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Rapporti tra Leopardi e i Gesuiti a Napoli Giuseppe Bortone s.j. |
A completamento dei miei vari saggi leopardiani, propongo all'attenzione dei lettori una mia semplice ricerca sui rapporti tra Leopardi e i Gesuiti, durante il suo soggiorno a Napoli: 2 ottobre 1833-14 giugno 1837, anno della sua morte nella città partenopea. Nella Biblioteca degli Scrittori Gesuiti della Residenza del Gesù Nuovo di Napoli, ho riscontrato l'opera del P. Carlo Curci S.I.: Fatti e Argomenti in risposta alle molte parole di Vincenzo Gioberti intorno ai Gesuiti (Ed. Tramater, Napoli 1846).
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Voglio ricordare che il P. Curci è il fondatore della Civiltà Cattolica, la più antica rivista culturale italiana, nata nel 1850 e giunta ai giorni nostri, senza alcuna interruzione. In quest'opera R Carlo Curci annuncia al Gioberti un incontro tra il poeta Leopardi e il gesuita P. Francesco Scarpa: incontro sfociato in un colloquio e nella Confessione sacramentale. Per documentare questa duplice affermazione, il Curci riporta, alle pp. 96-98, la lettera inviatagli dallo stesso R Francesco Scarpa e datata 28 maggio 1846 da Sala di Gai, oggi Salento, in provincia di Salerno.
Data la lunghezza della lettera, ne cito solo tre brani significativi, appartenenti all'inizio, al centro e al termine della corrispondenza tano chiari due elementi: un precedente allontanamento di Leopardi dalla pratica della Fede cristiana e poi un ritorno alla Vita cristiana, mediante il Sacramento della Penitenza. Da questo ritorno sbocciò anche un'amicizia tra il poeta e il P. Francesco Scarpa.
"Reverendo in Cristo Padre. — Rispondo alla sua carissima. Tra le tante consolazioni provate all'apostolico mio ministero, fuvvi quella di veder ravveduto e riconciliato colla Chiesa quel grande ingegno di Giacomo Leopardi. E così fosse stato in piacere a Dio Nostro Signore di concedergli più lunga vita! poiché l'avremmo avuto eziandio tra noi nella Compagnia, come egli divisava, e mi avea confidato. Ma piacque meglio a Dio chiamarlo a sé poco dopo la sua conversione.
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Padre Carlo Curci s.j. Il fatto andò così: nell'anno 1836, mentre io confessavo nel Gesù di Napoli, vidi per più mattine, che si metteva questo giovine dirimpetto al mio confessionale, mi guardava fisso per un certo tempo, quasi come se avesse voluto accostarsi a me, e poi ne andava via. Una mattina che mi vide sgombrato di penitenti, si accostò a me, e con un dolce sorriso, e gentili maniere mi favellò in questa sentenza: Padre, avrei a caro confessarmi a lei, perché mi ha rapito con le sue belle maniere in accogliere i penitenti, ma prima di venire all'atto della confessione, vorrei tenere con lei lungo ragionamento in qualche parte rimota."
Dopo il brano iniziale della lettera, riporto quello centrale:
"Tenne poi con me vari altri ragionamenti, e tranquillatosi con l'animo mercè la debole opera mia avvalorata dalla grazia, e di alcuni libri datigli da leggere, si riconciliò con Dio per mezzo del Sacramento della Penitenza. Strinse con me un'amicizia affettuosa."
Ecco adesso il brano conclusivo:
"Il massimo dispiacere da me provato nell'aver poi notizia della sua morte, fu il non avermi trovato in mano varie operette, che egli avea in mente dare alla luce, come mi avea promesso, e che sarebbero state sufficiente dichiarazione dei nuovi suoi sentimenti in fatto di Religione. Era il Leopardi dell'età di 30 anni quando morì, dotato di anima candida, bella, e amabile, e gentile, nemico del vizio, ed amante della virtù; traviato solo in materia di Religione, ma in questa poi perfettamente ravveduto. E questo è quanto ho potuto rammentarmi del Leopardi per appagare i suoi desideri, e quelli delle persone amanti dei letterati."
Sala di Gai, 28 maggio 1846.
Francesco Scarpa
Senz'alcuna pretesa, ho pensato di esporre questi due documenti di archivio librario, nella speranza che non vengano espressi, con facilità, giudizi perentori su un conclamato ateismo o anticristianesimo, radicati nell'animo dell'insigne letterato di Recanati. Personalmente ritengo valida la lettera del P. Francesco Scarpa, per un motivo semplice: il P. Carlo Curci, acuto polemista, in un'opera tesa a rimbeccare le pesanti accuse di Gioberti contro i Gesuiti, non poteva non addurre documenti probativi. Ciò depone a favore della validità storica della lettera del P. Francesco Scarpa: ennesima conferma della sensibilità umana, religiosa e letteraria che ha sempre caratterizzato molti Gesuiti.
Qui va anche richiamata l'alta stima di Leopardi verso due grandi Gesuiti: Card. Angelo Mai, scopritore del De Republica di Cicerone, e Daniello Bartoli, definito il Dante della prosa italiana. Al Cardinale il Recanatese ha dedicato uno dei suoi bei Canti; del P. Bartoli parla molto bene in alcuni brani dello Zibaldone: nel § 2396 leggiamo questa affermazione, scritta il 22 marzo 1822: «Il P. Daniello Bartoli è il Dante della prosa italiana».
Chiudo i miei vari saggi leopardiani pubblicati con due preghiere alla Vergine Maria, composte da G. Leopardi: una in prosa poetica e l'altra in terzine dantesche.
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Alla Regina degli angeli e dei fiori Lodiamo la Vergine bellissima, tutta purissima, il cui celeste candore macchia giammai offuscò. Lodiamo la Vergine che per la sua purezza fu eletta ad essere madre del Divin Salvatore. Tutto a Lei dobbiamo, giacché per Lei ci furono aperte le porte del cielo, e l'infernale serpente, nostro nemico, venne conquiso. La Vergine di Nazaret ci ha salvati, e qual gratitudine dovremmo mai a sì nobile e gentile Signora? Forse vi sarà fra le creature, creatura più bella che la somigli per bellezza e candore? ... Noi con più confidenza ci appresseremo a Lei per pregarla di tutto cuore che vegli su di noi, che c'indirizzi pel retto sentiero della virtù. Sì, arda il cuor nostro di amore per sì cara fanciulla, la quale è pur nostra madre... Giacomo Leopardi (da uno scritto edito ma sconosciuto). |
L'altra bella preghiera alla Vergine di G. Leopardi si trova nel poemetto Appressamento della morte, c. V, scritto a 18 anni. La prima poesia ci è stata offerta dal prof. P. Claudio Verducci, in occasione del Convegno leopardiano svolto a S. Severino Marche il 13 ottobre 2007: egli non ha voluto rivelare la fonte, perché intende sviluppare un suo saggio sulla composizione leopardiana.
In rapporto all'altra preghiera mariana ecco il testo:
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La preghiera è composta in terzine dantesche e chiude il suddetto poemetto, insieme alla preghiera rivolta all'Eterno Padre.
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