Giuseppe Moscati Dott. Raffaele D’Errico |
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Nota: La presente riflessione sulla figura di S.Giuseppe Moscati è tratta da una lettera che il Dott. Raffaele D’Errico (1) ha scritto, nel febbraio 2007, al Presidente dell’Ordine dei Medici di Napoli, Sen. Dott. Giuseppe Scalera, lettera inviata per conoscenza ai gesuiti del Gesù Nuovo. La riproduciamo per la validità del contenuto e perché si inserisce bene in quest’anno 2007, nel quale ricorrono due importanti anniversari: l’80° della morte del Prof. Moscati (12 aprile 1927) e il 20° della sua canonizzazione, quando, nell’ottobre del 1987, venne proclamato Santo da Papa Giovanni Paolo II.
Recentemente un bollettino dell’Ordine dei Medici di Napoli ha dedicato un numero a Giuseppe Moscati. Il merito principale, credo, sia di aver affiancato a tante notizie di malasanità la figura di un eccelso clinico che ha incarnato immagini e sentimenti che trovano radice nell’arte medica e che possono essere di stimolo a noi tutti, medici e pazienti, per ritrovare il gusto e la "bussola" per orientarci in una professione che – per quanto se ne possa dire – rimarrà sempre un mistero affidato alle mani dell’uomo. Arte del guarire il corpo con la sua anima; mezzo per avvicinare il nostro spirito alle anime che patiscono.
In varie occasioni della mia vita professionale ho avuto modo di ricordare le parole di Moscati e confrontarle con quelle di un mio caro amico e collega chirurgo pediatra, che un giorno mi diceva: "Come siamo fortunati, noi medici, perché non dobbiamo cercare di frequentare il volontariato per fare opere di bene: è il Signore stesso che, per mezzo della nostra professione, ci pone dinanzi tante storie di sofferenza fisica e spirituale alle quali non c’è che rispondere…". A noi non resta che aprire gli occhi della fede per vedere, senza grossi sforzi, Cristo nel volto di questi fratelli.
Colgo, allora, l’occasione di questo numero speciale dedicato al medico santo, per una riflessione che nasce alla luce di un periodo un po’ difficile della mia vita, quando stress ed ansia albergavano nella mia tormentata anima.
Stavo leggendo un nuovo libro su Moscati ed ebbi modo di scoprire così che, anche lui come me e forse tanti altri colleghi, sperimentò un periodo di stress ed ansia per il duro lavoro, a tal punto da affermare che la vita era diventata per lui "un dovere". Pensai così in quel momento che dovevo rassegnarmi all'idea che quella condizione mi avrebbe sempre accompagnato, ma al fine di aiutarmi a comprendere che la vita e il lavoro rappresenteranno "un dovere" da svolgere con attenzione, come personale risposta a ciò che Dio ha voluto per noi.
Cercai un periodo di riposo, che fu fortemente salutare e, nonostante episodi di ansia, ebbi modo di avvertire il benefico sollievo derivato dal riposo fisico, mentale e spirituale. Il Signore, infatti, non mancò di farsi presente attraverso la natura, la mia elevazione nella preghiera e quel bellissimo libro sul Santo di Napoli, Giuseppe Moscati, che "non per caso" ebbe a finire nella mia borsa di viaggio, proprio in quel momento.
Giuseppe Moscati si è inserì così "prepotentemente" nella mia storia e, attraverso la lettura della sua vita e di alcuni suoi scritti, ebbi modo di intendere tante cose che mi aiutarono a mettere un po’ di ordine nella vita e nella mente. Mi colpì particolarmente una parte della lettera che Moscati scrisse il 22 maggio 1922, quando appunto attraversava un periodo difficile:
"E’ che io sono in preda ad un estremo esaurimento e una stanchezza mortale, perché dagli anni della guerra a oggi è un continuo lavoro e una serie di emozioni per me! […] Ma io non vivo più; passo le notti insonni…"
Il grande professore, il grande clinico e il grande santo, appare più che mai uno di noi, vicino a noi e strutturato della stessa umanità. La santità, l’essere "altro", insegna Moscati, si innesta sulla natura umana, la rispetta, ma contemporaneamente le fornisce i mezzi per non soccombere e per elevarsi al di sopra di orizzonti angusti e fallaci.
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Ma più di ogni altra cosa ha toccato il mio cuore e la mia anima questa lettera che Moscati scriveva ad un collega il giorno dell’Ascensione del 1923, dove scienza e fede, armonizzata nel corso della sua vita, lo avevano portato ad avvicinarsi al dolore umano con rispetto e amore, conscio che nella sofferenza molto può fare la scienza, ma più ancora la grazia di Dio: "Nell’ammalato si deve curare il corpo, ma anche l’anima", affermava. Questa lettera l’ho sentita proprio come scritta a me, l’ho letta con una tale intensità e ne ho percepito un forte messaggio, proprio come se Moscati parlasse in quella mia situazione:
"Mio caro, non siate triste! Ricordatevi che vivere è missione, è dovere, è dolore! Ognuno di noi deve avere il suo posto di combattimento. Se Iddio vuole che esercitiate la nostra nobile professione fra la gente di campagna, significa che vuol servirsi di voi per seminare il bene in quei cuori. Ricordatevi che non solo del corpo vi dovete occupare, ma anche delle anime piangenti, che ricorrono a voi. Quanti dolori voi lenirete più facilmente con il consiglio, e scendendo allo spirito, anziché con le fredde prescrizioni da inviare al farmacista! Siate in gaudio, perché molta sarà la vostra mercede; ma dovrete dare esempio a chi vi circonda della vostra elevazione a Dio.
Profittate del tempo di Pasqua per avvicinarvi, nella comunione, a Dio, e prendere da Lui ispirazioni per la carriera futura."
Ebbi modo di capire così che, forse, fino a quel momento avevo "eclissato" la mia missione, frastornato da mille attività collaterali che mi avevano allontanato sempre più dal mio "posto di combattimento"… Dove mi ha chiamato Dio? Dove mi ha posto? Dove ho scelto, nella piena libertà, di consacrare la mia vita per amore di Dio e del prossimo?
Un’altra bellissima riflessione è quella che indirettamente Moscati fa sulla figura della compagna di un medico. Come avrebbe potuto Moscati realizzare appieno la sua chiamata, se non avesse avuto al suo fianco la sorella Nina, che per lui e con lui pregava, per lui soffriva, che a lui ha donato la sua vita e ha condiviso la professione nello spirito di carità? Così - mi dissi - come avrei potuto svolgere fino in fondo la professione di medico senza l’intercessione, il conforto, la preghiera e la pazienza di mia moglie?
Ma c’è di più! Moscati è entrato nella mia vera sofferenza, di chi cioè auspicava di curare i veri malati e si è trovato, invece, spesso dinanzi "ad anime piangenti" che ricorrono a te per la loro solitudine spirituale, per la loro paura che viene dalla grande lontananza da Dio, fonte dell’unica speranza, riversando talvolta sui propri figli il timore di una vita caduca e senza orizzonti.
Conformarsi, allora, alla chiamata di Dio in quel posto, in quel luogo, nel proprio tempo, significa per Moscati rispondere alla propria missione.
Sembra proprio indirizzata a me, nella mia attività di pediatra "di trincea" quella chiara affermazione:
"Se Iddio vuole che esercitiate la nostra nobile professione fra la gente di campagna, significa che vuol servirsi di voi per seminare il bene in quei cuori". Se Iddio mi ha chiamato lì, allora, è lì che devo spendere la mia vita, è quel luogo e quella gente che diventa per me sede di apostolato e di missione. Non solo, ma diventa per me un dovere curare la mia formazione nella scienza che esercito, e nello spirito che deve sorreggere e accompagnare la mia opera. Così si espresse Moscati scrivendo – il 22 luglio 1922 – ad un collega di Lagonegro:"Sebbene lontano, non lascerete di coltivare e rivedere ogni giorno le vostre conoscenze. Il progresso sta in una continua critica di quanto apprendemmo. Una sola scienza è incrollabile e incrollata, quella rivelata da Dio, la scienza dell’al di là!
In tutte le vostre opere, mirate al Cielo e all’eternità della vita e dell’anima, e vi orienterete allora molto diversamente da come vi suggerirebbero pure considerazioni umane, e la vostra attività sarà ispirata al bene".
Ecco, vedo in questo un forte monito a considerare con attenzione la formazione che dovrebbe alimentare la bellezza della professione medica, mezzo necessario per aggiornarsi ed essere di concreto aiuto ai fratelli. Tutto questo senza dimenticare l’importanza di praticare e crescere nelle virtù, mezzo necessario per "dare esempio della nostra elevazione a Dio".
Fede, speranza e carità. Prudenza, giustizia, fortezza e temperanza. L’impegno che tutti dovremmo vivere per fare quel "salto spirituale". Nutrire e vivere le virtù in un impegno che – ne sono certo – fornirà il nutrimento alla nostra anima e lo stimolo per accettare e vivere appieno la nostra comune chiamata alla santità.
1. Il Dott. Raffaele D’Errico è Medico Pediatra a Napoli, nell’ASL NA1-49, ed è stato vicepresidente della FIMP (Federazione Medici Pediatrici) di questa città. Notizie sulla sua formazione ed attività sono disponibili nel sito www.pediatric.it/curriculum_derrico.htm .
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