mistero di Cristo. Gli antichi hanno immaginato Giuseppe come un vedovo, ormai avanti negli anni, che è stato scelto dal sommo sacerdote come sposo per Maria, perché il suo bastone è miracolosamente fiorito come la verga di Aronne (cf. Numeri 17,17-24).

Volevano cercare una spiegazione comprensibile per la perpetua verginità di Maria, e avere una risposta verosimile al problema dei «fratelli» di Gesù (cf. Matteo 12,46; 13,55). Che un uomo vecchio osservi la castità e non abbia rapporti coniugali è facilmente ammissibile; e avendo avuto figli dal precedente matrimonio, non c’è nulla di strano che questi vengano chiamati «fratelli» di Gesù, visto che lui stesso era figlio adottivo di Giuseppe.

Con questo sistema i vangeli apocrifi, in particolare il Protovangelo di Giacomo e il Vangelo dello pseudo-Tommaso, hanno trovato una soluzione alla difficoltà di comprendere il mistero della verginità di Maria e di Giuseppe. Ma questa ricostruzione dei fatti non trova nessun riscontro nei Vangeli veri, e perciò va abbandonata.

Sposalizio della Vergine Maria con San Giuseppe

È possibile infatti seguire il racconto degli evangelisti in maniera più semplice e accettare la straordinaria scelta della verginità di Maria e Giuseppe. Essi hanno fatto una scelta eccezionale, perché sono entrati in contatto col più straordinario evento della storia: l’incarnazione del Verbo, dove Dio si fa uomo per divinizzare l’uomo e introdurlo nella vita di Dio. Già S. Ambrogio avvisava di non rimanere legati al corso normale delle cose umane quando si parla di Gesù, Maria e Giuseppe, e perciò di non cercare il corso della natura dove tutto avviene al di sopra della natura, perché siamo di fronte all’opera del Creatore della natura.

Gesù, che ha proposto la verginità per il Regno, e l’ha vissuta per mostrare come si vive nell’eternità, poteva bene suscitare lo stesso desiderio nelle persone a lui più vicine, Maria e Giuseppe. In realtà questo ha capito la grande tradizione cristiana, e questo è chiaramente comprensibile leggendo i vangeli con occhi semplici. Ma la grandezza di Giuseppe non sta solo qui.

C’è un vero itinerario spirituale di fede, in cui i normali progetti di un giovane s’incontrano con il disegno di Dio, e la volontà divina conosciuta fa cambiare scelte di vita per accogliere e seguire la vocazione ricevuta. Così Giuseppe è invitato a una progressiva conversione per entrare nel progetto di Dio su di lui. In questo cammino interiore egli accetta di passare dal desiderio di sposarsi e farsi una famiglia alla scelta della verginità accanto a Maria; e a passare, quando Maria diventa la madre di Gesù, dalla verginità alla paternità spirituale, per ricuperare in questo nuovo tipo di paternità tutti gli elementi familiari e sociali della normale paternità umana, realizzando se stesso come persona nell’amore.

Il fidanzamento con Maria

Seguiamo il racconto dei vangeli. Luca dice che l’angelo Gabriele fu mandato da Dio «a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe» (Luca 1,27); l’evangelista Matteo conferma la stessa cosa dicendo che Maria era «promessa sposa di Giuseppe» (Matteo 1,18).

Le cose devono essere andate in maniera molto semplice: siamo a Nazaret, Giuseppe è ormai cresciuto, e come tutti i giovani suoi coetanei vuole farsi una famiglia. Tra le tante ragazze del paese una l’attira in particolare per la sua bellezza e serietà, Maria. La chiede in sposa al padre o al tutore (il vangelo non ci dice se il padre era vivo), ottiene l’accordo, forse comincia a pagare la dote come allora si faceva in molti posti, e attende di poterla portare a casa dopo un anno di fidanzamento, per cominciare la convivenza coniugale.

Maria doveva conoscere Giuseppe, perché Nazaret era un paese piccolo e non era difficile avere notizie gli uni degli altri; anche lei deve essere stata d’accordo per il fidanzamento, perché sapeva che Giuseppe era un ragazzo serio e laborioso. Durante l’anno di attesa e di preparazione, i fidanzati potevano frequentarsi per conoscersi meglio e volersi bene, perché i genitori non avrebbero concluso il matrimonio se i due non erano contenti l’uno dell’altro.

In questi incontri Giuseppe scopre il mondo interiore di Maria, e lei stessa conosce la profondità spirituale di Giuseppe. Lui doveva già essere un contemplativo. Il vangelo ci presenta la sua vita immersa nel silenzio; di lui non ci vengono riferite parole, ma fatti. Questo amore al silenzio non deve essere sbocciato all’improvviso, ma deve essere stato coltivato da tempo. Il silenzio è segno di interiorità, di attenzione ai sentimenti profondi, ai valori spirituali e alla preghiera.

È normale che Giuseppe, incontrando Maria, parlasse non solo della famiglia che avrebbero costruito insieme, ma anche dei valori spirituali in cui credeva, e delle cose che gli stavano a cuore. Così più d’una volta i loro discorsi si fermavano sulla speranza d’Israele, sui testi della Scrittura, che ascoltavano nella sinagoga, e sul primato di Dio. E Maria, che già era «piena di grazia» (Luca 1,28), di che cosa poteva parlare se non dei suoi desideri spirituali e della sua comprensione del mistero di Dio?

In realtà noi non possiamo intuire a quale livello di profondità era giunta la conoscenza di Maria sul mistero del mondo, della storia, del cuore umano, della missione del popolo d’Israele, di se stessa e di Dio. L’intelligenza umana è rallentata e appesantita dal peccato; ma come doveva penetrare e capire i problemi, gli eventi, la Scrittura e il destino dell’umanità un’intelligenza non ferita dal peccato originale e capace di distinguere subito la verità dall’errore? Questo supera la nostra immaginazione, perché non abbiamo nessuna esperienza di come funziona una mente umana libera dal peccato.

La scelta della verginità

Certo Maria deve aver capito fino in fondo la serietà del rapporto di alleanza tra Dio e Israele e il senso di appartenenza esclusiva a lui. Chissà quante volte avrà meditato il primo comandamento: «Io sono il Signore Dio tuo: non avrai altri dèi di fronte a me» (Esodo 20,2). Un solo Dio, l’immenso, e io di fronte a lui! Lei era abituata a riflettere su tutte le cose «meditandole nel suo cuore» (Luca 2,19.51).

Spesso si sarà fermata ad approfondire lo Shemà Israel, la professione di fede del suo popolo basata sulla riformulazione dello stesso primo comandamento operata dal libro del Deuteronomio: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Deuteronomio 6,4-5). Queste parole saranno risuonate con potenza nel suo cuore e, davanti alla grandezza di Dio, avrà sentito la bellezza del dono totale di sé nell’amore.

I coniugi Beltrame-Quattrocchi, proclamati Beati da Giovanni Paolo II nel 2001.

Se al tempo della Rivoluzione francese una donna comune, come santa Giovanna Antida Thouret, ha potuto percepire l’assoluto di Dio fino a scegliere come motto della sua vita: «Dio solo!», perché non può averlo percepito anche Maria di Nazaret all’inizio dell’era cristiana? Perché Maria avrebbe dovuto ragionare come tutte le altre ragazze d’Israele, che desideravano sposarsi e avere figli, e non poteva invece mettere Dio prima e al di sopra di tutto, anche del matrimonio?

Nella profondità della sua conoscenza spirituale, lei avrà capito che Dio era l’unico bene nella vita presente e nella futura, e che per lui valeva la pena lasciare tutto, per poterlo amare con purezza nella esclusività di un dono totale nella verginità. Questo era il suo segreto pensiero, anche se non sapeva come avrebbe potuto realizzarlo. Probabilmente anche Maria nei suoi incontri con Giuseppe avrà cominciato a parlare della bellezza della famiglia, dell’amore reciproco, del disegno di Dio sui singoli, sul popolo d’Israele e sull’intera umanità. E quale non è stata la sua sorpresa, quando ha scoperto una sorprendente sintonia tra i suoi pensieri e il mondo interiore di Giuseppe!

Finalmente aveva trovato una persona con cui poteva parlare delle sue cose più intime sicura di essere capita. A ogni incontro la loro conoscenza cresceva, lo spazio della condivisione aumentava, i discorsi spirituali si facevano sempre più precisi e profondi, e la presenza di Dio si dilatava nel loro cuore. Cresceva pure il loro amore, fasciato dalla preghiera; cominciavano a gustare la bellezza di parlare di Dio e con Dio, e questa dolcezza li attirava e li univa sempre più.

Finché un giorno Maria, non senza una certa esitazione, si fece coraggio e disse a Giuseppe: «Com’è bello stare insieme e parlare delle cose di Dio! Perché, invece di unirci come marito e moglie, non restiamo insieme nella verginità, per dedicarci completamente a Dio nell’anima e nel corpo, passando la nostra vita nella preghiera, nella riflessione sulla Scrittura e nel servizio al prossimo, e amandoci l’un l’altro nell’unico amore di Dio?». Alla fine avrà abbassato gli occhi in trepida attesa, perché si rendeva conto di ciò che aveva chiesto. Ma quale non fu la sua lieta sorpresa quando sentì dire a Giuseppe: «Sì, Maria, è bello amare Dio e amarci in Dio! Facciamo così il nostro matrimonio, restiamo vergini per amare nella purezza Dio e gli altri».

Forse non proprio con queste parole, ma in un modo simile sarà maturata in Maria e Giuseppe la decisione di vivere nella verginità. Questa costituisce la prima conversione di Giuseppe: dal desiderio del matrimonio alla scelta della verginità.

Una scelta improbabile?

Tanti diranno che questo matrimonio verginale era impossibile per una ragazza ebrea e molto di più per un ragazzo. Certo, la verginità non era un valore nel mondo ebraico, come forse non lo è neppure nel mondo d’oggi. Ma se questo valeva per gli uomini e le donne comuni, doveva valere anche per Maria e Giuseppe? Per forza anche loro dovevano comportarsi come tutti? E anche loro dovevano rientrare nelle abitudini normali come caso particolare di una legge sociologica generale?

E perché due persone non possono avere un progetto di vita personale diverso dagli altri? In realtà, questo modo di ragionare tende a ridurre Maria e Giuseppe al livello della comune mediocrità umana. Loro due però costituiscono una coppia eccezionale, perché Maria è una persona eccezionale. È una normale ragazza ebrea come tante, ma è la sola scelta per essere la madre del Messia, e per questo concepita senza peccato originale.

Lei, nella sua pienezza di grazia e con l’aiuto della grazia, poteva pensare un progetto di vita diverso dalle altre ragazze, e Giuseppe poteva capire la bellezza di questo progetto. Tanti uomini lungo i secoli cristiani hanno potuto riconoscere, scegliere e vivere il carisma della verginità. Perché Giuseppe avrebbe dovuto essere incapace di apprezzarlo? Soprattutto quando a proporlo e farne comprendere il valore era una persona come Maria!

Se Maria Beltrame-Quattrocchi è riuscita a convincere il marito Luigi, dopo aver avuto quattro figli, a iniziare una convivenza nella castità perfetta, possibile che a Maria di Nazaret sarebbero mancati argomenti e motivi per convincere il suo fidanzato? Piuttosto, che abbia accettato la proposta è indice della sensibilità religiosa di Giuseppe e del progresso spirituale compiuto negli incontri e nelle conversazioni con Maria. Nella loro vita stava per verificarsi la cosa più straordinaria dall’inizio del mondo.

Non è assurdo perciò che questa coppia abbia fatto una scelta di vita straordinaria. Dall’ordine della creazione Maria e Giuseppe sono stati trasferiti e inseriti nell’ordine dell’Incarnazione del Verbo. Tante cose nella loro vita sono nuove e insolite, perché devono manifestare la novità assoluta di questo evento. Qualcuno potrebbe dire che questo modo di ragionare è improprio, e non è giusto prendere come esempio i comportamenti di santa Giovanna Antida e dei beati Maria e Luigi Beltrame-Quattrocchi per capire ciò che è successo tra Maria e Giuseppe, perché sarebbe attribuire alla cultura ebraica quello che è proprio della successiva vita religiosa cristiana.

Invece, è vero il contrario: i santi hanno potuto fare quello che hanno fatto, perché lo hanno visto fare a Maria, Giuseppe e gli apostoli, che sono stati i primi a entrare in contatto con Gesù. Non si tratta infatti di cultura, ma di incontro personale con Cristo nella fede. E se uomini e donne comuni hanno potuto comprendere certi valori e fare certe scelte nei tempi cristiani, perché non avrebbero potuto fare lo stesso i primi che hanno accolto Gesù nella loro vita?

La forza attrattiva di Cristo era già presente e operante: perciò Maria è nata senza peccato originale, in previsione dei meriti di Cristo. La stessa forza ha potuto attirare Maria e Giuseppe verso la verginità. Invece di parlare di impossibilità, sarebbe meglio fermarsi alla realtà del Vangelo, perché la lettura onesta del testo sacro offre elementi sufficienti per confermare la scelta verginale di Maria, condivisa da Giuseppe.


Parte seconda

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